Ambiente

L’anarchia delle cave

L’attività estrattiva, in Italia, è senza regole. Quasi 6mila cave attive e 10mila abbandonate: nessuno sa con esattezza quanto si estrae, i controlli sono scarsi e chi scava paga pochissimo le concessioni. Così mentre nel resto d’Europa si riciclano ghiaia e inerti, da noi è più conveniente ricorrere alla ruspa. E quando la cava si esaurisce, diventa una discarica. Come quella di Chiaiano

Tratto da Altreconomia 97 — Agosto 2008

Caserta è “Caverta”, la regina delle cave. In un territorio votato all’agricoltura, famoso per la mozzarella di bufala e la mela annurca, si estrae dalla terra e dai monti di tutto. E senza regole. La catena dei Monti Tifatini, che fa da corona alla città, sta scomparendo, sventrata dai cavatori. In Campania, un metro cubo estratto costa appena 10 centesimi di euro, sia calcare o la preziosa “Pietra di Fontanarosa”, tipica dell’Irpinia e usata fin dal Medioevo per rivestire gli edifici. Altrove va anche peggio: in Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna, una volta ottenuta l’autorizzazione a cavare, infatti, la pietra è gratuita (vedi tabella). Come per le acque minerali: uno Stato disinteressato e complice “svende” una risorsa demaniale, il territorio e l’ambiente.
Il mondo delle attività estrattive è governato dall’anarchia, almeno 9 Regioni non hanno un Piano cave, e regolato da una legge scritta 80 anni fa, ormai inadeguata (vedi box a pag. 9). Cavare costa comunque meno che riciclare i rifiuti inerti dei settori delle costruzioni e demolizioni. Per questo in Italia, a differenza di altri Paesi europei, non ricicliamo, anche se ciò permetterebbe di risparmiare le nostre montagne, limitando lo sfruttamento forsennato del territorio (vedi box a pagina 11). In Italia ci sono 5.725 cave attive e altre 10mila abbandonate; sono le ferite del Paese. Ogni anno si cavano almeno 700 milioni di tonnellate di materiali, ma in realtà i volumi di escavazione sono oscuri, spesso autocertificati. Solo il mercato degli inerti fattura circa 5 miliardi di euro ogni anno. I controlli, ovunque, sono pochi e le sanzioni per chi cava illegalmente praticamente inesistenti.
Caserta/Caverta produce ogni anno oltre 3,7 milioni di tonnellate di calcare, che vanno ad alimentare il ciclo del cemento (Cementir, gruppo Caltagirone, e Moccia, gruppo Buzzi, hanno stabilimenti in Provincia), e ancora ghiaie, argille, pietre arenarie e vulcaniche. Secondo l’ultimo censimento della Regione Campania, le attività estrattive riguardano 75 dei 104 Comuni della Provincia. “Le cave producono ricchezza solo per poche famiglie -incalza Giuseppe Messina, agronomo e membro del Comitato scientifico di Legambiente Campania-, perché il livello occupazionale è ridicolo”: in tutta la Campania sono solo 650 gli addetti delle 195 cave autorizzate, più 2.400 persone impiegate nell’indotto. In cambio, l’impatto ambientale è sotto gli occhi di tutti: tra le montagne di Caserta, ad esempio, ci sono ben 422 “ferite”. Oltre trecento cave sono abbandonate e 59 risultano chiuse. Trentasei le cave abusive.
