Ambiente

Meglio spendere per l’acqua che per le armi

Le scelte di finanza pubblica

Sabato 9 aprile l’Unità ha ospitato un intervento di Luca Martinelli di Altreconomia a nome del Comitato referendario "2 sì per l’acqua bene comune". L’articolo risponde a due articoli di Erasmo D’Angelis, presidente di Publiacqua (in allegato), e Alfredo Di Girolamo, di Cispel-Confservizi Toscana, pubblicati dal quotidiano diretto da Concita De Gregorio nei giorni precedenti.  

Con la lettera aperta di Erasmo D’Angelis e l’intervento di Alfredo Di Girolamo, pubblicate nelle ultime settimane, le pagine de l’Unità hanno ospitato critiche diffuse ai due quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua. Per non ingenerare confusione negli elettori, chiamati a votare il 12 e 13 giugno, riteniamo doveroso replicare ad alcune affermazioni.
Di Girolamo, intanto, mette in bocca ai referendari parole che non sono nostre. Nessuno si sogna di “ripubblicizzare” il servizio idrico integrato con l’“abolizione” dell’articolo 23 bis (del dl 112 del 2008). Il referendum, è, per sua natura, abrogativo, e perciò non può produrre diritto positivo.
Ciò che contestiamo, è che l’articolo 23 bis (come modificato dalla legge Ronchi, la numero 166 del 2009) impone, sostanzialmente, di affidare la gestione del servizio tramite il meccanismo della gara. Tanto Di Girolamo, quanto D’Angelis, dovrebbero avere ben presente il provvedimento numero 17623 con cui l’Antitrust ha multato (nel 2007) le imprese Acea e Suez, per un accordo di cartello che ha viziato le gare per il servizio che si sono svolte in Toscana, comprese quella che ha portato a scegliere il socio privato della società oggi presieduta da D’Angelis. Purtroppo, nemmeno una sentenza dell’Antitrust ha il potere di sciogliere affidamenti che derivano da gare palesemente falsate. Ed è questo il motivo per cui, intanto, con il primo quesito referendario ci poniamo l’obiettivo di non vedere, in tutto il Paese, svolgersi gare secondo il “modello toscano”, che prevede un unico concorrente e il risultato scontato. Un successo referendario potrebbe invece servire a calendarizzare in Parlamento la legge d’iniziativa popolare del 2007 sottoscritta da 406mila cittadini, il cui testo parla invece di “ripubblicizzazione”. 
Il nodo centrale è però il secondo quesito referendario. Quello che fa riferimento al “tasso di remunerazione del capitale investito”. Il problema, però, non è lo spettro degli utili, dei profitti sull’acqua. Ciò che spaventa Di Girolamo è che, spiegando questo quesito, possiamo finalmente informare i cittadini che, in base alla dottrina tariffaria basata sul full recovery cost, dalla legge Galli (16/94) in avanti pagano di tasca propria (non con le tasse, ma in bolletta) gli investimenti sulla rete e anche gli interessi sui mutui aperti dalle società che gestiscono gli acquedotti.
Il secondo quesito è quello che ci permette di tornare a parlare, in relazione al servizio idrico integrato (ma anche agli altri servizi pubblici locali) di fiscalità generale e di finanza pubblica. Cosa sono, in fondo, 2 miliardi di euro all’anno d’investimenti a fronte di un bilancio dello Stato che sfiora gli 800? Lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini depurazione e fognature (oggi tocca solo ai tre quarti degli italiani) o i cacciabombardieri F35 (il conto, 18 miliardi di euro, è a carico dei contribuenti)? È una questione di investimenti, certo, ma anche di priorità. Noi le nostre le abbiamo scelte.

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