Altre Economie

Le noci solidali

Dal cuore dell’Amazzonia, in una delle zone più ricche di biodiversità del pianeta, arriva la castaña, importata in Italia dal commercio equo. Il reportage dal Perù, in compagnia di un gruppo di quattro raccoglitori dell’Associazione forestale indigena Madre de Dios —

Tratto da Altreconomia 163 — Settembre 2014

“Mi dedico alla raccolta della castaña da molti anni, come mio padre. Nella stagione delle piogge, quando cadono le noci, lasciamo la comunità e ci trasferiamo negli accampamenti che costruiamo nelle aree dove si trovano gli alberi”. Alberto Inuma Fernández vive nella comunità indigena di Boca Pariamanu, in Perù, e di professione è raccoglitore: la noce amazzonica è l’unica specie nel mercato mondiale della frutta secca che non può essere coltivata, cresce spontaneamente nella foresta.  
Dalla comunità di Boca -che si trova a tre ore di navigazione da Puerto Maldonado, capitale del dipartimento di Madre de Dios, città che dista a sua volta 35 ore via terra da Lima, la capitale del Perù- abbiamo camminato un’ora e mezza per raggiungere il castañal di Alberto, in compagnia di un gruppo di quattro raccoglitori dell’Associazione forestale indigena Madre de Dios, che ci aprono la strada nell’Amazzonia a colpi di machete.
Ai piedi di un grande albero, con la chioma difficilmente distinguibile nella fitta cappa amazzonica, il racconto continua: “Raccogliamo le noci di cocco con le mani o con la payana -spiega Alberto mostrando una sorta di forcone di legno usato per evitare morsi di serpenti-, e quando ne abbiamo ammassati una certa quantità, cominciamo ad aprire i cocchi”. Seduto per terra, li prende velocemente e li apre uno dopo l’altro con un colpo deciso di machete, schivando miracolosamente l’altra mano. In ogni cocco ci sono tra le dieci e le venti noci. “A fine raccolta portiamo tutto allo stabilimento di Candela, a Puerto Maldonado”.
Candela è una storica organizzazione di commercio equo, che da 25 anni lavora nella regione di Madre de Dios, Sud-Est del Perù. Oltre ad aver promosso il fair trade in America Latina, ha favorito la presenza delle associazioni del Sud nell’organizzazione mondiale del commercio equo (la World Fair Trade Organization, che a maggio 2015 terrà a Milano il proprio congresso mondiale, ndr), che inizialmente rappresentava solo i compratori.
Lupe Lanao, fondatrice e direttrice dell’associazione, è con noi in Amazzonia, insieme ad un équipe di Candela: “Il nome scientifico di quest’albero è ‘Bertholletia excelsa’. L’esemplare che abbiamo davanti è un centenario, alto 40 o 50 metri. Il suo frutto è ricco di vitamine, selenio e ha ottime proprietà antiossidanti”. Lupe presenta l’albero, mentre lo abbraccia -come fa ogni volta che entra nella foresta-. Per chiuderlo in un cerchio, però, ci vorrebbero almeno tre persone.
“Lavoriamo in gruppi di quattro o cinque persone -riprende il racconto di Alberto-, e ognuno apre e percorre un sentiero, per cercare i frutti”. Di sentieri ne devono percorrere molti, data la dispersione media di questi alberi: ce n’è uno ogni 20mila metri quadrati, e il motivo è una di quelle storie che i raccoglitori raccontano nei lunghi viaggio in barca sui grandi fiumi che tagliano l’Amazzonia. L’unico animale in grado di rompere il guscio della noce di cocco che contiene le noci commestibili è un roditore che si chiama aguti. Oltre a nutrirsene nei mesi in cui i frutti cadono dagli alberi, tra dicembre e aprile, l’aguti immagazzina una certa quantità di noci, sotterrandole, per poterle mangiare durante il resto dell’anno. Non sempre però, si ricorda dove le ha interrate. Le noci “dimenticate” germinano, permettendo la rigenerazione naturale di questo meraviglioso albero che contraddistingue alcune delle aree di maggior biodiversità del pianeta.

