Ambiente / Intervista

La trappola delle megalopoli e le prove di resistenza ecologista

Entro il 2050 quasi due persone su tre al mondo vivranno in città con almeno 10 milioni di abitanti. Il pensiero gigantista uniforma gli habitat, concentra le ricchezze e mette ai margini le classi subalterne. Ma non tutti i territori desistono

Tratto da Altreconomia 226 — Maggio 2020
Tra le megalopoli del Pianeta il primato spetta oggi a Tokyo: la capitale del Giappone ospita 37 milioni di abitanti. © Pixabay

Il futuro è delle megacities. Se oggi nel mondo circa il 55% della popolazione abita nelle aree urbane, la percentuale è destinata ad arrivare al 68% da qui al 2050. Ad aumentare saranno anche le megalopoli, le città con una popolazione di almeno dieci milioni di abitanti che, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite “World urbanization prospects”, si concentreranno soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. E se oggi il primato spetta a Tokyo, la capitale del Giappone che ospita 37 milioni di abitanti, il trend futuro sarà trainato dall’India, la Cina e la Nigeria che, secondo l’Onu, costituiranno oltre un terzo dell’espansione. “L’accelerazione verso la dimensione globale”, che sottende a questa forma insediativa, è studiata nei suoi fondamenti teorici e nelle sue ripercussioni sul tessuto urbanistico da Ilaria Agostini, ricercatrice presso il dipartimento di beni culturali dell’Università di Bologna e docente presso la Scuola di Ingegneria dell’ateneo bolognese, nel libro “Biosfera. L’ambiente che abitiamo”, pubblicato da DeriveApprodi. Il testo, cui hanno lavorato anche Enzo Scandurra e Giovanni Attili, propone un’analisi dell’attuale crisi ecologica attraverso uno sguardo multidisciplinare che lega insieme sociologia, urbanistica e fisica. Nel saggio “Megalopoli e destino delle città”, Agostini riflette sul pensiero industrialista e “gigantista”, come si legge nel testo, che si pone alla base della continua espansione dei centri urbani. E, in un percorso teorico che definisce “in divenire”, contrappone i paradigmi critici propri delle esperienze del movimento ecologista che, dagli anni Settanta del Novecento, ha rivendicato “un diritto alla campagna” avanzando ipotesi teoriche e modelli abitativi alternativi che aspirano all’auto-organizzazione.

Negli ultimi decenni si è consolidato un modello di sviluppo urbanistico che si fonda sulla capacità attrattiva dei grandi centri urbani. Lei ha definito con l’espressione “gigantismo” l’ideologia che sta alla base delle megalopoli. Cosa intende?
IA Potremmo definirla come un’ideologia escatologica: la grande città, la megalopoli, è presentata come il fine ultimo del destino abitativo. Ed essendo un punto di arrivo, è interpretata come il luogo in cui tutti i problemi possono essere risolti e le condizioni di vita migliorate. Alla base c’è la tesi che ciò che è più grande è migliore. Una narrazione dell’iper e del mega che arriva ad ammantare di sacralità anche la crescita economica. A questo si aggiunge la retorica per cui le diseguaglianze e iniquità sociali sarebbero risolte proprio grazie alle nuove forme abitative. Si tratta di un paradigma che ha connotati totalizzanti: cancella le differenze tra gli habitat, finendo per renderli omogenei. Uniforma e unifica le città.

“Per il pensiero ecologista, un equilibrio tra le attività antropiche ed extraumane garantisce la cura del territorio, da trasmettere integro anche alle generazioni future”

In particolare, fa riferimento al caso di Pechino. Conta 21 milioni di abitanti ma il progetto cinese è farne una vasta megalopoli popolata da 130 milioni di abitanti su oltre 100mila chilometri quadrati. É il progetto del “Jing-Jin-Ji”: fondere la città con il porto di Tianjin e la regione dell’Hebei.
IA Pechino aspira a diventare una capitale globale ma in uno Stato che sta affrontando una scarsità di risorse agricole e che, anche per questo, punta al continente africano. Nelle metropoli cinesi, dove le aree rurali sono ridotte a una minima parte, si prevedono iniziative di riforestazione per mirare a migliorare la qualità dell’aria e della vita dei cittadini. Ma si tratta di cure palliative e non mi riferisco solo al caso cinese. Parlo di progetti come il vertical farming (una tecnica di coltivazione in edifici su scaffalature illuminate che mirano a ricreare artificialmente le condizioni ambientali adatte per la crescita, ndr) oppure alle coltivazioni rooftop sugli edifici nelle aree metropolitane. Penso anche a Porta Nuova o al Bosco Verticale a Milano: le pareti verdi o i grattacieli verdi, oppure le foreste urbane, sono compensative e non mettono in nessun modo in discussione il paradigma abitativo in cui sono calate. Al contrario, possono anche dare origine ad altri fenomeni: la lottizzazione di nuovi quartieri, magari affacciati sul verde e firmati da archistar, che portano a ulteriori esclusioni e selezioni di parti di popolazione. È quasi un tradimento che l’urbanistica fa del movimento ecologista, che invece storicamente ha pensato e proposto forma altre dell’abitare nel segno di un nuovo rapporto tra città e campagna.

