Esteri / Reportage

Le rinnovabili che danno energia ad Aleppo, nonostante la guerra

Nella città siriana martoriata dal conflitto elettricità e acqua sono centellinate, tra centrali fuori uso e dighe occupate da Daesh. La popolazione si è adattata ricorrendo a pannelli solari, pozzi e cisterne. In attesa della pace

Tratto da Altreconomia 193 — Maggio 2017
Una pila fotovoltaica nelle mani di un ragazzo sfollato a Jibrin, provincia di Aleppo - foto di Marinella Correggia
Una pila fotovoltaica nelle mani di un ragazzo sfollato a Jibrin, provincia di Aleppo - foto di Marinella Correggia

Piccoli ulivi siriani lungo la strada fra Damasco e Aleppo, piantati coraggiosamente in tempo di guerra.
Piccoli ulivi siriani lungo la strada fra Aleppo e Raqqa, anch’essi piantati in questi anni d’inferno ma poi lasciati a se stessi, a ridosso dei territori controllati dal cosiddetto Stato islamico o Daesh. Campagne incolte, vigne non più lavorate, canali d’irrigazione asciutti. È di Ein Al Hanash, un villaggio vicino a Deir Hafer (nelle mani di Daesh per tre anni), l’agricoltore Hamid Jumaa che fa parte dei sette milioni di sfollati interni in Siria: “Aspettiamo la pace per tornare a casa. Abbiamo avuto parenti uccisi dai terroristi del Califfato”.

“La nostra città è senza energia elettrica da anni. Si sta cercando di ripristinare la rete, e abbiamo un’ora al giorno di luce, a turno”

Non ci sono tendopoli nel Paese mediorientale. I fuggitivi sono sistemati in scuole, palazzi in costruzione, fabbriche non più funzionanti; o presso parenti. La famiglia Jumaa, ad esempio, vive nel campo sfollati di Jibrin, dove i capannoni di un’enorme fabbrica per la lavorazione del cotone sono stati adattati con muretti interni e servizi igienici, per ospitare migliaia di fuggitivi.
Soheil è nato a Jibrin, due mesi fa; la mamma Warda ha solo 17 anni, viene da Efrin. Altri si dichiarano di: Aleppo, Deir Hafer, Raqqa. Un uomo in jellaba dice invece: “Bulgaria, Ungheria, Francia”. Si chiama Abdul Hamid Hadab e nomina con rimpianto i Paesi visitati per lavoro, “prima della guerra”, come dirigente in una fabbrica di lampadine. Se ne va, poi torna con altri uomini e bambini, portando diversi modelli di pile, lanterne, ricaricatori a energia solare, distribuiti dalla Mezzaluna siriana. “Qui non c’è karaba, elettricità, ma questi funzionano bene”. Sorridono. Sono vivi, sono sopravvissuti, a differenza di tanti altri, non sono nemmeno feriti. La luce che brilla fra le dita di un ragazzo sfollato è una fiammella di speranza. Il piccolo fotovoltaico è adatto alle emergenze, anche quelle belliche -non per niente sta spopolando a Sana’a, la capitale dello Yemen, che i sauditi bombardano da due anni-.

Fra Jibrin e Deir Hafer, la centrale termoelettrica che alimentava Aleppo è stata bombardata dagli Usa nell’ottobre 2015 -anche se Daesh l’aveva già abbandonata-. E il bacino idroelettrico di Tabqa sull’Eufrate, il più importante della Siria, è al centro di scontri fra il Califfato che la controlla e la coalizione anti-califfato capitanata dagli Usa. Il risultato lo spiega Nabil Antaki, medico e volontario di Aleppo: “La nostra città è senza energia elettrica da anni. Nella parte meno colpita dalla guerra, i quartieri occidentali, i marciapiedi sono invasi da enormi generatori che fanno un rumore d’inferno; tutti attingono a quelli, vedi anche i fili elettrici appesi dappertutto. Si sta cercando di ripristinare la rete, e abbiamo un’ora al giorno di luce, a turno”. Accanto ai generatori da marciapiede, le cisterne per accumulare l’acqua. Spiega il medico: “L’acqua dell’Eufrate arrivava al bacino di trattamento ma non era pompata nelle condutture perché i gruppi armati occupavano la stazione di pompaggio. Che è stata liberata a dicembre, ma nel frattempo Daesh non permetteva più di pompare l’acqua dell’Eufrate, alle parti di Kafsa. Ci siamo abituati ai pozzi. In città ne sono stati scavati tanti, fin dall’inizio del conflitto”.

I pannelli solari in stallati per alimentare i semafori di Aleppo - foto di Marinella Correggia
I pannelli solari in stallati per alimentare i semafori di Aleppo – foto di Marinella Correggia

