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Se l’Europa promuove l’industria delle armi

Le realtà pacifiste europee hanno lanciato un appello per impedire che fondi dell’Unione vengano destinati alla ricerca militare, anche sotto forma di sussidi alle imprese contraddistinte da pesanti conflitti di interesse. L’obiettivo dei produttori è di ottenere finanziamenti per 3,5 miliardi di euro nel periodo 2021-2027

La Commissione europea si appresta a includere nel budget comunitario la voce “industria delle armi”. Il che significa sussidi economici e supporto alla ricerca militare. È uno scenario che la rete continentale ENAAT (European Network Against Arms Trade) -cui appartiene anche la Rete italiana per il disarmo– ha chiesto ai parlamentari europei e agli Stati membri, “con forza”, di sventare, rigettando la cosiddetta “Azione preparatoria” (Preparatory Action on Defence research) con la quale l’organismo guidato da Jean-Claude Juncker ha in programma la prossima settimana di allargare gli ambiti di finanziamento. Il “paper” che spiega nel dettaglio la miopia di un gesto del genere è concluso da una citazione del Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon: “Il mondo è troppo armato e la pace è sottofinanziata”.

L’”azione” relativa alla difesa è stata stilata da un Group of Personalities” -ovvero un comitato consultivo – “composto per oltre la metà di rappresentanti legati all’industria militare”, spiegano da ENAAT, e risulterebbe “inclusa nella bozza del budget dell’Unione europea per il 2017”. Che cosa significa? “In pratica -aggiungono i componenti della rete- l’industria degli armamenti sta consigliando l’Unione europea di iniziare a fornire fondi e sussidi alla stessa industria militare. Con un chiaro confitto di interessi. La Commissione ha già accettato il contenuto di questa Azione Preparatoria e ora la decisione finale è nelle mani del Parlamento Europeo e degli Stati Membri”.

L’inclusione dei “prodotti di natura militare” sarebbe una novità nello schema entrate-uscite dell’Unione. Un passo inedito e preoccupante, dato che “l’obiettivo di lungo termine delle lobby favorevoli all’industria militare -prefigurano da ENAAT- è quello di ottenere un Programma completamente strutturato sulla ricerca per la Difesa (European Defence Research Programme) per un importo complessivo di oltre 3,5 miliardi di Euro nel periodo 2021-2027”.

Una voce, però, escluderà l’altra. E se dovesse allargarsi il novero dei settori anche al campo militare, finanziamenti di “natura civile”, contribuendo ancor di più alla “instabilità internazionale”. Il caso di scuola riguarda ancora una volta il nostro Paese, che ha visto il proprio territorio direttamente coinvolto nella vendita (ripetuta) di armamenti all’Arabia Saudita, impegnata nel conflitto sanguinoso in Yemen.

“Nemmeno un centesimo dei fondi pubblici deve finire nelle tasche delle aziende che producono armamenti”, si legge nell’appello diffuso il 13 settembre. L’alternativa esiste, e prende la forma di iniziative nonviolente di prevenzione e risoluzione dei confitti oppure “azioni che siano in grado di affrontare le cause alla base dell’instabilità internazionale, come ad esempio il cambiamento climatico”.

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