Ambiente

Marezzane è salva: bocciata la cava nel Parco della Lessinia, a Verona

La Soprintendenza per i beni e le attività culturali esprime parere negativo rispetto al progetto di coltivazione di Cementi Rossi, che avrebbe estratto quasi 7 milioni di metri cubi di marna nei prossimi 24 anni. Il tutto era funzionale all’ammodernamento del cementificio di Fumane in Valpolicella (Verona), sempre più un co-inceneritore, stoppato dal Tar del Veneto nel marzo scorso, come raccontiamo nel libro "Le conseguenze del cemento" 

"Marezzane non si tocca!”. L’istanza di coltivazione mineraria sulla collina di Marezzane, nel comune di Marano di Valpolicella (Verona), presentata dall’industria Cementi Rossi, non può essere accolta. L’iter è durato tredici anni, ma alla fine il parere (vincolante) della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le Province di Verona, Rovigo e Vicenza, è arrivato -trasmesso alla Regione Veneto il 6 dicembre scorso- ed è negativo: “Non sussistono le condizioni per poter esprimere parere favorevole ai proposti interventi” scrive il soprintendente Gianna Gaudini.
Cementi Rossi, che in Valpolicella gestisce un cementificio (vedi Ae 126), nel territorio del Comune di Fumane, dovrà rinunciare a cavare 6.891.000 metri cubi nei prossimi 24 anni, sbancando un’area di oltre 26 ettari, e a costruire una strada di servizio, lunga 2 chilometri e larga in media tra i 13 e i 16 metri. Il tutto in un’area che, in parte, ricade all’interno del Parco naturale regionale della Lessinia, e in una zona famosa in Italia e nel mondo per il suo vino e le sue ciliege. 
Fumane Futura, Legambiente Verona e Valpolicella 2000, le tre associazioni attive sul fronte “cave” e “cementificio”, hanno salutato il documento della Soprintendenza scrivendo: “È un giorno storico. Un giorno in cui tutta la Valpolicella può festeggiare, una grande occasione per tutti i suoi abitanti per prendere coscienza dell’inestimabile valore che rappresenta quel territorio […]”.
“Le associazione e comitati -spiegano- sono da 13 anni impegnate a contrastare i progetti di espansione mineraria”. Raggiungo al telefono Daniele Todesco, presidente di Valpolicella 2000, associazione nata -tra l’altro- per realizzare un “controllo assiduo sul corretto e legittimo esercizio delle attività economiche, in particolare di quella di cave, cementifici e simili, nel territorio della Valpolicella”.
Daniele m’invita a leggere con attenzione il parere della Soprintendenza (che trovate in allegato), sette pagine trasmesse via fax alla Regione Veneto, che definisce “esemplare”. Quattro ambiti di riflessione portano l’architetto Anna Federica Grazi, responsabile del procedimento e dell’istruttoria, a non condividere il parere favorevole espresso dalla Regione Veneto in merito al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica.
Il primo fa riferimento a questione paesaggistiche: le opere progettate (cava e strada) “comporteranno la modifica irreversibile e negativa del pregevole ambito collinare e pedemontano, […] introducendo alterazioni permanenti e negative dell’assetto morfologico, percettivo e panoramico”. Tutto ciò, spiega la Soprintendenza, sarebbe in contrasto con la Convenzione europea del paesaggio, ratificata dall’Italia con la l. 14/2006 e anche con l’articolo 9 della Costituzione italiana, in base al quale “La Repubblica […] tutela il paesaggio e il patrimonio storico ed artistico della Nazione”. Nel parere, la Soprintendenza aggiunge che “non può altresì essere valutata favorevolmente la demolizione della corte rurale risalente al ‘700 ubicata sulla sommità del rilievo (di Marezzane, ndr), tipico esempio della tradizione costruttiva locale, che seppur versando in precarie condizioni a causa dell’assenza di interventi manutentivi da parte della proprietaria ‘Industria Cementi Giovanni Rossi spa’, conserva l’immagine caratteristica dei tipici edifici rurali presenti nel territorio collinare, testimonianza delle interrelazioni tra il contesto ambientale, l’opera dell’uomo e il sistema insediativo”. Sono, scrive la Grazi, “testimonianza di civiltà”.
La seconda “nota” che la Soprintendenza invia a Cementi Rossi, riguarda un’idea di “do ut des” che risulterebbe dalla proposta dell’azienda, che prevede di chiudere un cantiere di cava, quello di “Barbiaghe”, e di rinaturalizzarlo come “fattore di compensazione nell’ambito del progetto di coltivazione mineraria di Marezzane”. “Pur essendo auspicabile e meritevole di considerazione, non appare sufficiente a giustificare un eventuale giudizio positivo sul cantiere Marezzane” è il giudizio dell’organo del ministero per i Beni e le attività culturali.
Secondo la Soprintendenza, ed è il terzo punto, la relazione della Direzione urbanistica della Regione “non fornisce specifiche motivazioni di compatibilità rispetto ai livelli di tutele paesaggistica operanti”. In particolare, laddove scrive che “non si possono ritenere trascurabili le variazioni morfologiche prospettate dal progetto di Marezzane, con l’abbassamento di oltre 70 metri della sommità collinare”.
Infine, quarto, il progetto in esame “avrebbe dovuto contenere anche l’indicazione delle opere correlate all’attivazione della miniera di Marezzane, cioè l’ammodernamento e ampliamento della cementeria di Fumane, e la realizzazione della nuova tangenziale ovest”, interventi “da considerarsi funzionali gli uni agli altri e pertanto, necessariamente, tali da dover essere valutati unitariamente sotto il profilo dell’impatto paesaggistico”.
A marzo 2011, il Tar del Veneto ha bocciato il progetto di ammodernamento della cementeria presentato da Cementi Rossi, che con l’ampliamento dell’impianto prevedeva anche un aumento dell’utilizzo di rifiuti come combustibile nei forni di produzione del cemento. Secondo Fumane Futura, Legambiente Verona e Valpolicella 2000, da una lettura congiunta della sentenza del Tar e di questo parere della Soprintendenza emerge che “è stato definitivamente sancito che [in Valpolicella] non c’è più futuro per questa progettualità”, che “finisce un’epoca iniziata 50 anni fa e se ne apre una nuova per il futuro del territorio”.
La partita, però, è ancora aperta: il prossimo 17 gennaio, infatti, il Consiglio di Stato è chiamato a decidere in merito al ricorso con cui Cementi Rossi chiede che venga cancellata la sentenza del Tar, quella che ha bocciato un “piano di rilancio” del cementificio basato sull’utilizzo dei rifiuti (1/continua).   

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