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Ambiente / Opinioni

L’incoerenza di Zaia e Fedriga nel commemorare la tragedia del Vajont

L'intervento del governatore Fedriga davanti alla diga del Vajont © Regione Friuli-Venezia Giulia

Nelle celebrazioni del 60esimo del disastro, i presidenti di Veneto e Friuli-Venezia Giulia hanno denunciato l’avidità e il delirio di onnipotenza dell’uomo sulla natura. Dimenticandosi del consumo di suolo e della cementificazione diffusa nei territori che governano. Tra autostrade, Olimpiadi e Prosecco. Il commento di Paolo Pileri

I discorsi istituzionali sono qualcosa di solenne, il patto di rinnovamento e lealtà tra chi governa e chi è governato. Quindi li ascolto con attenzione e ne faccio l’analisi logica. Ecco, di logica ne ho trovata ben poca in quelli fatti dai due presidenti regionali Massimiliano Fedriga (Friuli-Venezia Giulia) e Luca Zaia (Veneto) nel giorno della commemorazione del 60esimo della tragedia del Vajont. Entrambi hanno usato parole toccanti e di assoluto rispetto per le vittime, ma è nel parlare del rapporto tra uomo e natura che i loro discorsi si fanno incredibili, nel senso di non credibili alle mie orecchie. La storia recente del governo del territorio di quelle due Regioni, infatti, li smentisce.

Prima però dobbiamo di nuovo ricordare un passaggio chiave della storia del Vajont: è stata una rapina di terre in nome dell’interesse pubblico ma che in realtà era privatissimo. Torniamo ai discorsi. Il presidente Zaia ha detto che “L’uomo non è invincibile davanti alla natura” e ha addirittura suggerito di cambiare il titolo della giornata del 9 ottobre: non più in memoria delle vittime di disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo, ma “dal delirio di onnipotenza dell’uomo”. Il “vicino” politico Fedriga lo aveva anticipato dicendo che bisogna “conoscere a fondo quanto sia delicata la terra su cui camminiamo”. 

Parole importanti ma che dette in Veneto e in Friuli-Venezia Giulia stonano perché non corrispondono ai fatti riguardanti proprio l’uso del suolo che lì si fa, con una disinvoltura senza pari. Su questo punto bisogna capirci e fare e chiedere chiarezza. O abbiamo davanti due politici illuminati che fanno discorsi di pentimento su quanto finora portato avanti dal loro governo del territorio ma hanno in tasca riforme urbanistiche rivoluzionarie che domani ci diranno, oppure stiamo assistendo di nuovo al teatro dell’ipocrisia. 

Il Veneto è il secondo consumatore nazionale di suolo da anni e anni. Nel 2020-2021 ha cementificato altri 684 ettari, 1,4 metri quadrati in più per ogni veneto, portando la quota totale di cemento sulle spalle di ogni abitante a 450 metri quadrati. L’autostrada Pedemontana è lì da guardare: otto milioni di metri quadrati di aree prevalentemente agricole sono state prima espropriate alle aziende agricole (ne sono saltate circa tremila) e poi asfaltate; un imprecisato numero di metri cubi di suoli sani rimossi; migliaia di metri cubi di sabbia, cemento e ghiaia cavati qua e là lasciando buchi ovunque.

Sarebbe interessante sapere se c’è più cemento nella diga del Vajont (350mila metri cubi di cemento) o nei 95 chilometri di Pedemontana e strade varie di collegamento. Questo è o non è delirio di onnipotenza dell’uomo? Proprio a Longarone si sta allargando la strada per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Gli insediamenti logistici in Veneto sono esplosi in gran numero, mangiando suolo e riproponendo la medesima cultura predatoria della terra parente di quella del Vajont.

Come può tutto questo dirsi fuori dal delirio di onnipotenza dell’uomo? Fino a ieri il presidente Zaia è stato uno strenuo sostenitore della pista di bob a Cortina per le Olimpiadi 2026 nonostante la conclamata assurdità di quel progetto con un fortissimo impatto ambientale e paesaggistico (cosa che è la cifra di tutte le Olimpiadi 2026, i cui progetti e le relative realizzazioni non brillano per trasparenza verso i cittadini). 

Possiamo poi citare il tanto amato Prosecco veneto, vero marchio di fabbrica dell’agricoltura industriale della Regione, dove le vigne hanno eliminato ogni forma di biodiversità paesaggistica per ettari ed ettari in nome dello spritz e dove i terreni sono pieni zeppi di erbicidi (glifosato incluso) e insetticidi: come può tutto ciò dirsi fuori dal delirio di onnipotenza dell’uomo? E potremmo citare i disastri da Pfas che riguardano la contaminazione di acque e terreni interessando oltre 300mila abitanti tra le province di Verona, Vicenza e Padova (mezzo Veneto). Sono tanti i volti con i quali i Vajont si presentano oggi. E il presidente Zaia si permette pure di dire che bisogna ascoltare di più i giovani. Dice sul serio? Poteva farlo a Cortina dove erano lì a protestare insieme a migliaia di altri giovani da tutta Italia per chiedere lo stop agli scempi delle Olimpiadi. Ma non ricordo di aver visto lui o la sua Giunta.

Passiamo al Friuli-Venezia Giulia. Belle le frasi del suo presidente: la memoria “deve essere la leva per intendere il modo nuovo di gestione del territorio” oltre alla citata “conoscere a fondo quanto sia delicata la terra su cui camminiamo”. Peccato però che, se andiamo a vedere il termometro del consumo di suolo, anche il Friuli non può certo vantarsi di non aver fatto man bassa di terre agricole per spalmarci cemento. In piena pandemia ha asfaltato quasi 100 ettari in un solo anno, un aumento di 0,82 metri quadrati per ogni friulano (secondo i dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, Ispra) portando il rapporto suolo cementificato per abitante a 527,5 metri quadrati contro una media nazionale di 360. Allora, mi chiedo di che cosa stiamo realmente parlando. Se abbiamo sentito discorsi che trovano riscontro in questo o in un altro Pianeta. E tutto questo davanti al più grande disastro della storia del cemento e della rapina di suolo in Italia, nel cuore delle Alpi, in un’Italia flagellata dal dissesto idrogeologico e con una classe politica nei fatti indifferente al riscaldamento globale. 

“Dobbiamo superare la logica dell’apparire sensibile al problema e allo stesso tempo non avere il coraggio di effettuare cambiamenti sostanziali”, così papa Francesco una decina di giorni fa nella sua esortazione Laudate Deum (pt. 56), già tradita. In ultimo ho sofferto per il mancato ricordo di Tina Merlin, emblema di lungimiranza e di spazio al pensiero critico: avrei citato lei al posto del nome e cognome del generale degli alpini. Al più, entrambi. Personalmente delle conclusioni dei tanti discorsi sul Vajont, il finale che più ho apprezzato e che trovo davvero il più azzeccato è quello del testo teatrale di Marco Paolini e Marco Martinelli per VajontS 23: “Ribelliamoci. Ribelliamoci. Ribelliamoci”. Ipocrisia, no: risparmiatecela. 

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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