Solo 46 sono le attività estrattive “autorizzate” dalla Regione, che però non ha ancora approvato il Piano regionale delle attività estrattive (Prae). Ciò significa che nel settore estrattivo regna l’anarchia, perché il Prae è come il Piano regolatore per l’edilizia, l’unico strumento possibile e adeguato di governo del territorio. La Campania è in buona compagnia: nemmeno Veneto, Friuli, Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata, Sicilia e Sardegna hanno un “piano cave”. Giuseppe Messina, che del Comune di Caserta è stato assessore all’Ambiente e lavora come funzionario al ministero delle Attività produttive, ha partecipato alla stesura del Prae campano. Il testo è stato depositato nell’ottobre del 2003, ma tra emendamenti “stravolgenti” e una bocciatura del Tribunale amministrativo regionale per abuso di potere da parte del commissario di Governo, non è ancora operativo. “Dopo la decisione del Tar -continua Messina- chi cava lo fa chiedendo alla Regione una ‘proroga’ alle autorizzazioni precedenti, senza un Piano razionale. In questo modo -conclude- la situazione non è controllabile”.
In Campania le cave sono il naturale punto d’incontro delle “ecomafie” legate al ciclo del calcestruzzo e dell’edilizia e quelle legate allo smaltimento dei rifiuti. Una volta dismesse, infatti, le cave sono solo gigantesche voragini da riempire di spazzatura.
La camorra, che nell’edilizia investe i propri capitali, prima cava, fa i buchi, e poi li riempie, trasformandoli in discariche. “Non è un caso -racconta ancora Messina- se nel casertano ben 37 Comuni non hanno un Piano regolatore. Il ‘parco’ edilizio provinciale è cresciuto del 400% tra il 1991 e il 2000 mentre il numero degli abitanti, nello stesso periodo, è aumentato dell’uno per cento”.
Per frenare questo circuito autodistruttivo, l’articolo 58 delle norme di attuazione del Piano cave proposto prevede che “all’interno dei siti estrattivi è vietata la realizzazione di discariche di rifiuti”. Purtroppo, il Piano è rimasto sulla carta, la norma non è applicata, e per questo è possibile che tra i siti individuati dal Governo per “risolvere” l’emergenza rifiuti in Campania ci siano la (ex) cava di tufo di Chiaiano, a Napoli, e la (ex) cava di tufo della famiglia Mastroianni di San Nicola la Strada (Caserta). Quest’ultima confina con un’altra ex cava-discarica, il cui nome è “Lo Uttaro”, di proprietà della famiglia Mastropietro: l’impianto, aperto nel 2007 dall’allora commissario Bertolaso, venne poi richiusa perché non a norma.
Il decreto sull’emergenza rifiuti (il numero 90 del 2008) stabilisce che i proprietari
-nel caso di Chiaiano l’Augusta arciconfraternita della Santissima Trinità dei pellegrini- verranno espropriati per ragioni di pubblica utilità. Però fuori dalle emergenze, e lontano dai riflettori mediatici, tutte le cave dismesse (specie quelle abusive) diventano potenziali discariche: “In Provincia di Caserta, Napoli, Salerno, l’abusivismo è presente e articolato, intrecciandosi con altri cicli (quello dei rifiuti in particolare)”, è scritto nel Prae. Di fronte a questi interessi economici, la politica si scopre incapace di legiferare ma anche di schierarsi: nel processo in corso a Caserta nei confronti di alcune tre le più importanti famiglie di cavatori (Iuliano, Luserta, Antonucci, tra le altre) e di funzionari del Genio civile, accusati di falso, collusione e disastro ambientale, la Provincia ha rinunciato a chiedere il risarcimento danni (mentre il Comune di Caserta ha chiesto 100 milioni di euro). La famiglia del presidente della Provincia, Sandro De Franciscis è proprietaria di due delle cave finite sotto sequestro nel 2004. In questi contesti, la tutela dell’ambiente e la valorizzazione del territorio passano in secondo piano, insieme alle leggi. Come il decreto legislativo 228 del 2001, che vieta di realizzare impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti in quei terreni dove si producono prodotti agricoli e alimentari di qualità Doc, Dop, Docg, Igt. Come la piana di “Caverta”. 