In futuro i più grandi conglomerati urbani saranno localizzati in India (New Delhi qui sopra), Cina e Nigeria. © Pixabay

Nel suo saggio parla anche di “Grand Paris”: il progetto prevede che a Parigi si arrivi a 12 milioni di abitanti nel 2030 e a 15 milioni di abitanti nel 2050. Al centro della grandeur francese, c’è la supermetropolitana “Grand Paris Express”: un totale di duecento chilometri di percorso e settantadue nuove stazioni della metropolitana.
IA Come scrivo nel saggio, Parigi intende promuovere “nuovi stili di vita” nei cluster (che sono centri di insegnamento superiore per la ricerca e l’innovazione), raggruppati in “poli di competitività che ospitano le imprese e i loro quadri. In un progetto di tale portata bisogna tenere in considerazione le ricadute sulle persone e sugli abitanti della città: il gigantismo delle megalopoli produce gerarchie all’interno dell’habitat urbano ed espelle le classi popolari. Al centro, l’innovazione e la classe delle élites globali. In periferia, le classi medie. Ai margini e nelle aree dequalificate, le classi subalterne.

Negli anni Settanta e Ottanta, il movimento ecologista ha dato il via a esperienze che hanno rivendicato “un diritto alla campagna”. Ha parlato di un tradimento dell’urbanistica verso il movimento ecologista. Quali sono i principi dell’ecologismo?
IA Ci sono tre elementi che danno forma al pensiero ecologista riguardante l’habitat umano. Sono la cura, le relazioni e la riproduzione intesa come equilibrio tra la produzione dei beni necessari alla vita e la riproduzione. Questi principi sono alle base delle teorie che l’ecologismo ha sviluppato in merito ai territori, le città e a come questi possono trasformarsi. Per il pensiero ecologista, un equilibrio tra le attività antropiche ed extraumane garantisce la cura del territorio, da trasmettere integro anche alle generazioni future. Uno degli archetipi è “il villaggio” indipendente ma federato in una moltitudine di villaggi. La sua autonomia è stata teorizzata in parte negli ashram di Gandhi: si fonda sulla swaraj, l’autogoverno e l’autorganizzazione; swadeshi, l’autonomia o la capacità di darsi le proprie regole secondo la sapienza popolare e sathyagrah, l’uso previdente e accorto delle risorse da ottenere nell’ambito della non-violenza.

Che soluzioni possono venire dall’urbanistica?
IA Dall’urbanistica possono venire forme per ripensare le città non in competizione tra loro ma in collaborazione e coevoluzione. Un esempio in Italia può essere rappresentato dai biodistretti e dalle bioregioni, luoghi in cui si può sperimentare una co-gestione dei territori. Secondo il poeta Gary Snyder, significa mettere al centro delle politiche territoriali il buen vivir prendendo consapevolezza dei limiti delle risorse vitali, producendo direttamente il proprio ambiente di vita e affrontando la questione dell’autonomia energetica e agroalimentare. In Italia, ci sono alcune esperienze interessanti nel piano paesaggistico toscano. Penso anche al Parco Agricolo Sud di Milano (si tratta di un’area naturale protetta che comprende sessanta comuni, su un’area ad arco tra la città e i suoi confini meridionali, ndr) che rappresenta un tentativo di collegare la città ai territori anche valorizzando l’agricoltura e la produzione biologica. Il movimento ecologista aveva messo in atto esperienze micro territoriali. Penso al caso di Mondeggi, nel comune di Bagno a Ripoli in provincia di Firenze: una comunità diffusa di cittadini che si riconosce nell’idea di terra come bene comune. Lavora per la diffusione di un modello di agricoltura locale e naturale attraverso una gestione sostenibile dei territori e dei beni agricoli di proprietà pubblica. Ha creato un legame sociale tra i contadini e le realtà locali. Un esempio meritevole di essere riprodotto.

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