Esteri / Attualità

Monitor, l’osservatorio sul mondo (gennaio 2017)

Un “filo rosso” lega le cose che succedono in Paesi diversi di ogni continente. Questa rubrica -a cura della redazione di Altreconomia- non vuole offrire al lettore notizie, ma la capacità di leggere i fatti in una cornice più ampia. Per comprendere le dinamiche economiche, sociali e politiche di quelli che comunemente vanno sotto la voce “Esteri”

Tratto da Altreconomia 189 — Gennaio 2017
Tsai Ying-Wen, presidente di Taiwan
Tsai Ying-Wen, presidente di Taiwan

La revisione del libero scambio
Nord America
Justin Trudeau, il primo ministro canadese, si è detto pronto a rinegoziare il North America Free Trade Agreement (NAFTA), l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico, in vigore dal gennaio 1994. Il presidente messicano, Enrique Peña Nieto, sostiene che debba essere “modernizzato”. Entrambi rispondono a un’esigenza manifestata da Donald Trump, dal 20 gennaio nuovo presidente degli Stati Uniti: il NAFTA ha garantito una crescita negli scambi commerciali tra le tre parti, che sono passati dai 290 miliardi di dollari (del 1993) a oltre 1.100 miliardi (nel 2016). Secondo Trump, il NAFTA avrebbe indebolito l’economia Usa nei confronti di quella messicana, verso la quale il Paese scontano oggi un deficit commerciale di 54 miliardi di dollari. L’accordo avrebbe prodotto effetti negativi anhe per il lavoro negli Stati Uniti, causando un incremento di circa 600mila disoccupati.


Il Venezuela nella morsa dell’inflazione
America latina
A metà dicembre, il Venezuela ha chiuso per tre giorni le frontiere con la Colombia e il Brasile. Secondo il presidente Nicolás Maduro, questa misura avrebbe garantito al Paese di evitare il contrabbando di valuta verso i due vicini. In particolare, Maduro sarebbe convinto che bande criminali al servizio di interessi filo-occidentali favoriscano l’export illegale delle banconote da cento bolívares, che fino al mese scorso rappresentavano il taglio più alto in circolazione (ormai ne servivano quaranta per ottenere in cambio un dollaro).
Il governo venezuelano ha intanto messo in circolo nuova carta-moneta, portando il taglio più alto a 20.000 bolívares. Il problema del Paese si chiama inflazione: secondo varie stime del Fondo monetario internazionale, nel 2016 l’aumento dei prezzi toccherà il 500 o il 720%. E questa situazione spinge in alto il dato medio regionale: senza considerare il Venezuala, l’inflazione per l’America del Sud sarebbe del 9,1% (ottobre 2016); con il Venezuela, invece, il dato medio sale fino al 24,1%.


Il “dieselgate” non ha insegnato nulla ai Paesi dell’Unione europea
Europa
Il 20 dicembre la Commissione europea ha riunito i Paesi membri nel Comitato tecnico per i veicoli a motore. A poche settimane dalla pubblicazione dei dati dell’Agenzia europea per l’ambiente, secondo cui 467mila morti premature nei Paesi Ue sono causate dall’inquinamento dell’aria, sono stati i discussi i prossimi passi verso nuovi test sul livello d’inquinamento prodotto dai motori, e in particolare sull’introduzione del modello definito “Real-world Driving Emissions” anche per i motori a benzina ad iniezione.

Mentre alcune case automobilistiche (VW, Daimler-Mercedes, Peugeot-Citroën) hanno manifestato la volontà di adottare filtri adeguati a ridurre le emissioni, altre case automobilistiche del continente -come Opel, Ford e Fiat- nicchiano, “costringendo” i Paesi in cui hanno stabilimenti, come la Spagna o l’Italia, ad assumere posizioni potenzialmente dannose per la salute pubblica. Anche Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania e Polonia sarebbero favorevoli a posticipare l’introduzione di controlli più stringenti.


