Esteri / Attualità

Monitor, osservatorio sul mondo (maggio 2017)

Un “filo rosso” lega le cose che succedono in Paesi diversi di ogni continente. Questa rubrica -a cura della redazione di Altreconomia- non vuole offrire al lettore notizie, ma la capacità di leggere i fatti in una cornice più ampia. Per comprendere le dinamiche economiche, sociali e politiche di quelli che comunemente vanno sotto la voce “Esteri”

Tratto da Altreconomia 193 — Maggio 2017
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Gli Stati diseguali d’America
Nord America
Nel 2016, i 172.400 impiegati di Wall Street hanno ricevuto bonus per complessivi 24 miliardi di dollari. Costerebbe meno portare a 15 dollari l’ora il salario per 3,1 milioni di baristi e camerieri dei ristoranti (17 miliardi in totale), o per 3,2 milioni di persone impiegate nelle cucine e al bancone dei fast food (23 miliardi). Tra bonus e salario base, i dipendenti della Borsa di New York guadagnano ogni anno 526mila dollari, e fanno parte dell’1% più ricco della popolazione. Gli Usa sono stati ribattezzati -da Allianz- “Unequal States of America”: la compagnia assicurativa pubblica ogni anno un report dedicato alla distribuzione della ricchezza, e gli Stati Uniti risultano tra i tre Paesi del Nord America quello la maggiore concentrazione.
L’indice di Gini -che misura questo parametro, e dovrebbe tendere a 0- è pari a 0,81, contro lo 0,70 del Messico e lo 0,63 del Canada.

Brasile, se la corruzione è una partita già persa
Centro e Sud America
La ristrutturazione del Maracanà, il mitico stadio di Rio de Janeiro, è al centro della più grande inchiesta giudiziaria per corruzione in corso in Brasile, e che riguarda anche altri 5 impianti tra quelli che hanno ospitato i Campionati del mondo di calcio nel 2014.
Lo scandalo è collegato alla rete di corruzione del gruppo Odebrecht, e secondo informazioni diffuse dal presidente Michel Temer potrebbe presto coinvolgere anche alcuni ministri dell’esecutivo in carica (agli atti dell’inchiesta risultano i nomi di almeno 8 membri del governo). Secondo il Corruption perceptions index 2016 elaborato da Transparency International, il Brasile sarebbe uno dei Paesi Centro e Sud americani che non fanno abbastanza contro la corruzione: l’indice è, infatti, 40, mentre 50 è il dato che misura un impegno efficace. Tra i Paesi sotto-soglia ci sono anche Venezuela (17), Nicaragua (26), Guatemala (28), Honduras (30), Ecuador (31). Tra i virtuosi risultano solo Cile (66) e Costa Rica (58).

La lente dell’Unione sul “sistema giustizia”
Europa
Nel 2016 ben 17 Paesi dell’Unione europea stavano discutendo riforme del sistema giudiziario; una decina, invece, stavano valutando interventi legislativi che investono i professionisti che operano in ambito legale.
È la Commissione europea a promuovere questi interventi, che dovrebbero comportare un miglioramento dell’efficienza, e a monitorarne gli effetti, pubblicando ogni anno una sorta di “classifica”, il “Quadro di valutazione UE della giustizia 2017”. Scorrendo le tabelle, è possibile scoprire che in numerosi Paesi europei -Lussemburgo, Regno Unito, Germania, Austria, Olanda- il costo medio del sistema giudiziario per abitante è superiore a quello italiano (che è intorno ai 100 euro); o che il sistema della giustizia nel nostro Paese “costa” meno dello 0,4% del prodotto interno lordo (in Ungheria arriva allo 0,6%, e in generale sono 10 i Paesi UE il cui l’incidenza è maggiore, tra questi anche la Germania). La classifica dove l’Italia primeggia è quella degli avvocati: sono 400 ogni 100mila abitanti (in Francia appena un centinaio).

