Altre Economie

L’etica del muretto

Storie di tutela e manutenzione nel territorio delle Cinque Terre, da Monterosso a Schiara. A tre anni e mezzo dall’alluvione, l’importanza di una riconversione agricola delle "piane" abbandonate, perché i terrazzamenti coltivati hanno permesso all’uomo di insediarsi in quest’angolo di Liguria. Un reportage dal blog "Riconversione"

Tratto da Altreconomia 167 — Gennaio 2015

I muretti a secco non rendono belle le Cinque Terre, ma solo vivibili: quello tra Monterosso a Mare e Portovenere è un paesaggio costruito, dove i crinali hanno lasciato il posto ai terrazzamenti coltivati, ed è questo che ha permesso all’uomo di insediarsi in quest’angolo remoto di Liguria, in provincia della Spezia, dove le montagne sono a ridosso del mare.

I muretti a secco, però, non sono tutti uguali, a meno che a guardarli -di sfuggita- non sia il turista: ma le Cinque Terre non sono una cartolina, e l’occhio esperto di Luca Zucconi, un artigiano che vive a Castelnuovo Magra (SP) e lavora a costruire (e ricostruire) muretti a secco, pietra su pietra senza usare né malta né cemento, m’invita a osservarne meglio alcuni, lungo i tornanti della strada tra Monterosso e Levanto: ovunque io veda degli sfogatoi per l’acqua, che siano canalette o tubi di plastica, mi spiega, c’è del cemento. “Il muro a secco drena tutto” aggiunge, mostrando anche altri difetti in lavori eseguiti con sufficienza: le pietre non dovrebbero essere mai impilate, perché così vanno a creare delle “linee di frattura”, punti in cui la terra, spingendo, può portare il muretto a collassare. “I muretti lavorano sulla gravità, e più alto è il numero dei punti di contatto tra le diverse pietre, maggiore è la stabilità dell’artefatto” racconta Luca Zucconi, che oltre a lavorare forma giovani futuri artigiani nei corsi ad hoc organizzati in Liguria e non solo.
Non è un approccio estetico a guidare “l’arte di costruire muretti a secco”, ma l’etica della manutenzione del territorio. Il muretto a secco, cioè, non dev’essere bello, ma utile. E una parte importante della struttura è quella che non si vede, perché il manufatto dev’essere profondo (il rapporto con l’altezza è uno a tre, 70 centrimetri per un muro alto due metri) e realizzato utilizzando pietre di diverse misure, grandi, medie e piccole. Il costo varia tra i 150 e i 250 euro al metro cubo. “Purtroppo, la maggior parte delle richieste arrivano quando ormai i muretti sono caduti -dice Luca-. Mi chiamano per ricostruire”. È successo anche mentre eravamo insieme: era una persona di Genova, che lo chiamava “con urgenza”. Termine che fa rima con emergenza, ormai una parola d’ordine: a oltre tre anni dall’alluvione alle Cinque Terre, quella del 25 ottobre 2011 che ha colpito in particolare il borgo di Vernazza, è evidente che quell’evento era un campanello d’allarme, per tutto il Paese: l’equilibrio è venuto meno, e il territorio non è più visto come “alleato da rispettare per essere salvi”.
Questa definizione, bellissima, è scritta nel manifesto elaborato dal Collettivo Parisse, che per tutto il 2014 ha promosso un “laboratorio per la costruzione e la tutela dei muri a secco”, coinvolgendo il Centro per l’arte moderna e contemporanea (CAMEC) della Spezia.
Il Collettivo ha sede a Manarola, un altro dei borghi delle Cinque Terre, e s’incontra presso l’Archivio della Memoria, cioè l’abitazione-studio di Anselmo Corvara, che da quasi quarant’anni, lui ne ha 79, raccoglie testimonianze (oggetti, attrezzi, foto) di vita contadina su questi terrazzamenti. Il Collettivo lavora insieme dal 2011, per valorizzare il lavoro di Anselmo, e la tenacia dei contadini di Manarola. Il laboratorio ha avuto inizio raccogliendo sulla spiaggia “nuova” di Vernazza i sassi “alluvionali”, poi utilizzati per realizzare un muretto a secco che campeggia all’ingresso del CAMEC, a La Spezia. “Potrebbe restare lì per sempre” mi racconta Francesca Cattai, consulente artistico presso il Centro espositivo spezzino. E nel 2015, spiegano i membri del Collettivo Parisse, verrà promosso un nuovo laboratorio, che non vuole però sostituirsi alle associazioni che operano per la tutela del paesaggio. “La nostra azione ha un valore simbolico” raccontano Alessio, Alessandro e Daniela. Sono di Anselmo le parole che guidano l’azione del Collettivo: “Muretto a secco, mai stato cemento ai tempi”; “mia mamma fa muro, e io fatto uguale come mia mamma”.
“I Parisse”, che hanno scelto il nome di un’antica famiglia insediata a Manarola dal Duecento, da cui discende anche Corvara, dialogano con chi, sul territorio, sta avviando la riconversione, a partire dal recupero dei muretti a secco, come l’associazione “Tu Quoque” di Vernazza o “Per Tramonti”, attiva a Schiara dal 1991. Se provate a digitare i nomi su Google Maps,però, non scoprirete né Schiara né Tramonti. L’unico modo per conoscere questi “borghi” è arrivare a piedi lungo i sentieri che scendono da Campiglia o dalla panoramica che da La Spezia raggiunge (da Sud) Riomaggiore e le Cinque Terre. “La nostra è un’associazione di volontariato” racconta il presidente, Gianni Paxia. Lo Statuto indica chiaramente l’oggetto sociale: “Salvaguardare il suo [di Schiara, ndr] patrimonio naturale e paesaggistico operando affinché terrazzamenti, viottoli, muri a secco e l’ambiente in genere siano conservati attraverso una azione di continua manutenzione e cura”.
Per realizzarlo, da qualche anno Per Tramonti porta avanti il progetto T.R.A.MONTI, che significa terre restituite all’agricoltura.
“Abbiamo la gestione in comodato di 1.500 metri quadrati di ‘piane’. Qui abbiamo messo a dimora piccole vigne di vermentino, albarola e bosco, che sono i tre vitigni con cui si produce lo Sciachetrà, il vino passito delle Cinque Terre, che qua però chiamano Rinforzato”. Il vigneto dovrebbe entrare in produzione tra un paio d’anni.

