Ambiente / Reportage

L’eredità dell’acciaio nel cuore della Valchiavenna, tra bonifiche e riuso

Dopo decenni di promesse di ripristino ambientale, la reindustrializzazione dell’ex area siderurgica che si affaccia sul lago di Mezzola -dismessa dal 1991- è contestata da cittadini e comitati locali. Ecco perché

Tratto da Altreconomia 185 — Settembre 2016
Una veduta del lago di Mezzola, da cui nasce il lago di Como, in Lombardia. L’area ricade nella Riserva naturale del Pian di Spagna - Alessia Triulzi

Nella regione alpina della Valchiavenna, in provincia di Sondrio, tra le montagne che sovrastano il lago di Mezzola (che dà origine al lago di Como), nel cuore della “Riserva Naturale del Pian di Spagna”, vi è il comune di Novate Mezzola.

Un paese di 1.800 abitanti immerso in uno scenario naturale mozzafiato, ma con una storia segnata dalla presenza dell’industria siderurgica. Tra il paese e il lago, infatti, in un’area di circa 70mila metri quadrati, dal 1965 al 1991 ha operato l’acciaieria Falck, di cui resta l’eredità di scorie e sostanze tossiche. Scorie che si trovano tuttora interrate sotto la superficie dello stabilimento, delimitate da un muro di contenimento confinante con la Riserva naturale, e sotto la discarica del limitrofo comune di Samolaco, una montagnola squadrata ricoperta di erba che si affaccia sul canale di Pozzo di Riva le cui acque si immettono nel lago. Una discarica usata dalla Falck e che, dopo una contraddittoria sequenza di prescrizioni, proroghe, divieti, venne autorizzata (ed ampliata). Oggi, dopo un lungo periodo attraversato da proposte mai realizzate di bonifica e da un’idea di riconversione turistica della zona, la minaccia di una reindustrializzazione dell’area riprende vigore in virtù di un progetto esecutivo già in fase avanzata. Con l’Accordo di programma proposto dal Comune di Novate e approvato con decreto regionale del marzo 2016, è stato infatti accolto il progetto della Novate Mineraria Srl -proprietaria dal 2013 dello stabilimento ex Falck e della discarica di Samolaco- di riutilizzare l’area dismessa per realizzare attività di estrazione del pregiato granito Sanfedelino dalle cave adiacenti al paese (la Montagnola e la Val di Monte) allo scopo di produrre i conci e il ballast per le infrastrutture ferroviarie della Tav.

Questa è solo l’ultima puntata di una storia infinita, scandita dal susseguirsi di società proponenti, acquisizioni e passaggi di proprietà: dalla Falck alla Novamet Srl (comodataria dello stabilimento dal 1992 e poi proprietaria dal 1999), quindi alla Novamin Spa, che acquistò nel marzo 2003 stabilimento e discarica dalla MA.BA. Srl, la quale a sua volta, meno di un mese prima, aveva rilevato l’attività dalla stessa Novamet Srl. Alla fine, nel 2013, l’avvento della Novate Mineraria Srl, società che per il 90% è di proprietà della GI.BI Real Estate Srl di Luciano Gilardoni e Giovanni Butti,  già condannati per peculato nell’inchiesta relativa allo scandalo della Simec e della discarica di Cerro Maggiore.

Nel corso degli anni, nei confronti continui tra Regione, Provincia di Sondrio e le aziende, sono stati chiesti una serie di interventi, a seguito anche di una procedura di infrazione aperta dall’Ue, per il monitoraggio dell’inquinamento e per il risanamento ambientale. La bonifica, unico atto davvero risolutivo, tuttavia non è stata mai iniziata, mentre si è provveduto a un discusso intervento di messa in sicurezza (tra il 2001 e il 2005) dell’area dello stabilimento e della discarica di Samolaco.

Nel frattempo cittadini e comitati sono scesi in campo, affiancati anche da associazioni ambientaliste che chiedevano la bonifica, ritenendo insufficienti le azioni per la messa in sicurezza imposte dalla Regione, eseguite con fondi regionali e consistite nell’impermeabilizzazione attraverso capping in asfalto delle scorie sotto l’area dello stabilimento e nella copertura con impermeabilizzazione superficiale, tramite un particolare telone posto sotto uno strato di erba, dei rifiuti speciali della discarica. Interventi che però non avrebbero scongiurato il rischio di infiltrazioni soprattutto del pericoloso cromo esavalente nella falda freatica, favorita soprattutto dalle piogge, a causa della conformazione paludosa del luogo, che è una zona umida riconosciuta e protetta. “L’impermeabilizzazione riguarda solo la parte superiore -afferma Alessia Triulzi, una delle voci del ‘Comitato salute ambiente valli e lago’- ed è su quella che hanno potuto dare rassicurazioni, mostrando i campionamenti relativi a solo una parte dell’originaria rete di monitoraggio. Ma il problema è sotto, dove c’è l’acqua e non c’è impermeabilizzazione. Quando piove, le sostanze cominciano ad essere dilavate e invadono il canale adiacente all’area industriale, che poi sfocia nel lago”. Anche la copertura in asfalto e il muro mostrano problemi: sul muro che confina con la riserva insistono crepe dalle quali fuoriesce una sostanza giallastra che potrebbe essere cromo esavalente. I cittadini, che da lì passano per passeggiare, correre o andare in bici nella riserva, hanno allertato le istituzioni, ma di eventuali analisi non si sa nulla. L’Arpa, interpellata sul caso, afferma che si è “in presenza di un trasudato dal muro di recinzione in cemento che si presenta in forma cristallina e non percola. La presenza di Cromo VI in questo trasudato cristallizzato sarebbe verosimile in quanto lo stesso è contenuto nel corpo della discarica”. “Il Comune di Novate Mezzola -dichiarano i tecnici- ha ritenuto di procedere in proprio al prelievo di campioni cui ha presenziato Arpa: ad oggi non sono stati resi noti i risultati delle analisi”.

La concentrazione di cromo esavalente nell’area del lago di Mezzola sarebbe fuori norma e mancano ancora le barriere per fermare le acque contaminate

L’Agenzia ha svolto anche una lunga attività di monitoraggio, tra il 2009 e il 2014, al termine della quale si è evidenziato il superamento dei limiti di norma (5 microgrammi/litro) stabiliti dalla legge. La concentrazione rilevata è comunque inferiore all’obiettivo di bonifica: in poche parole, i risultati dei monitoraggi (attraverso l’analisi dei 7 piezometri sui 30 esistenti) venivano considerati positivi perché rientravano all’interno di una soglia che però era stata fissata, in deroga alla legge statale, da un gruppo di lavoro nominato da Regione Lombardia nel 2001 e composto dalla Regione stessa, da Provincia di Sondrio, Comunità Montana della Valchiavenna, Arpa Sondrio e i comuni di Novate Mezzola e Samolaco, con l’obiettivo di definire le azioni necessarie per il monitoraggio della qualità delle acque sotterranee.

Con la chiusura dei monitoraggi, la Provincia di Sondrio, il 12 febbraio 2015,  ha certificato la messa in sicurezza con la dicitura di “bonifica con messa in sicurezza permanente”, che risulta decisiva per sbloccare tutti i passaggi burocratici necessari al progetto e per l’esecuzione di quanto stabilito nell’Accordo di programma. Poco importa se i livelli di inquinamento da cromo esavalente fossero fuori norma (l’Arpa ha definito “non buono” lo stato chimico delle acque del lago di Mezzola) e se le barriere idrauliche, che andavano installate tra l’area di cinta e il canale di Pozzo di Riva per contrastare la discesa delle acque contaminate dall’area dello stabilimento fino al canale, non sono mai state realizzate.

Il progetto, dunque, prosegue, nonostante le opere possano compromettere lo stato del capping (la copertura sopra le scorie) tramite l’edificazione di nuove fondazioni necessarie ai capannoni dello stabilimento, con la ripresa a pieno ritmo dell’attività estrattiva del granito, che nel progetto della Novate Mineraria prevede l’aumento del volume di materiale estratto da 360mila metri cubi a ben 6 milioni. Un’attività che è in contrasto con il Piano territoriale regionale, per il quale nei territori adiacenti ai laghi è vietata “la realizzazione di nuovi impianti per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti, nuove cave ed attività estrattive o di lavorazioni inerti”. L’azienda, non a caso, fa riferimento alla selezione e non alla lavorazione di inerti, senza però spiegare come si giungerà al prodotto finito da mandare nelle strutture della Tav.

