Esteri / Opinioni

Le orme di Tony Blair

Il “Rapporto Chilcot” inchioda le responsabilità dei fautori della guerra in Iraq del 2003. Ma la presidenza Obama ha perduto l’occasione di invertire la rotta

Tratto da Altreconomia 185 — Settembre 2016

La “seconda potenza mondiale” (ossia il movimento pacifista, New York Times dixit) aveva dunque ragione, come ben si capiva già in quel 2003 con le piazze del mondo affollate di persone che tentavano di impedire ai potenti della terra di scatenare un’inutile guerra in Iraq. Tredici anni e molte migliaia di morti dopo, ecco il Rapporto Chilcot del Parlamento britannico che mette nero su bianco le imbarazzanti responsabilità di Tony Blair, al tempo inquilino di Downing Street. D’intesa con George W. Bush, il leader del New Labour decise di andare in guerra nonostante tutto spingesse in direzione contraria. Fece uso di informazioni di intelligence “scorrette”, non valutò fino in fondo le opzioni pacifiche, in sostanza fu partecipe di un’opera di manipolazione dell’opinione pubblica che tentò di rendere credibile una menzogna, ossia che il regime di Saddam Hussein costituiva un pericolo incombente perché pronto ad usare armi di distruzione di massa (di cui in realtà non era in possesso). Tony Blair ha replicato al Rapporto Chilcot con nonchalance sostenendo di avere agito in buona fede e dicendo che “la destituzione di Saddam Hussein non è la causa del terrorismo che vediamo oggi nel Medio Oriente e altrove”. In verità proprio questo è stato l’effetto e ancora non si vede la fine del disastro.

Questa vicenda riporta in primo piano il ruolo della guerra nell’orizzonte politico contemporaneo. Dopo la seconda guerra mondiale, con milioni di morti alle spalle, in Europa abbiamo avuto leader democratici che si sono tenuti ben lontani dalla retorica bellica e dalla tentazione di fare uso delle forze armate. Ma non è durata. Prima la guerra in Jugoslavia e poi  l’attivismo di Tony Blair hanno cambiato lo scenario.  Il Rapporto Chilcot non sembra aver scosso l’opinione pubblica del continente e la guerra sta tornando nell’intima struttura delle nostre democrazie.

2372, o forse 2.581: è l’incerto bilancio dei “terroristi” uccisi coi droni durante l’amministrazione Obama. Vittime “collaterali” fra 64 e 116, ma per il Bureau of Investigative Journalism di Londra sarebbero 358

D’altronde il leader laburista nel 2003 si mise sulla  scia della democrazia statunitense, che non rinuncia a considerare il proprio presidente soprattutto come “comandante in capo” delle forze armate. Oggi siamo al crepuscolo dell’era Obama, premio Nobel per la Pace proprio all’inizio del suo mandato, e possiamo ritenere che la politica estera del primo presidente nero sarà ricordata per i suoi chiaroscuri: il mancato ritiro da Afghanistan e Iraq ma anche la rinuncia ad attaccare la Siria; il nulla di fatto sul dossier Israele-Palestina e la disgraziata aggressione alla Libia ma anche gli accordi con Iran e Cuba. E tuttavia dovremo meditare su quel che ha scritto qualche mese fa Jeffrey Goldberg su The Atlantic (in Italia su Internazionale) in un saggio, sostanzialmente favorevole al presidente. Scrive Goldberg che con la sua politica degli omicidi mirati tramite droni, Obama “è anche diventato il miglior cacciatore di terroristi nella storia del Paese e consegnerà al suo successore una serie di strumenti da fare invidia a un assassino esperto”. All’inizio di luglio lo stesso Obama ha messo nero su bianco questa svolta, spiegando che fra 2009 e 2015 sono morte fra 64 e 116 persone (cifra probabilmente sottostimata), una “inevitabile conseguenza”, secondo il presidente, degli attacchi ai “combattenti nemici” attuati coi droni; sono omicidi mirati ritenuti unilateralmente legittimi. L’opinione pubblica ha incassato pressoché silente, seguirà retorica hollywoodiana. Un altro passo è compiuto, guerra e democrazia sembrano inscindibili. Chissà se un giorno avremo un nuovo Rapporto Chilcot sul presidente Obama e se ci sarà qualcuno disposto a tenerne conto.

Lorenzo Guadagnucci è un giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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