60.199 i migranti sbarcati in Europa dall’inizio del 2017 dopo aver attraversato il Mediteranneo. Oltre 36mila in Italia (fonte UNHCR, aggiornato al 24 maggio 2017)

Un continente ostaggio delle armi incontrollate
Africa
Al mercato Bakara di Mogadiscio, in Somalia, è possibile acquistare le mitragliatrici Duska 108mm e i Kalashnikov PKM. Nei Paesi più a rischio dell’Africa, sono concentrate almeno cento milioni di armi leggere e di piccolo taglio: nel caso della Somalia, esse non rappresentano senz’altro una causa del conflitto (in corso dal 1991), ma la possibilità di procursarsele -anche in modo illegale- ne garantisce la continuità.
Le armi presenti nel Paese sarebbero 9,1 ogni 100 abitanti. In altri Paese africani, però, la diffusione è ancora maggiore: in Sud Sudan, ad esempio, ogni 100 persone sono presenti ben 28,23 armi da fuoco, mentre il 17,3% degli angolani e il 15,5% dei libici è in possesso di un’arma, secondo le statistiche di gunpolicy.org.
“La maggior parte dei conflitti in Africa non avviene a livello statale, e sono combattuti usando armi cui si è avuto accesso in assenza di alcun controllo. Questo avviene perché i conflitti riguardano principalmente attori non statali, o vedono contrapposti attori non statali (gruppi armati, gruppi ribelli, Isis, ndr) e governi locali” spiega Oxfam, che ha pubblicato la ricerca “The Human Cost of Uncontrolled Arms”, uno studio dedicato a 7 Paesi -Libia, Mali, Repubblica Centro Africana, Repubblica democratica del Congo, Somalia, Sud Sudan e Sudan-. La somma dei rifiugiati legati a questi conflitti e delle persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, ma che vivono ancora all’interno dei confini dei 7 Paesi, è pari a circa 5 milioni di persone. In Africa tra il 2013 e il 2015, in media, si sono combattute 22 guerre. Il 50% dei conflitti registrati nel mondo.

Toshiba ha presentato a fine marzo istanza di bancarotta per la controllata americana Westinghouse. In “rosso” per costi dovuti alla costruzione di impianti nucleari

Le colonie d’Israele e i diritti dei detenuti
Medio Oriente
Il governo israeliano ha approvato dopo 20 anni il primo nuovo insediamento nella Cisgiordania occupata: un atto in violazione del diritto internazionale e un crimine di guerra secondo la Corte penale internazionale, reso “necessario” per ospitare i residenti allontanati da Amona, un’occupazione illegale. A metà aprile, intanto, circa 1.500 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane hanno avviato uno sciopero della fame: l’appello era arrivato da Marwan Barghuti, dirigente di al Fatah detenuto dal 2002.

Pena di morte: una fotografia preoccupante
Asia
Dopo sessant’anni, nel 2016 le Maldive sono tornate a condannare morte due persone. E anche se non sono avvenute esecuzioni, il “caso” del piccolo arcipelago è l’esempio più palese dell’Asia come epicentro del problema. Quattro dei 10 Stati membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico, secondo i dati di Amnesty International, hanno eseguito condanne a morte: sono Indonesia, Malesia, Singapore e Vietnam. Complessivamente, sono ben 11 i Paesi della regione asiatica in cui sono state eseguite nel 2016 130 condanne, più la Cina, dove il numero -probabilmente si tratta di migliaia di persone- è ancora coperto da segreto di Stato. Oltre alle esecuzioni, preoccupa l’aumento delle sentenze capitali emesse, 1.224 in 18 Paesi della regione, quasi il doppio rispetto a quelle registrate nel 2015. Oltre ad un incremento di sentenze in Bangladesh, India, Indonesia, Pakistan, il dato è influenzato da quello della Thailandia: le autorità hanno fornito il dato per la prima volta. E le condanne a morte nel 2016 sono state ben 216.

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