L’Africa in guerra con i diritti umani
Africa
Quando Yahya Jammeh, presidente del Gambia dal 1994 dopo un colpo di Stato, ha annunciato di non voler riconoscere l’esito delle elezioni (2 dicembre 2016) che l’avevano visto soccombere, l’allora Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha parlato di “oltraggioso e irrispettoso atto verso i cittadini”. L’accusa lanciata dal dittatore è la solita: “brogli”. E l’esercito è sceso in strada a presidiare la capitale Banjul. Tra i più piccoli Stati africani, il Gambia occupa un posto amaro nella classifica dei primi 10 Paesi per nazionalità degli sbarcati in Europa dopo la tratta nel Mediterraneo. Nel 2016, ogni 100 migranti, 3 erano gambiani. Come Senegal e Pakistan, che però hanno rispettivamente 10 e 100 volte il numero dei suoi abitanti (1,8 milioni). Le politiche repressive di Yahya Jammeh hanno messo in fuga centinaia di migliaia di persone.

Non va meglio in Egitto, dove il 7 dicembre 2016 è stata arrestata al Cairo Azza Soliman, fondatrice del centro di Assistenza legale alle donne egiziane.
Poco meno di un mese prima, le autorità del generale Abd al-Fattah al-Sisi le avevano congelato i conti bancari, impedendole anche di andare in Giordania. Amnesty International ha parlato a tal proposito di un “ultimo raggelante esempio della sistematica persecuzione ai danni dei diritti umani” nel Paese. Lo stesso in cui Giulio Regeni, giovane ricercatore friulano, è stato rapito, torturato, ucciso e abbandonato sul ciglio di una strada tra il gennaio e il febbraio del 2016. Le autorità egiziane hanno riconosciuto che per oltre due mesi era stato “monitorato” dalla polizia.


Australia, le comunità tradite
Oceania
In occasione delle Olimpiadi di Sydney 2000, le comunità aborigene e tribali furono messe in vetrina. 17 anni dopo, un rapporto governativo (“Overcoming Indigenous Disadvantage 2016”) mette in luce il fallimento delle politiche di sviluppo e benessere degli indigeni australiani. Solo l’1% di questi è impiegato come forza lavoro, il tasso di incarcerazione tra aborigeni e tribali è cresciuto del 77 per cento nell’ultimo decennio e il tasso di ospedalizzazione per autolesionismo del 56 per cento.


Sono 212 milioni i nuovi casi di malaria nel 2015 registrati dall’Organizzazione mondiale della Sanità, il 90% nell’Africa Sub-Sahariana.
I morti su scala globale sono stati 429mila. Il primo vaccino arriverà nel 2018


Tra Cina e Taiwan, gli Usa
Asia
Gli Stati Uniti sono l’unico Paese che vende armi a Taiwan, e ha solide relazioni con l’isola -è del 1979 il Taiwan Relations Act-: per questo, la telefonata di metà dicembre tra il presidente eletto Donald Trump e Tsai Ying-Wen, la presidente del Paese, non dev’essere considerata una sbadataggine.
Se Trump ha rotto la quarantennale “One China Policy”, che voleva l’isola “subordinata” al controllo di Pechino,
e rischiato di stimolare reazioni militari cinesi, è anche per dare indicazioni alla Cina in merito alle future relazioni con gli Usa: l’indebitamento del Paese guidato da Trump verso la prima ammonta a 1.157 miliardi di dollari, circa un terzo dei 3.900 miliardi di dollari in titoli del Tesoro che fanno riferimento a Paesi stranieri.
La politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni verrà guidata da Rex Tillerson, ex amministratore delegato di ExxonMobil, la prima multinazionale privata al mondo per produzione di barili di greggio (4,7 milioni nel 2014): “Ho scelto uno dei veri, grandi business leader del mondo” ha scritto Trump su Twitter.

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