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L’orgoglio indigeno nella Bolivia che cambia – Ae 66

Numero 66 – novembre 2005 Nel Paese simbolo delle lotte contro le privatizzazioni dell’acqua e del gas e contro le multinazionali, le storie delle piccole realtà dei produttori del commercio equo che credono in una economia diversa Da alcuni anni…

Tratto da Altreconomia 66 — Novembre 2005

Numero 66 – novembre 2005

Nel Paese simbolo delle lotte contro le privatizzazioni dell’acqua e del gas e contro le multinazionali, le storie delle piccole realtà dei produttori del commercio equo che credono in una economia diversa

Da alcuni anni la Bolivia è al centro di movimenti che fanno sognare i forum sociali di mezzo mondo: il popolo indigeno contro le multinazionali che privatizzano l’acqua e il gas, e che rendono il lavoro flessibile e la vita precaria. Ma dalla Bolivia arrivano anche tanti prodotti che troviamo nelle botteghe del commercio equo e solidale: artigianato, quinoa, cacao.

Quanto hanno in comune i produttori del fair trade con i movimenti sociali che stanno sconquassando il Paese?

Dipende dalle domande che ponete loro.

Antonia Moscoso è stata recentemente intervistata da un noto quotidiano italiano, che ha dato largo spazio alle sue analisi sui movimenti sociali. Quel che il giornale non ha detto, è che Antonia è anche la fondatrice e l’anima di Señor de Mayo, un’associazione di artigiane di commercio equo (si può leggere qualcosa sull’associazione all’indirizzo http://www.liberomondo.org/pagine%20produttori/senor_pagina.htm).

Eppure Antonia potrebbe raccontarvi per ore di maglioni da colorare e di donne maltrattate dai mariti, di nuovi disegni da imparare per essere più competitivi sul mercato internazionale e di gruppi di donne da organizzare. Magari senza accennare mai alla sua attività per il Mas (il Movimento al socialismo guidato da Evo Morales, ex sindacalista dei coltivatori di coca) la vera novità politica e amministrativa di questi anni.

Thunupa Nina invece è tra i fondatori di Anapqui, l’associazione dei produttori di quinoa biologica (vedi http://www.associazionequinoa.it/comunitadicura.html). Nella sua casa in riva allo straordinario lago Salar de Uyuni ha una sorta di cappella personale per pregare il dio dei condor, della coca e della quinoa. La casa è ospitale come possono esserlo solo le case che non hanno acqua corrente ma un pozzo nel giardino, dove ci si scalda tutti attorno alla stufa alimentata a sterco secco, seduti su pelle di lama, dove si potrebbe parlare per ore interrompendosi solo per sbirciare le stelle là fuori. Thunupa sostiene che per gli aymara coltivare quinoa significa praticare “strategie di resistenza”. D’altronde da queste parti gli indigeni sono abituati a resistere. Più o meno da cinquecento anni.

“Il nostro è un lavoro comunitario e solidario -spiega Thunupa- gli utili vengono ridistribuiti ai produttori. Vorremmo mantenere questa organizzazione economica proveniente dalla cultura tradizionale aymara; allo stesso tempo cerchiamo di utilizzare le tecnologie moderne”. Non sono solo slogan: a Challapata quelli di Anapqui hanno installato la fabbrica più grande del Paese per la produzione della quinoa, le certificazioni biologiche corrispondono alle norme richieste in mezzo mondo, negli uffici c’è perfino la possibilità di connettersi a Internet: con un filo traballante che, teso, attraversa la stanza. Però funziona.

Attorno al fuoco Thunupa racconta: “La quinoa per noi è la vita stessa. I nostri antenati la coltivavano già cinquemila anni fa. Noi seguiamo i nostri antenati”.

Nella sua casa, Thunupa sogna di marce aymara che attraversano le Ande per una sorta di “Internazionale della quinoa” sventolando le proprie whipala (come quella della foto in basso a sinistra).

Herman Trujillo Pérez è un vero trafficante internazionale di cacao; nella regione in cui vive altri preferiscono occuparsi di coca. “Le mie piantine sono tutte legali e certificate” dice “don” Herman, che sorride e spiega: “Il cacao mi ha cambiato la vita. Non ho mai avuto la tentazione di coltivare coca”. Don Herman ha selezionato le migliore piante di cacao, le ha incrociate, è andato a cercarle in Ecuador, Perù, Brasile, Trinidad, Costa Rica, Colombia. È il tecnico più anziano della cooperativa El Ceibo (qualche info a questo indirizzo:

www.altromercato.it/it/produttori/schede_produttori/sud_america/bolivia/FX).