Novate Mineraria parla di produzione innovativa, con lavorazione in galleria all’interno delle cave, con il passaggio del materiale estratto sempre attraverso tunnel, così da non impattare sulla vita dei residenti. Una prospettiva che non risolverebbe in ogni caso la questione dei controlli e dei rischi che un’attività simile può provocare in un’area circondata da scorie. Eppure il progetto ha conquistato il consenso del Comune e della sua Giunta. Elemento inatteso, dal momento che il sindaco fu eletto nel 2009 con una lista civica proprio per la promessa di impegnarsi contro la reindustrializzazione dell’area e contro la ripresa delle attività estrattive e a favore della bonifica e della destinazione ad area verde. Cosa che effettivamente avvenne, nel 2011, con la modifica del Piano di governo del territorio (PGT) che lasciava presupporre un cambio di marcia verso un futuro votato al turismo e allo sfruttamento della ricchezza paesaggistica e ambientale.

Il Piano territoriale della Regione Lombardia, però, vieta la realizzazione di attività estrattive nei territori adiacenti ai laghi

Una posizione mantenuta fino al 2014, quando l’amministrazione cambia idea di fronte al progetto della Novate Mineraria Srl.

Anche il WWF, che nel 2010 aveva ritenuto insufficienti gli interventi di messa in sicurezza dell’area, inserisce il progetto nel programma “Riutilizziamo l’Italia”, come uno dei migliori interventi di riutilizzo a scopi produttivi di un’area dismessa: “Questa è un’area i cui valori di contaminazione ne rendono possibile l’uso solo a fini produttivi -afferma la presidentessa regionale Paola Brambilla-. Un progetto che riutilizza il suolo in modo virtuoso, con una produzione di materiale a ciclo chiuso, senza emissioni nell’atmosfera né scarichi nell’acqua, ci è sembrata una cosa molto interessante”.

La situazione attuale, però, vede la società proprietaria dell’area in veste sia di controllato sia di controllante. Una questione che preoccupa i comitati, ma che, secondo il WWF, può anzi essere sfruttata a vantaggio della sicurezza ambientale: “Si tratta di un’area privata -prosegue Brambilla- e se può essere utilizzata a scopo produttivo e a qualcuno, ossia al proprietario, si possono imporre, a suo costo, gli oneri di messa in sicurezza di tutto quello che c’è sotto, costringendolo dunque a intervenire se la situazione dovesse presentare cedimenti o aggravamenti e risolvere tutto, allora potremmo dire di aver vinto al Lotto”. “Non dimentichiamo -continua- che questa è un’area controllata, censita, delimitata. Dovremmo preoccuparci piuttosto dell’inquinamento diffuso, da cromo esavalente e da metalli pesanti, nelle aree che non sono censite, dove le scorie sono sotto le case, sotto i campi coltivati. Quello è il vero problema per l’ambiente e per la salute”.

Proprio sulla salute si apre un altro fronte, con i comitati che chiedono un’indagine epidemiologica approfondita contestando, con il supporto di medici specialisti, il metodo con cui l’ASL ha svolto le indagini che hanno certificato la presenza di malattie legate alle sostanze inquinanti, senza però riscontrare livelli allarmanti.

Il rischio sanitario è stato evidenziato anche dall’istituto svizzero Battelle, che ha compiuto uno studio commissionato dalla società Novamin. I numeri, a quanto pare, non allarmano la Regione e fanno sì che il progetto, in attesa del nulla osta definitivo (il Tribunale amministrativo ha intanto rigettato la richiesta di sospensiva, in attesa dell’udienza prevista per marzo 2017 sul ricorso proposto dai comitati e Legambiente), possa iniziare, riportando l’industria a separare nuovamente Novate e le Alpi dal lago di Mezzola, e facendo così tramontare qualsiasi speranza di recupero e riconversione di una delle aree più belle della Lombardia.

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