Altre Economie

L’inclusione tutto l’anno

Persone senza fissa dimora, donne senza lavoro, rifugiati politici: nel vicentino tre progetti coniugano arte e attenzione sociale

Tratto da Altreconomia 152 — Settembre 2013

“Sai cos’è un esploso, in meccanica?”. Simone ha i capelli corti, a spazzola, gli occhiali da sole sul viso e un passato da meccanico. La fotografia in bianco e nero che ritrae il suo volto è tagliata in tanti pezzetti e ricostruita con delle piccole frecce: “Ecco, questo è un esploso”, dice mostrandola. Accanto a lui, che ha 44 anni ed è padovano, c’è Douadi, trentanovenne algerino, in Italia da 16 anni. Seguendo i lineamenti del suo viso bicromatico, sulla carta fotografica sta scrivendo la Costituzione italiana: “In italiano e in arabo. Appartengo a due Paesi, due culture e voglio mostrarle entrambe”, spiega. Antonio, nato a Vicenza 51 anni fa, ha colorato solo qualche dettaglio della polo che indossava quando l’hanno fotografato: “Il viso, ho preferito lasciarlo così com’è”, dice sottovoce.
Antonio vive nella casa di accoglienza della Caritas diocesana di Vicenza (www.caritas.vicenza.it) dal 2010; Simone sta ad Arzignano (Vi), nella casa Alice Dalli Cani (www.casadallicani.org); Douadi abita a Casa Bakhita, a Schio (Vi, www.samarcandaonlus.it). Sono tre delle 6 case di accoglienza della Rete provinciale di inclusione sociale, nata nel 2003 su iniziativa della Caritas vicentina, con un contributo di 3 milioni 580mila euro della Fondazione Cariverona: ne fanno parte 5 Comuni -Vicenza, Bassano del Grappa, Schio, Valdagno e Arzignano-,  per un totale di 109 posti letto e 160 posti mensa. Il progetto “Anno incluso” (www.annoincluso.it), nato nel 2010 a Casa Bakhita per favorire l’inclusione nell’incontro tra arte e sociale, coinvolge oggi -alla sua quarta edizione- tutte le 6 case della Rete, 40 ospiti senza fissa dimora dai 20 ai 72 anni, 13 lavoratori e 10 collaboratori esterni. I partecipanti -come Simone, Douadi e Antonio- sono tutti uomini e il 50% di loro è immigrato; lo scorso giugno hanno partecipato a un laboratorio residenziale sulle colline del Tretto, sopra Schio: tre giorni di esercizi teatrali -condotti dagli artisti Andrea Fagarazzi e I-Chen Zuffellato (www.fagarazzizuffellato.com)- ed esperimenti grafici sui ritratti realizzati dal fotografo Piero Martinello con Lorenzo Fanton. Questa collezione di tagli stretti in bianco e nero, personalizzati da ciascuno in libertà, diventerà un calendario: “Chi è questa persona? Qual è la sua storia?”, sono le domande che 12 mesi di volti vogliono suscitare in chi li osserva.

Tra tavole imbandite di piatti di colore, spatole, matite e pennelli, Marina Pigato racconta l’esperienza di Anno incluso. Fu lei, educatrice di Casa Bakhita e coordinatrice del progetto, a dare avvio con una collega al primo laboratorio di teatro con gli ospiti dell’istituto. “Casa Bakhita è un contesto di accoglienza dove le persone vengono per brevi periodi. Perciò non potevamo restituire i contenuti del laboratorio con uno spettacolo vero e proprio”. Da qui l’idea di fare degli scatti fotografici per un calendario, indossando abiti d’alta moda: Anno dopo anno, i calendari sono venduti per sostenere il progetto (5mila copie, a 10 euro l’una, in vendita anche sul sito del progetto). Nelle case della città, in luoghi altrimenti inaccessibili ai senza fissa dimora, “le immagini parlano mese dopo mese e diventano uno strumento che incide sul territorio”.
I nuovi partner del progetto 2013 sono quattro imprenditori -Roberto Zuccato, Laura Dalla Vecchia, Paolo Monaco e Cristiano Seganfreddo-, coinvolti nella realizzazione di un docufilm, per la regia di Elisabetta Abrami, Lorenzo Fanton e Michele Reghellin, che vuole spiazzare lo spettatore, accostando la realtà dell’imprenditoria a quella dei senza fissa dimora. La distanza tra questi due mondi si è accorciata per effetto della crisi, sostiene Cristiano Seganfreddo, che ama definirsi un “produttore culturale”: “Nell’imprenditoria non ci sono più spazi di sicurezza, né privilegi. È necessario allora costruire nuove forme di economia, a partire dalla condivisione di un’idea in una comunità sociale. E l’inclusione sociale è un tema fondamentale nel percorso di transizione verso queste economie di rete”.
La costruzione di relazioni che valorizzino i talenti di ciascuno al di là dei pregiudizi sta alla base di un altro progetto della Caritas vicentina, dove il bianco e nero delle fotografie di “Anno incluso” lascia il posto a macchine da cucire, fili e forbici, bottoni spaiati, nastri colorati. Il laboratorio di sartoria interculturale ProFilo è nato nella primavera del 2011 per favorire l’inclusione sociale delle donne rom e sinte, “che nei campi dove vivono intagliano e cuciono stoffe multicolorate con uno stile veloce”. A parlare -nel laboratorio lungo l’ansa del fiume Bacchiglione, a un passo dal centro storico di Vicenza- è Giovanna Binotto, operatrice sociale della Caritas e animatrice della sartoria con la modellista tedesca Katharina Hoch. Qui lavorano stabilmente 8 donne: 2 rom e una sinta, una marocchina, una croata e una nigeriana, oltre a 2 italiane; altre 7 sono volontarie. Qui si usano solo tessuti e materiali di scarto, donati e trasformati in abiti su misura, accessori originali e vestiti da sposa, oltre a essere usati per piccole riparazioni. Una filiera simile a quella dell’atelier Nuele, a Santorso (Vi). Qui, al posto di 8 donne, alle macchine da cucire c’è un uomo solo: Arshad, iracheno di 33 anni, approdato sulle coste di Catanzaro 5 anni fa, “con le barche della Turchia, 7 giorni per mare”, ricorda.
In Italia ha ottenuto la “protezione sussidiaria” -una forma di protezione internazionale regolata dal decreto legislativo 251/2007- e imparato il mestiere di sarto nel laboratorio dell’associazione “Il mondo nella città” (www.ilmondonellacitta.it), lui che nel Nord dell’Iraq aggiustava cellulari e computer. L’associazione, che oggi ha 6 dipendenti, è nata nel 2000 per dare accoglienza a richiedenti e titolari di protezione, quando “ancora non esisteva ancora una rete nazionale di accoglienza”, spiega Chiara Ragni, operatrice dell’associazione. Con la creazione di un sistema di accoglienza nazionale e diffuso l’associazione entra prima nel Piano nazionale asilo (Pna) e poi nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar, vedi box). Oggi l’associazione accoglie, con il Comune di Santorso, 19 persone (di cui 7 donne) tra i 18 e i 52 anni, da Nord Africa e Afghanistan. L’intreccio della carta per realizzare piccoli oggetti di artigianato è l’attività che dà il nome all’atelier: “nuele” significa treccia, in lingua swahili. Un progetto che nel 2007, grazie a un finanziamento dall’Anci, è cresciuto, con l’allestimento di una sartoria di borse e accessori. I tessuti sono recuperati da campionari, fabbriche tessili e aziende agricole: dal tessuto plastico usato nei campi per ombreggiare e riparare le colture si creano borse da viaggio. “Utilità, praticità, multifunzione e accessibilità sono le caratteristiche di tutte le nostre borse”, spiega Francesca Capovin, responsabile del progetto. La vendita è diretta, in laboratorio, su ordinazione o tramite i Gas. Arshad è stato il primo uomo a sedersi davanti alla macchina per cucire: “Ho imparato questo lavoro aspettando le carte per il mio permesso di soggiorno. È passato molto tempo, perché i miei documenti sono stati perduti”. Oggi, alcuni modelli sono disegnati da lui. —

Rifugiati, 151 progetti di accoglienza
Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) è stato istituito dalla legge 189 del 2002, conosciuta come “Bossi-Fini”. Tra il 2011 e il 2013 sono stati realizzati 151 progetti di accoglienza, per un totale di 4.500 posti in 128 enti locali, 70 Province e 19 Regioni. La maggior parte dei beneficiari ha un’età compresa tra i 18 e i 40 anni, un’istruzione medio-alta (il 40% ha un diploma di scuola superiore) e il 77% è di sesso maschile. Secondo i dati del Servizio centrale dello Sprar -che fa capo al ministero dell’Interno-, “il 70% degli accolti nel 2011 ha raggiunto un livello di inserimento socio-economico tale da poter proseguire autonomamente la propria vita fuori dallo Sprar”. Info: www.serviziocentrale.it

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