La vendita nei mercati del biologico e del fair trade permette ai raccoglitori associati a Candela -sono circa 400, tra individui singoli e associazioni quelli membri del Programa organico- di ottenere guadagni extra oltre al prezzo convenzionale, fissato internazionalmente dal primo esportatore, che è la Bolivia. Secondo la definizione del presidente, Gastón Vizcarra, “Candela è  uno ‘strano animale’, perché ci comportiamo come un’azienda ma siamo una Ong. Il nostro obiettivo è rafforzare le capacità di piccoli produttori, utilizzando il commercio come strumento di sviluppo”. In questi 25 anni Candela si è guadagnata la fiducia di molti mercati, divenendo uno dei primi esportatori di noce amazzonica del Perù, e oggi Gastón è in relazione con clienti di dodici Paesi.
In Italia la noce arriva nelle botteghe del commercio equo grazie ad Altromercato, uno dei più grandi clienti di Candela, e a LiberoMondo, uno dei più antichi.
La noce non è venduta solo nella sua forma di snack, ma anche come olio, usato nei cosmetici della linea Natyr e sotto forma di candele, fatte riutilizzando le noci di cocco. Altromercato presenta la noce amazzonica come un “frutto testimone di biodiversità”.

Questa risorsa cresce in quantità significative solo in una zona specifica della foresta pluviale sudamericana, tra Brasile, Bolivia e Perù. La sua commercializzazione costituisce un’importante fonte di reddito per decine di migliaia di abitanti dei tre Paesi, piccola fetta di 54 milioni di persone del mondo legate al settore forestale.
Solo in Perù, ultimo dei tre Paesi per produzione, i boschi di noce amazzonica si estendono per 2,6 milioni di ettari, una superficie più grande della Sicilia. A Madre de Dios, che anche grazie a questa pianta si è guadagnata il titolo di “Capitale della biodiversità”, circa 28mila persone, un quarto degli abitanti, sono legate a quest’attività, che rappresenta per loro i due terzi delle entrate annuali.
Tutto cominciò 70 anni fa, quando i semi del caucciù, che qua chiamano caucho, furono portati clandestinamente dal Brasile in Inghilterra, per essere piantati nelle colonie asiatiche, e finì così la “febbre del caucho”. Nel 1981 lo stato peruviano riconobbe l’importanza dell’attività castañera, vietando l’abbattimento dell’albero di noce. A partire dal 2000, la Legge Forestale stabilì una serie di regole e tributi per regolamentare lo sfruttamento delle risorse silvestri, introducendo l’obbligo di contratti di concessione per la raccolta della noce amazzonica. La complessità burocratica e i costi della procedura, tuttavia, non hanno fatto sparire l’informalità dal settore. “Tra i nostri compiti c’è quello di fare in modo che si emettano regolari fatture e si paghino le tasse”, continua Lupe.

Il problema “informalità” non riguarda solo le risorse forestali. A Madre de Dios il 99% delle operazioni estrattive è informale. Circa 100mila minatori illegali estraggono 16-18 tonnellate d’oro all’ anno utilizzando, per ogni chilo d’oro, 2,8 chili di mercurio, che si disperde nelle falde acquifere e nell’atmosfera.
A mettere a rischio la salute di Madre de Dios c’è anche la vendita illegale del legname, aumentata da quando, nel 2010, è stata completata la Carretera Interoceánica, “strada per lo sviluppo economico e l’integrazione della regione”. “La noce amazzonica è l’alternativa ecologica per lo sviluppo” –dice Lupe di fronte al suo albero- è produttiva solo se l’equilibrio della foresta rimane indisturbato”. La sua chioma ospita alcune specie di aquile in via di estinzione, esistono poche specie di insetti per la sua impollinazione e appunto solo l’aguti per rompere il guscio del suo frutto.
In alcune aree del Brasile, dove negli anni 80 si è preferito far spazio agli allevamenti, le noci amazzoniche non producono più. La legge brasiliana le ha protette dall’abbattimento, ma sono rimaste -secondo la FAO- dei “morti in piedi”.

Mentre ritorniamo verso la comunità grazie all’incredibile senso di orientamento delle nostre guide, troviamo una pianta giovanissima circondata da una rete metallica. “Una delle attività del programma organico di Candela è la protezione della rigenerazione naturale -ci spiega Yudith, responsabile del programma-. Georeferenziamo l’albero e lo proteggiamo dalla fauna per suoi primi anni di vita”.
Nella storia della regione e della noce, Candela ha giocato un ruolo chiave: nel 2001 ha offerto al mercato internazionale la prima castaña biologica e, poco dopo, la prima castaña del commercio equo, promuovendo la formalizzazione del settore e contribuendo a fissare i criteri della certificazione FLO (Fair Trade Labelling Organization) relativi al prodotto.
Oltre a coinvolgere circa 400 raccoglitori, tra biologici e convenzionali, Candela assume annualmente circa 200 persone per le attività di trasformazione, nel suo stabilimento di Puerto Maldonado.
“Quando siamo arrivati a Madre de Dios 25 anni fa, abbiamo trovato un settore molto sfiduciato, date le crisi cicliche dei prezzi della castaña e i ripetuti fallimenti di produttori e imprese esportatrici” ricorda Lupe.
Data l’importanza limitata che rappresenta la “Brazil nut” nel mercato mondiale delle noci (arachidi, mandorle, noci, ecc), questa risorsa non era stata mai valorizzata: “Abbiamo voluto vestire la castaña da regina, esaltando il suo valore ecologico e la sua unicità. ‘Farlo bene, fare il bene’, è stato sempre il nostro motto. Qualità del prodotto e qualità delle relazioni”.
“Abbiamo imparato a gestire i residui, a raccogliere separatamente le pile e le bottiglie di plastica, a lavorare in maniera organizzata attraverso i comité de castaña” racconta Alberto quando siamo vicini alla comunità.
Quando torniamo a Boca siamo sudati e affaticati, e ci riceve Wilber, il presidente della comunità, che ci porta a vedere i bagni, completi di tazza, doccia e lavandino, costruiti recentemente in strutture di legno. Il progetto è stato possibile grazie alla relazione con Candela e, in particolare, grazie a una donazione di Body Shop, che acquista l’olio per i propri cosmetici. Sorvolando la foresta e le Ande, torniamo a Lima, seguendo il percorso che fanno i sacchi delle noci di Candela verso lo stabilimento dove avviene l’ultimo processo di trasformazione. “Farlo bene” vuol dire focalizzare l’attenzione sulla tracciabilità e sulle varie fasi del processo produttivo: “Vendere noci nel mercato internazionale implica il rispetto di rigidi standard imposti in particolare dall’Unione europea per quanto riguarda i livelli massimi di aflatossine, micotossine prodotte da un fungo a cui sono facilmente soggette tutte le noci”, spiega Sandra, responsabile del Controllo qualità, nel laboratorio di analisi di Candela.
L’impegno dell’organizzazione, negli ultimi anni, va oltre la noce amazzonica: “Stiamo diversificando -spiega Lupe mentre mostra tavolette di cioccolato, frutta disidratata, oli amazzonici e integratori alimentari esposti nel banco della fiera biologica di Lima-. Stiamo lavorando con produttori della sierra e con una cooperativa di produttori di oli amazzonici del Nord del Perù”. Quest’ultima, che estrae oli dai frutti delle palme di ungurahui e di aguaje per l’industria cosmetica, è nata da un progetto della Ong italiana VIS.

“Il 60% del Paese è costituito da foreste- spiega Lupe-. Quando in Perù si capirà che possiamo lavorare in Amazzonia attraverso pratiche di sostenibilità, avremo compreso il vero potenziale del nostro Paese”.
Tutt’altro che concentrato sulle potenzialità di una crescita “verde” dell’Amazzonia, il Perù del presidente Ollanta Humala punta invece a una crescita basata su miniere, idrocarburi e aperte agli investimenti senza porre alcuna condizione ambientale. Spaventato dal lieve rallentamento della crescita del prodotto interno lordo nel primo semestre 2014, il governo ha approvato di recente un pacchetto di misure per far ripartire l’economia, snellendo procedimenti “scomodi” per gli investimenti e riducendo le funzioni del ministero dell’Ambiente e del suo organismo di valutazione e fiscalizzazione ambientale.
Oltre cento organizzazioni della società civile internazionale, tra cui Oxfam e WWF, hanno lanciato un appello per dire “No al pacchetto”, chiedendo coerenza al Paese che ospiterà -a dicembre 2014- la conferenza sul clima COP20: “In un contesto di crisi climatica globale, in cui sono necessarie azioni concrete, questa proposta è molto preoccupante”, hanno scritto a Humala. “Noi andremo avanti convinti che sia possibile creare sviluppo sfruttando in modo sostenibile le risorse del nostro Paese e proteggendo gli ecosistemi”. È la voce Gastón, spiega la linea di Candela. —

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