Previdenti pozzi di guerra. La vita -penosa soprattutto nella torrida estate e nel freddo inverno- era fatta di file ai punti di distribuzione idrica. “Con le nostre unità mobili rifornivamo, 500 litri a famiglia la settimana, mille nuclei familiari in gravi difficoltà” spiega Hadi, responsabile dei progetti idrici dei Maristi blu, un gruppo di laici e religiosi attivo nel sostegno materiale agli sfollati, nell’educazione dei più piccoli e nella cura dei feriti di guerra. “Tutti hanno imparato a economizzare; a usare due o tre volte il liquido più prezioso del mondo…” spiega Leyla. La nuova parsimonia dei poveri di guerra. Insieme alla ricerca di nuove strade.
Sul tetto terrazzato dell’ospedale Saint Louis, gestito dalle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, lavorano tranquilli diversi pannelli solari termici per il riscaldamento dell’acqua. “Scaldano l’acqua perfino da me in Bretagna, con il sole, figurarsi qui in Siria! E ecco altri pennalli, lì sul tetto della moschea. Ne sono stati installati tanti in questi anni” osserva suor Thèrese, una delle religiose non siriane rimaste ininterrottamente ad Aleppo, anche quando sul Saint Louis piovevano, da Aleppo Est, colpi di mortaio e bombole di gas ripiene di esplosivi; e anche se alcuni servizi dell’ospedale sono sospesi perché a causa delle sanzioni ricevere pezzi di ricambio è ormai un’impresa.

“Chissà se ad Aleppo si potrà aprire presto almeno uno stabilimento per produrre pannelli termici… ho anche fatto il business plan

Semafori di guerra: da un anno l’amministrazione cittadina li ha convertiti al fotovoltaico. Esperienze di piccola scala per affrontare i blackout. Ma si potrebbe fare molto di più. Con il sole ci si illumina, si tira su l’acqua, ci si scalda, ci si raffresca… Prima che iniziasse il conflitto, l’Università Qalamoun e le istituzioni avevano lanciato un progetto per la solarizzazione, mai completato. La decarbonizzazione, con il passaggio a fonti energetiche più decentrate, meno dipendenti da grandi infrastrutture, è adatta alle complicate situazioni post-guerra.

Aline Lahdo, esperta di formazione in piccole e medie imprese, ha un sogno: “Chissà se ad Aleppo si potrà aprire presto almeno uno stabilimento per produrre pannelli termici… ho anche fatto il business plan”. Aline è piena di entusiasmo perché conosce la voglia di futuro delle persone che partecipano ai suoi training; ma vede anche la desolazione delle aree industriali intorno ad Aleppo, come a Layramoun, dove capre e rape selvatiche sono ormai l’unico segno di vita in uno scenario da deserto dei Tartari. Le fabbriche sono state saccheggiate, i macchinari portati in Turchia; tanta manodopera specializzata ha lasciato il Paese. Ad Aleppo non si fa più nemmeno lo storico, versatile sapone, che più invecchia e più migliora. “Abbiamo ancora rimanenze, ormai per la gente del posto è costoso e i turisti non ci sono. È difficile riprendere la produzione senza sicurezza; solo ad Afrin, zona kurda, lavorano alcuni saponifici; altri si sono trasferiti in Turchia”, spiega Fadhel dal suo negozietto nel quartiere Aziziya, guardando alla tivù il presidente Trump il giorno prima dell’attacco missilistico unilaterale statunitense alla base siriana. In questa parte occidentale di Aleppo, sempre rimasta sotto il controllo del governo, vivono circa 1,5 milioni di abitanti, ma la geografia umana è cambiata: moltissimi abitanti hanno lasciato la Siria, e negli anni sono arrivate almeno 500mila persone dai quartieri orientali, fino a dicembre 2016 accerchiati dall’esercito siriano e occupati da gruppi armati guidati dal fronte Al Nusra. Dopo la partenza di questi ultimi e delle loro famiglie -circa 15mila persone- per la provincia di Idlib controllata dall’opposizione, i 100mila aleppini dell’Est che erano rimasti nelle loro case malgrado il rischio e gli stenti stanno ricominciando a vivere. E c’è chi torna, in un’atmosfera surreale. Come Mona, che abbiamo trovato a cucire nel “soggiorno” di casa a Salahuddin, occhi azzurri lei e le figlie, aria paciosa. Come Ghadir che ha occupato l’ospedale Cheyan evacuato da tempo, e fra panni stesi e finestroni nati da colpi di mortaio, usa uno stampo di argilla confezionato dal marito per produrre dozzinali bijoux da vendere a pochi spiccioli.

La resilienza degli aleppini sembra a prova di tutto. Acqua, pane e companatico, un luogo per dormire e una relativa sicurezza, sembrano ora garantiti, dopo anni terribili. “Ma non possiamo certo ricostruire il nostro alloggio…” dice Sausan, sfollata da Bustan al Pasha. E il lavoro, per chi non è dipendente pubblico? Nascono progetti di formazione della serie “costruire per restare”, corsi per giovani su come avviare una propria attività. Un po’ di gente è occupata a evacuare le macerie, a recuperare le pietre dei monumenti da rimettere in sesto, come il caravanserraglio Khan el Wasir.
Rifare la Siria richiederà molta manodopera. La direzione di marcia sarà quella di un nuovo modello, più sostenibile? Chi pagherà? Torneranno, i professionisti siriani che hanno lasciato il Paese?
Comunque, non possono aspettare la ricostruzione post-bellica i disoccupati di guerra diventati ambulanti, fra un generatore e una cisterna. Aline, potresti pensare a corsi per l’autocostruzione di pannelli solari termici, e all’artigianato dal recupero…

Intanto, davanti all’eterna Cittadella che si staglia intatta, senza lo sguardo di un turista, Mohamed di 10 anni per aiutare la famiglia vende merendine siriane. Senza Ogm. In Siria sono vietati. Almeno quello.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia