Altre Economie

L’arte dell’agricoltura sociale

“Calafata” è sinonimo di mutualismo e solidarietà. La cooperativa lavora recuperando vigne e oliveti abbanondonati in Lucchesia

Tratto da Altreconomia 133 — Dicembre 2011

IL PASSO Dalla cassa integrazione a vigne, oliveti e arnie può essere breve. Marco Bechini, AD ESEMPIO, lavora da anni per una multinazionale farmaceutica nei pressi di Lucca: un percorso professionale come tanti che, come altrettanti, si ferma di fronte alla crisi. La lettera di licenziamento lo fredda, ma non lo congela: con altri giovani che ruotano intorno ai gruppi di acquisto solidali (Gas) aveva già messo insieme un incastro “saldo”, come quello che rievoca il nome della cooperativa agricola e sociale che hanno creato: si chiama “Calafata” (www.calafata.it, info@calafata.it), perché “la ‘calafatura’ è l’antica arte dello stucco delle navi, la fase immediatamente successiva alla saldatura delle tavole” racconta Fabio Angeli, il socio che lo ha proposto. Fabio è il cantante di uno dei gruppi musicali emergenti della scena rock italiana, gli Esterina, dall’anima “green e ribelle”, che un anno fa hanno inaugurato la cooperativa con un concerto in cantina, fra le botti e gli applausi. I più bravi “mastri d’ascia calafata” si trovavano a pochi chilometri di distanza verso la costa, a Viareggio, e nei secoli hanno fatto la storia in tutto il mondo. “Un lavoro infernale per rendere sicuro il navigare” racconta Fabio.Quale immagine migliore per rappresentare una decina di persone che mettono insieme saperi e inquietudini per cambiare vita e restituire un senso e una direzione al lavoro? “Semplicemente -commenta Fabio- l’idea di tappare buchi, metterci insieme e recuperare un mestiere antico come l’agricoltura”. Una volontà che si salda con l’abbandono di una delle più antiche vigne della lucchesia, nella zona del Morianese, una delle poche dove viene prodotto il Majulina, un “vino bono” come si dice da queste parti. Il padrone della vigna, che fu nella storia proprietà di un nobile casato, Lorenzo Citti, la vede spegnersi anno dopo anno e non resiste alla tentazione di offrirla a giovani che vogliono rilanciarla. Prende carta e penna e scrive ad alcuni di loro. Gli piaceva l’idea di metterla a disposizione di un progetto socialmente utile.  “Accettammo subito, ma non ci bastava -racconta Marco Bechini-. Volevamo creare qualcosa che avesse un valore sociale, creando opportunità di reinserimento e riscatto”. Donatella Turri, direttrice della Caritas di Lucca, catalizza questo bisogno e mette in prima linea la Caritas stessa per partecipare al progetto, come vero e proprio socio.
Dopo molti incontri, accese discussioni e qualche mese nasce Calafata. La scelta della cooperativa agricola e insieme sociale, la prima nata in Toscana, complica le cose, ma interpreta perfettamente quello che hanno in testa due apicoltori, Luca e Matteo, l’azienda biologica e biodinamica Nicobio (www.nicobio.it), colonna dei Gas dell’Alto Tirreno condotta da Federico ed Elena, la Caritas e poi Maik, Marco, Fabio.
“Alla vigna -racconta Maik Tintori, giardiniere di professione che dedica lunghe giornate ai filari- si aggiunge l’idea di fare anche l’olio e il miele. Quando cerchi con determinazione le occasioni le trovi: e così è arrivato un oliveto, anch’esso in fase di abbandono, di 4 ettari con 1.200 piante non potate da molti anni che stiamo recuperando. Alcune persone del gruppo d’acquisto ci danno una mano per la raccolta, altre ci portano da mangiare nei giorni più intensi di lavoro. È una realtà aperta che si interfaccia al Gas e ha portato partecipazione”.
La fase iniziale è dura e per ora la cooperativa va avanti grazie ai finanziamenti regionali per i giovani agricoltori. “Calafata” ha già garantito l’inserimento lavorativo per una persona e tre giovani stagisti, due dei quali potranno rimanere a tempo pieno, grazie a finanziamenti europei veicolati dalla Regione, per almeno 18 mesi. Sempre un bando regionale ha permesso l’acquisto di 50 nuove arnie, che si sono aggiunte a quelle già in possesso di Luca, apicoltore per hobby. 16 quintali di miele andato tutto a sostenere i canali commerciali della cooperativa.
“Per ora -spiega Federico, 28 anni, il più giovane che è anche presidente- la cooperativa sta muovendo i primi passi per cercare di arrivare al punto di coprire lo stipendio di due-tre persone che coordinino tutto il lavoro e gli inserimenti. La difficoltà è quella della partenza. Il nostro prodotto principale è il vino: con tre ettari e mezzo di vigna diamo appena lo stipendio a una persona che lavora 12 ore il giorno. La soluzione sarebbe avere almeno 5 ettari e fare un vino da 10 euro a bottiglia, ma vorremmo rimanere alla portata di tutti e serve tempo. Peraltro, gli appezzamenti di terra sono molto spezzettati nella nostra campagna. Lo stesso discorso vale per l’oliveto: con cinque ettari garantisci a malapena il lavoro di una persona. Se aggiungi le spese burocratiche e di gestione, quelle per la sicurezza, tutte le attrezzature per iniziare e le varie consulenze, è dura andare avanti. Ma la nostra è una sfida anche culturale: nello spirito della cooperativa ci trovo antiche modalità di scambio e mutuo aiuto che possono rientrare all’interno del lavoro. Nella zona ci sono tanti trattori e frese quanti agricoltori. Ognuno fa da sé e ad essere contento è solo il meccanico del paese”.
Ma la difficoltà di campare di agricoltura non spaventa Calafata. “Stiamo convertendo il vino in biologico -racconta Maik- poi passeremo al biodinamico. Chi comprerà il vino ‘Majulina’ lo farà consapevole di finanziare anche in parte un progetto che ha un grande valore sociale. La gestazione è stata lunga, ma ora vogliamo rafforzare le vendite”. I Gas sono un canale, ma non l’unico: “Ci piacerebbe anche aprire ad altre zone d’Italia, magari confrontandoci con esperienze simili. Chissà -sorride Federico- che la nostra storia raccontata su Altreconomia non ci porti nuove alleanze”. “La scommessa più grande -conclude Mike prima di stappare, finalmente, la bottiglia di vino frutto anche del suo lavoro- è quella di poter andare avanti senza finanziamenti pubblici. Perché l’agricoltura deve recuperare dignità. E siamo aperti all’ingresso di nuovi imprenditori con un codice etico che stiamo costruendo. Vorremmo che ‘Calafata’ diventasse un marchio da mettere in comune con tutti quelli che condividono il nostro spirito”. —

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