Ambiente

Le mani della finanza sul clima

A Doha uno dei capitoli più caldi sul tavolo è la climate finance. Non solo per ciò che riguarda gli stanziamenti promessi e non mantenuti per il Green Fund, ma soprattutto per ciò che sarà il ruolo dei privato nella lotta al cambiamento climatico negli anni a venire. Quale libertà, quale strategia di azione e quale controllo pubblico sono le "conditio sine qua non" che sottostanno ad un negoziato ormai infinito.

Per salvare il pianeta non bastano le buone intenzioni, ci vogliono soldi. E tanti. E’ la prosaica conclusione che si trae da "The Landscape of Climate Finance 2012", l’ultimo report della Climate Policy Initiative, centro studi statunitense esperto di questioni climatiche supportato da George Soros e sponsorizzato, tra gli altri, dalla Fondazione ENI.
Secondo il report per avere adeguate risorse da dedicare al solo settore energetico per una sua transizione low carbon, bisognerebbe mobilizzare entro il 2050 oltre 36mila miliardi di dollari, quasi la metà dell’attuale Prodotto interno lordo mondiale. Con uno stanziamento medio di mille miliardi di dollari all’anno. Un enormità se paragonata al flusso annuale di "climate finance" che il centro studi calcola in 343-385 miliardi di dollari all’anno, di cui il 60% derivante dal settore privato.
Una tendenza generalizzata. In un momento di crisi economica, come Rio+20 ha insegnato, i partenariati pubblico privato esplodono, così come lo spazio lasciato alle imprese per far convergere interesse privato e pubblici obiettivi. La Cina, Paese trainante nello sviluppo della Green economy, nel suo 11° Piano quinquennale 2006-2011 ha investito 142 miliardi di dollari per migliorare l’efficienza energetica delle sue produzioni, l’83% dei quali derivanti da fonte privata. E’ la logica del leverage, per cui il pubblico mette solo una parte della somma necessaria come punto d’innesco dell’investimento privato.
Anche perchè, dalle parole della Commissaria al clima dell’UE Connie Hedegaard "non è possibile raggiungere l’obiettivo dei 100 miliardi di dollari all’anno nel 2020 solo con fondi pubblici". Saranno necessarie fonti innovative che vedranno il coinvolgimento di molti attori, tra cui le Banche di sviluppo e altri attori finanziari.
"Il fatto che le politiche pubbliche e gli incentivi stiano sbloccando gli investimenti provati è un’ottima notizia per i decisori politici alle prese con budget limitati" ha dichiarato Barbara Buchner, direttore di CPI Europe.
Ma quanto questo possa significare un progressivo disimpegno dei Governi sul lato dei finanziamenti non è chiaro. Soprattutto se si considerano quei Paesi che hanno scelto un profilo basso nel loro impegno per combattere il cambiamento climatico. E quanto lo spazio al privato possa diventare non tanto un modo per mobilizzare nuove risorse, ma al contrario per lasciare mano libera a soluzioni di mercato con la convinzione che i mercati possano essere la risposta giusta ad un problema globale.
In questo sta lo scontro su chi dovrà gestire il Green Fund: un governing body sganciato dalle Nazioni Unite, con presenza all’interno di rappresentanti del privato? Oppure dovrà essere un soggetto subordinato alla Convenzione Quadro in modo da garantire coerenza tra le strategie di investimento e le esigenze della comunità internazionale?
Gli investitori di mezzo mondo sono sul piede di guerra.
Una scelta "che creerebbe troppa incertezza e fermerebbe le persone dall’investire" ha dichiarato al Financial Times Stephanie Pfeifer dell’Institutional Investors Group on Climate Change, che rappresentra molti tra fondi pensione e asset managers europei.
"Se uno degli obiettivi è attirare finanziamenti privati" le ha fatto eco Nathan Fabian dell’Investor Group on Climate Change in Australia e Nuova Zelanda, "dovrebbe fare il contrario. Significherebbe che il fondo verrebbe strangolato alla nascita".
Grande possibilità di investimenti, buoni profitti e libertà di azione. Questo chiedono gli investitori mondiali, che vedono nel cambiamento climatico la nuova shock economy da cui estrarre valore. E lo scenario si complica: da Doha non dovrà uscire solo un impegno dei Paesi industrializzati a sostenere l’adattamento al cambiamento climatico, come più volte promesso e quasi mai mantenuto, ma dovrà definirsi il profilo del fondo e del ruolo del privato almeno nelle sue linee generali. Mancano pochi giorni alla fine della COP18 ed è impossibile trovare una quadra. Ma le tendenze generali, dopo questa Conferenza mediorientale, saranno chiare da subito.

 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia