Altre Economie

L’eredità nascosta di Genova

C’è un’eredità nascosta che ci arriva dalle giornate di Genova 2001, che non si trova tra i documenti ufficiali del Genoa Social Forum o nei resoconti di cronaca dei tanti giornalisti presenti. E’ la percezione personale, quasi intima, di molti…

C’è un’eredità nascosta che ci arriva dalle giornate di Genova 2001, che non si trova tra i documenti ufficiali del Genoa Social Forum o nei resoconti di cronaca dei tanti giornalisti presenti. E’ la percezione personale, quasi intima, di molti testimoni di quei giorni che in diverse zone della città hanno subito una repressione senza precedenti. Sono le immagini mosse rimaste impresse a chi era presente a Manin, la piazza tematica di Rete Lilliput, simbolo di una realtà che irrompe senza chiedere permesso.

Quell’episodio dimostra come qualsiasi proposta alternativa, concreta, sostenibile rimanga tollerabile fino a che non disturba il manovratore, momento in cui la buona pratica diventa eversione alla società normalizzata. Non è automatico, ovviamente: molte esperienze storiche hanno perso qualsiasi spinta non diciamo eversiva, ma banalmente assertiva. Il commercio equosolidale, nelle sue componenti principali ormai cresciuto ad attore economico riconosciuto, è molto più attento alla sua sostenibilità economica piuttosto che ad una spinta al cambiamento sociale. Lampanti sono le recenti posizioni del Parlamento europeo, che parlano di equosolidale ma rispettoso delle regole della Wto. L’illusione, o l’ambiguità, è che si possa convivere con questo sistema senza conflitti in un processo di lento cambiamento dall’interno, un’idea forse ancora valida per chi si limita ad importare un caffè equosolidale e a farlo piazzare su uno scaffale (anche se non tiene conto dei tempi, astronomicamente più veloci, delle instabilità sociali ed ambientali del sistema), ma assolutamente irreale per chi le filiere le costruisce direttamente accompagnando i territori alla transizione possibile.

Spiga e Madia è un progetto di punta dell’economia solidale italiana. Sviluppato dal Des Brianza, ha come obiettivo la crescita di una filiera corta, sostenibile, biologica in cui la terra diventa bene comune per eccellenza, salvata dalla cementificazione in un Paese, l’Italia, ed in una regione, la Lombardia, dove le betoniere sono le regine del Prodotto interno lordo. Coltivazione, raccolta, molitura, coltura: le varie fasi di una realtà troppe volte sostituita dall’agricoltura industriale diventano fatto sociale. Pensare che quell’isola felice possa rimanere intonsa rispetto al mondo circostante rischia di essere una pia illusione, perché il modello di sviluppo non solo è insostenibile ma è anche metastatico e consuma suolo e risorse. Oggi i campi di Spiga e Madia sono minacciati dalla Tangenziale Est esterna e dalla Pedemontana ed il rischio che si profila è la scelta tra “resistere o perire”. Quando il mondo diverso possibile diventa invadente le soluzioni diventano poco diplomatiche se non poco democratiche, perché il progresso non può avere ostacoli.

Qualche ora di treno più a Sud, a Pisa, nel locale Distretto di economia solidale si alternano sperimentazioni simili a quelle della Brianza, come la filiera del pane promossa e gestita dal Gas di Vecchiano, o esperienze del tutto nuove come la Comunità Agricola di Produzione dove più di un centinaio di famiglie sta provando a condividere con alcuni contadini non solo il consumo dei prodotti, ma la stessa produzione, scendendo nei campi presi in affitto e coltivati in modo biologico. A pochi chilometri in linea d’aria dai campi, le terre attorno all’aeroporto della città verranno convertite a zona militare, per costruire uno dei più grandi Hub militari del nostro Paese, centro nevralgico della dislocazione di truppe ed armamenti nei vari scenari di guerra. Pensare di far convivere tranquillamente i campi in transizione con una cittadella di armati è come credere alla favola che Ogm e coltivazioni convenzionali possano essere compresenti senza conseguenze.

Così come è improbabile pensare che il raddoppio della centrale a carbone della Tirreno Power vicino a Savona debba essere vissuto con rassegnazione da chi, in quelle zone, vorrebbe consolidare un’economia di giustizia e a basso impatto ambientale.

La Valsusa è l’esempio lampante di questo scontro, arrivato lì al calor bianco dopo anni di guerra a bassa intensità, ma rappresenta l’evidenza di come questo modello di sviluppo non possa convivere con la transizione ad un’economia diversa senza creare conflitti, anche aspri, a livello locale. La progettazione di filiere sostenibili oramai non basta più, è una condizione necessaria ma non più sufficiente ad un cambiamento reale e permanente. Curare la nascita di una produzione biologica o di una manifattura equa senza una visione più ampia di come l’attuale modello di sviluppo stia impattando nel quotidiano, rischia di essere politicamente inefficace ed insostenibile nel lungo periodo, perché uno svincolo autostradale qualunque o una centrale a carbone vanificheranno ogni buona intenzione.

A tutto questo fanno da sfondo le politiche economiche di Tremonti, dove l’attacco alle condizioni di vita dei ceti più deboli e all’ambiente ha i connotati di una vera dichiarazione di guerra. In questo contesto c’è bisogno di ripensarsi e di ripensare profondamente a ciò che si fa giorno per giorno. Cambiare stile di vita rimane una condizione ineluttabile, ma può avere senso se si accompagna a pratiche di resistenza quotidiana perché il conflitto non rimarrà fuori dalla porta per troppo tempo e, in ogni caso, quella porta non reggerà i colpi di chi vorrà entrare con la forza per imporre il proprio modello.

Non ha retto fisicamente alla Diaz, quella notte di sabato nel luglio del 2001, dove l’effetto sorpresa ha evitato ogni resistenza. Sta reggendo in Valsusa, perché capacità di previsione e determinazione sono ormai pane quotidiano delle popolazioni in valle. Potrebbe reggere in Brianza, in Toscana ed in tutte le zone di confine tra il nuovo che avanza ed il vecchio che invade, ma dipende dalla volontà accettare la consapevolezza che la costruzione di alternative efficaci non attenuano il conflitto, ma lo infiammano. Capire se assumerlo e come praticarlo è cosa che dipende solo da noi.

 

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