Lavora qui dal 1987. Con il tempo e l’esperienza è diventato un’autorità, anche i neolaureati vengono qui per un periodo di stage sul campo. Come Sergio Walker Ichuta, un agronomo di venticinque anni, che per El Ceibo rappresenta il futuro. Sergio e don Herman camminano fianco a fianco, parlottando a voce bassa. A volte si fermano a toccare una foglia e un tronco, si scambiano uno sguardo di intesa, al massimo una parola: i segreti del cacao si trasmettono anche così.

L’anno scorso Bernardo Apaza aveva girato l’Italia per spiegare con precisione e professionalità le caratteristiche del mercato internazionale del cacao. Quando lo rivediamo a un’ora di fuoristrada da Sapecho, in una Bolivia di fiume e foreste che sembra lontanissima dalle Ande, Bernardo ci saluta, stivaloni di gomma ai piedi e abbigliamento da lavoro, appena fuori dalla sua capanna: al suo fianco la moglie Eleuteria. Bernardo Apaza è stato per alcuni anni sia presidente del Ceibo sia responsabile dei rapporti con l’estero. Adesso è tornato “contadino del Sud del mondo”, versione tradizionale. Per scelta e per statuto nel Ceibo i dirigenti sono tutti produttori e una volta terminato il loro mandato tornano a coltivare i propri appezzamenti. Da contadini a manager e ritorno, dunque.

Tre storie, tre esperienze di un’“altra economia”, legate da un filo rosso: Antonia è india, ed è fiera di esserlo; Thunupa è aymara che più aymara non si può; Bernardo è un indio degli altipiani emigrato nelle Yungas. La Bolivia è diventato il simbolo, forse suo malgrado, della lotta tra movimenti indigeni di base e grandi multinazionali. Bisogna forse prendere un po’ con le pinze i giornali di mezzo mondo che a giugno titolavano della “vittoria degli indios” dopo le dimissioni di Carlos Mesa.

Però c’è un elemento che non si può ignorare: la Bolivia è indigena per almeno il 60% dei suoi nove milioni di abitanti.

E in Bolivia gli indigeni e i movimenti sociali hanno fatto cadere due presidenti in due anni.

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Bolivia

Popolazione: 9,1 milioni

Aspettativa di vita media: 64 anni

Pil pro-capite: 960 dollari Usa

Lingue principali: Spagnolo, quechua, aymara, guarani

La ricchezza naturale della “Repubblica de Bolivar” è pari solamente alla povertà economica della sua gente. Dalle vette imbiancate che sovrastano l’altopiano andino fino ai ricchissimi corsi d’acqua che attraversano il confine meridionale della selva amazzonica, la Bolivia incarna una sorta di “microcosmo” del nostro pianeta (possiede tutti i tipi di suoli geologicamente classificati). Acqua, argento, stagno, gas naturale, petrolio: le fortune nascoste nel sottosuolo boliviano sono da più di 500 anni la maledizione del popolo che lo abita. Dai corregidores spagnoli fino alle multinazionali di oggi, i boliviani non hanno mai smesso di assaporare il gusto amaro dell’avidità altrui. Questo è il Paese con la più alta percentuale (85%) di indigeni (Quechua, Aymara, Metizos) di tutto il Sudamerica e, insieme al Nicaragua, il più povero: nel 2004 il Pil è stato pari a 8,8 miliardi di dollari mentre il 64% della popolazione viveva con meno di 2 dollari al giorno. (am)

200 anni, 200 colpi di Stato

Dal 1825, anno in cui Simon Bolivar ne proclama l’indipendenza dalla Spagna, il Paese è stato teatro di quasi 200 tra colpi e contro-colpi di Stato. Nell’ottobre 2003, dopo aver tentato di fermare col sangue le proteste popolari, il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada (“Goni”) è costretto ad abbandonare il Paese. Il suo successore Carlos Mesa, incapace di dare stabilità al Paese, rassegna le dimissioni nel giugno del 2005. Oggi il potere è temporaneamente nelle mani di Eduardo Rodriguez Veltzé (nella foto). Oggetto dei disordini, la nazionalizzazione del gas naturale e dell’acqua, e la maggiore autonomia che le amministrazioni dei departementos (in particolare quello della “ricca” Santa Cruz) richiedono al governo centrale di La Paz. Il 4 dicembre sono previste le elezioni presidenziali: favorito l’indigeno Evo Morales, sindacalista dei piccoli coltivatori della foglia di coca (la Bolivia ne è il terzo produttore mondiale alle spalle di Colombia e Perù) molto vicino a Hugo Chavez e Fidel Castro.

 

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