Ambiente / Opinioni

Le conseguenze dei cambiamenti climatici non si valutano (solo) in punti di Pil

In vent’anni i modelli climatici sono migliorati in maniera significativa. Ma non tutti se ne sono accorti. La rubrica di Stefano Caserini

Tratto da Altreconomia 240 — Settembre 2021
© Roxanne Desgagnes, Unsplash

I fatti di questi ultimi mesi (incendi di dimensioni spaventose, alluvioni catastrofiche) hanno portato molti a dire che gli scienziati hanno sottostimato i pericoli del cambiamento climatico. Dopo un paio di decenni a essere accusati di essere inutilmente allarmisti, ora arriva l’accusa opposta. Dal punto di vista delle proiezioni delle temperature, non è cambiato granché. Negli ultimi vent’anni, nonostante gli enormi passi avanti fatti dai modelli climatici, non ci sono state variazioni significative, a parità di scenari di emissioni di gas serra, delle proiezioni effettuate.

Quello che è cambiato è che, rispetto ai primi anni Duemila, oggi gli scienziati studiano scenari molto più ambiziosi, con ipotesi di riduzione delle emissioni molto maggiori: per esempio lo scenario SRSE-B1, il più ambizioso fra quelli considerati dal Terzo rapporto sul clima dell’IPCC, pubblicato nel 2001, prevedeva il picco delle emissioni di CO2 nel 2050, con un successivo loro dimezzamento a fine secolo.

Negli scenari più ambiziosi del Sesto rapporto dell’IPCC, il cui primo volume è stato pubblicato nell’agosto 2021, invece, si prevede il picco nel 2020 e il raggiungimento delle emissioni nette zero circa nel 2050. Questa enorme differenza è dovuta al fatto che in questi vent’anni ci si è accorti di quanto maggiori siano i danni causati dal cambiamento climatico, a parità di aumenti delle temperature globali, rispetto a quanto si pensava in passato.

Ma non tutti se ne sono accorti, o vogliono accorgersene, e per sostenere che non dobbiamo preoccuparci citano studi macroeconomici secondo cui i danni dei cambiamenti climatici, anche per aumenti di 2-3° C delle temperature globali, ammonterebbero a pochi punti di Pil. La fonte preferita è William Nordhaus, un economista statunitense che ha ricevuto, nel 2018, insieme a Paul Romer, il premio Nobel per l’economia per i suoi studi su economia e cambiamento climatico.

In effetti Nordhaus in un saggio pubblicato nel 2007 aveva indicato in +2,8° C la temperatura “ottimale” del Pianeta nel 2100, in grado di ottimizzare -secondo i suoi calcoli- il bilancio fra i costi della mitigazione e i benefici degli impatti evitati. Dal punto di vista metodologico è indubbio che Nordhaus ha fornito contributi interessanti per chi studia gli aspetti macroeconomici del problema dei cambiamenti climatici, con la creazione di modelli che volevano stimare la temperatura ottimale del Pianeta.

20. Sono gli anni passati dal Terzo rapporto sul clima dell’IPCC. In questi anni ci si è accorti di quanto maggiori siano i danni causati dal cambiamento climatico rispetto a quanto si pensava in passato.

Il metodo consisteva nel combinare le funzioni matematiche che esprimevano i costi della mitigazione del cambiamento climatico (decrescenti con le temperature obiettivo della mitigazione), con quelle che descrivevano i costi degli impatti dei cambiamenti climatici (crescenti con le temperature). L’applicazione di queste metodologie ha portato a risultati scollegati dalla realtà: le relazioni matematiche che esprimevano i costi dei danni causati dal surriscaldamento globale non consideravano la realtà, ma una sua astrazione molto semplificata.

Queste semplificazioni non consideravano questioni fondamentali come i rischi per la biodiversità, i danni ai servizi ecosistemici, l’acidificazione dei mari o i rischi di destabilizzazione delle calotte glaciali. I danni erano considerati solo se quantificabili in termini economici per gli esseri umani. Nordhaus non aveva nascosto le grandi incertezze delle sue valutazioni, o le assunzioni metodologiche molto discutibili, ma questi problemi non sono mai interessati alle lobby fossili. O forse il problema era a monte. L’uso del termine “ottimale”, che poteva dare l’impressione che “cosa sia ottimo” per la società si possa decidere solo in termini economici. Ma su questo negli ultimi vent’anni non si è riflettuto granché.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2019)

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