La manutenzione del territorio realizzata dai soci di “Per Tramonti” ha superato la diffidenza iniziale di parte degli anziani spezzini proprietari dei terreni (e dei muretti) abbandonati, che oggi offrono loro altre piane. Il vino non verrà commercializzato, ma distribuito tra i soci di Per Tramonti, che sono un centinaio, praticamente tutti coloro che possiedono una delle vecchie “cantine” di Schiara, molte delle quali riadattate ad abitazione rustica, perché qua non ha mai vissuto nessuno e l’energia elettrica è solo quella dei pannelli solari. “I soci attivi sono almeno una decina” dice Paxia, che per attivi intende “cantonieri” lungo i sentieri che portano a Schiara attraversando le “piane” dei vigneti. “Abbiamo firmato una convenzione con il Parco nazionale delle Cinque Terre e il Comune di La Spezia, che è in vigore ormai da 7 anni: programmiamo insieme gli interventi, che vengono finanziati per metà dagli enti, a fondo perduto, mentre il 50% del valore è dato dalla ‘valorizzazione’ del lavoro volontario”. In base al “Protocollo 2014-2016”, gli enti s’impegnano a garantire un contributo ordinario di 90mila in tre anni, oltre a un contributo straordinario di 23.037 euro per il 2014. “Chi vuole ricostruire i muretti a secco, però, può contare anche su un contributo pubblico di 96 euro al metro quadrato” mi racconta Marco Cerliani, presidente dell’associazione Campiglia, co-firmataria della Convenzione. Nata nel 2000, ha -in media- tra i 130 e i 150 iscritti. “In questi anni abbiamo svolto per conto degli associati l’azione di un Caf, seguendo le pratiche istruttorie per ottenere il contributo per ricostruire i muretti a secco franati. Abbiamo anche recuperato il trenino a cremagliera che scende verso il mare per 1.500 metri, coprendo un dislivello di 400 metri. Campiglia, infatti, è una frazione collinare del Comune di La Spezia, e domina le vigne di Tramonti dall’alto. Per raggiungere il mare c’è un’altra possibilità: una discesa fatta di mille scalini. A una parete della Lampara, l’unico ristorante del bordo, gestito da Cerliani con la madre, c’è un ritaglio di giornale: “Parte da Campiglia la valorizzazione della costiera delle Cinque Terre” è il titolo di un articolo del 1963.

Secondo Cerliani, non c’è bisogno di nessun piano straordinario e nemmeno di grandi opere, ma né lui -né Luca Zucconi- sono in grado di quantificare “quanto lavoro” potrebbe creare un piano di piccole opere di manutenzione. Quegli interventi necessari a tutelare il paesaggio ligure, come spiega Vittorio Centenaro, sindaco di Leivi. Questo piccolo Comune dell’entroterra genovese, 2.840 abitanti, è alle spalle di Chiavari, ed è “responsabile” dell’alluvione che ha colpito il centro rivierasco, 30mila abitanti, nel novembre scorso. “L’allagamento è stato causato quasi tutto dall’esondazione delle acque del torrente Rupinaro, che è quello che passa per Leivi” racconta Centenaro, come ad indicare che il dissesto idrogeologico non può -e non deve- essere affrontato a valle, dove sono possibili solo interventi di mitigazione e adattamento.
Secondo l’analisi di Centenaro, il problema principale dell’entroterra ligure non è il cemento, ma l’abbandono. Sono i terrazzamenti, creati già nel Settecento per piantare ulivi e poi noccioli al posto dei boschi di castagno e oggi lasciati a se stessi a presentarsi come “ferite” nel territorio. “I contadini erano tutti ingegneri idraulici, perché impedire le frane era un loro interesse economico”. Per questo, ad Altreconomia racconta l’intenzione di un’ordinanza per obbligare tutti i cittadini a creare schemi di regimentazione delle acque piovane, tanto nei pressi delle abitazioni quando nei terreni agricoli”. Sono interventi di ingegneria naturalistica, e Luca Zucconi me ne ha mostrati alle Cinque Terre. Servono a canalizzare l’acqua, per far sì -come avveniva in passato- che questa arrivi nel primo “valletto” (come vengono chiamati i corsi d’acqua che attraversano i borghi liguri) e da lì nei fiumi e infine al mare. Si tratta però di investimenti gravosi per soggetti che oggi vivono la campagna come un hobby, e non ne fanno una fonte di reddito. Ma il governo, invece di “incentivare” questo tipo di intervento (ad esempio mediante meccanismi di defiscalizzazione, come quelli previsti per le grandi opere) ha scelto di applicare l’IMU (imposta municipale unica) anche per i terreni agricoli montani. Dovrebbe sapere che la natura presenterà il conto. —

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