Gli interessi lombardi
La cava di Caravaggio non si farà. E non verranno aperte nemmeno quelle di Calcio, Casirate, Calcinate e Telgate, sempre in Provincia di Bergamo.
I 5 nuovi ambiti estrattivi sono stati infatti bocciati dal Consiglio regionale lombardo, che a metà maggio ha approvato il nuovo Piano cave provinciale. Una maggioranza bipartisan ha stralciato dal Piano l’autorizzazione all’estrazione di 14 milioni di metri cubi di materiali, un quarto del volume totale. Per approvare il documento, però, ci sono voluti quattro anni. Nel frattempo, la Giunta lombarda e la commissione Ambiente del Consiglio hanno provato a far lievitare i volumi autorizzati, “ritoccando” il progetto elaborato dai tecnici della Provincia: da 48,5 milioni di metri cubi a oltre 56, da cavare in 10 anni. Un “favore” alla lobby dei cavatori, contro cui si è schierata anche la Chiesa: la diocesi di Cremona ha protestato perché l’apertura della cava di Caravaggio avrebbe messe in pericolo la fonte che alimenta l’omonimo santuario. Due delle autorizzazioni negate riguardano imprese collegate alla famiglia Locatelli (impresalocatelli.it).
Sono quella di Casirate (4,5 milioni di metri cubi) e quella di Calcinate (900mila). Secondo i Verdi lombardi, i Locatelli sarebbero soci in affari dell’assessore regionale all’Ambiente Marco Pagnoncelli, bergamasco, che si è poi dimesso, a metà luglio, dopo l’approvazione del Piano cave.
“Locatelli e Pagnoncelli -racconta il consigliere regionale Verde Marcello Saponaro- sono stati soci anche in Bergamo Pulita srl, la società che gestisce la discarica di Cavernago, situata in un ex cava di ghiaia dei Locatelli”.
La discarica accoglie anche rifiuti speciali, come le ceneri dell’inceneritore di Dalmine. L’Impresa Locatelli gestisce appalti in tutta Italia, lavora per il ministero della Difesa, per l’Anas (ha realizzato lo svincolo di Contursi sulla Salerno-Reggio Calabria) e ha costruito la tratta Famagosta-Abbiategrasso della Metro2 di Milano. Si attendono ricorsi.
Intanto ripartite la giostra dei cavatori nel bresciano: il 10 giugno 2008 il Consiglio di Stato ha revocato la sospensiva del Tar di Brescia sulla cava “Mercurio-Bonfardina”, 34,6 ettari nei Comuni di Rovato e Cazzago (Bs). Sospensione decisa nel febbraio scorso, perché il progetto non è mai stato sottoposto a Valutazione d’impatto ambientale, imposta per legge in Lombardia per tutti gli ambiti estrattivi che superano i 20 ettari o i 500mila metri cubi di materiale estratto. L’Unione europea ha anche avviato contro l’Italia una procedura d’infrazione (la 2006/2315), ponendo l’accento proprio sull’ambito estrattivo di Rovato e Cazzago. Il Consiglio di Stato ha dato ragione alla ditta Bettoni, che adesso si prepara ad estrarre. La cava infatti è una miniera d’oro: secondo le stime, sotto i campi ci sono almeno 7,2 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, di cui solo 1,6 milioni “autorizzati” fino al 2014.
La Bettoni è un piccolo impero di cave (tre, al momento), movimento terra e costruzioni stradali ed edili. Quasi 50 anni fa ha vinto il primo appalto per l’autostrada Brescia-Milano. Poi ha costruito gli stabilimenti Fiat di Cassino e Michelin di Spinetta Marengo (To).
Ha circa 150 dipendenti, ma pochi lavorano in cava (www.bettonispa.it). Bettoni ha acquistato il terreno “Mercurio-Bonfadina” nel 1998, per un miliardo di lire, a un’asta giudiziaria.
Il precedente proprietario, un allevatore di bestiame, era fallito. Nel 2004, il terreno agricolo è entrato nel Piano cave della Provincia di Brescia, diventando “cavabile”, e il suo valore si è moltiplicato di circa 70 volte. Sotto l’erba ci sono almeno 35 milioni di euro di “roba”. Al giudizio di giugno di fronte al Consiglio di Stato hanno partecipato anche Regione Lombardia e Provincia di Brescia, schierate a fianco dei cavatori e contro i due Comuni, nonostante 6mila firme contro il progetto raccolte dal Comitato “Anticava Rovato” (comitatoanticavarovato.blogspot.com) tra i cittadini di Rovato e Cazzago. Secondo l’amministrazione regionale, l’azione dei Comuni rischiava di pregiudicare l’interesse economico del privato. Nel bresciano la ditta Bettoni è al centro anche di un’altra querelle: a Travagliato, sede di una cava in esaurimento, vorrebbe “diversificare”, aprendo una discarica di inerti. Nel novembre del 2007 la Regione ha dato il via libera all’intervento, autorizzando la Bettoni a “stoccare” in dieci anni 2,1 milioni di metri cubi di inerti. Nel 1992, al momento di avviare l’attività di cava, il Comune e la ditta Bettoni avevano sottoscritto un piano di recupero dell’area: sarebbe dovuta diventare un “parco naturistico-ricreativo con recupero integrale a verde degli argini e del fondo cava e rimboschimento con essenze autoctone”. Un progetto che dopo quindici anni si è trasformato in discarica. Al Comune in cambio toccano -per effetto di una convenzione del 2006- 500 tonnellate di pietrisco gratis l’anno e la possibilità di incassare una tariffa doppia rispetto al tabellario:
per ogni metro cubo cavato, un euro invece di 41 centesimi. Bell’affare.

375milioni di tonnellate
Nel 2006 in Italia si sono cavati 375 milioni di tonnellate di inerti (sabbia, ghiaia e pietrisco), pari al 54% dei materiali estratti nel nostro Paese. Il resto -320 milioni di tonnellate- sono argilla per laterizi (8%), calcare e argilla per cemento (4%), gessi per usi industriali (3%) e pietre ornamentali come il marmo (31%). Questi dati, quelli forniti dall’Anepla, l’Associazione nazionale estrattori produttori lapidei e affini, associata a Confindustria (www.anepla.it), non trovano però riscontro in quelli che le Regioni hanno fornito a Legambiente, che li ha pubblicati nel rapporto “Il punto sulle cave in Italia”. Secondo Legambiente, infatti, durante il 2007 sono stati cavati 299 milioni di metri cubi, ma mancano i dati di Piemonte, Valle d’Aosta, Veneto, Liguria, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Il rapporto è su: www.legambiente.eu

Le regole del re
Le regole per chi cava sono ancora quelle di un Regio decreto del 1927. Da allora, non vi è più stato un intervento normativo nazionale. Nel 1977, i poteri in materia di cave sono stati trasferiti dallo Stato alle Regioni, che gli hanno recepiti con lentezza, con normative regionali che regolano il settore (la Provincia di Trento solo nel 2006; l’Umbria nel 2000; Lombardia e Toscana nel 1998).
Solo in Calabria non c’è ancora un legge organica sulle cave (cui però sta lavorando), e le autorizzazioni le danno i Comuni. Dieci Regioni -Veneto, Friuli e tutte quelle del Centro-sud tranne la Puglia- non hanno un Piano cave (Prae). Anche Lazio e Abruzzo hanno trasferito il potere ai Comuni, che possono agire in modo discrezionale e concedere le autorizzazioni senza alcuna restrizioni.

Minerali e cave, un paradiso
“Io mi merito paradiso”: gli spot dell’acqua minerale Paradiso hanno invaso le nostre case dai canali tv. Acqua Paradiso (www.acquaparadiso.it), imbottigliata in Friuli, è “l’acqua custode” del gruppo Gabeca, e dovrebbe chiudere il 2008 con vendite in crescita del 50%. La fortuna di Marcello Gabana
(www.gruppogabeca.it), che controlla il gruppo attraverso la holding che porta il suo nome, un fatturato di 83,5 milioni di euro nel 2007, viene dalla cave: un altro settore “protetto”, dove gli imprenditori si appropriano gratis, o quasi, delle risorse naturali del territorio. Gabeca (che significa “Gabana betonaggi e cave”) e Beton scavi, con sede a Montichiari (Brescia) sono le società del gruppo attive nell’edilizia, mentre “le cave esaurite -spiega l’azienda- vengono adibite a discariche controllate. Due sono state autorizzate e due sono in fase di autorizzazione, ma non ci sono nuovi ambiti estrattivi in approvazione”. Sono due le società del gruppo impegnate nel settore “Ecologia e ambiente”, Gedit spa e Gelab srl. In termini di fatturato le discariche e l’immobiliare (Marcello Gabana & C., Le Pietraie, Centro Comm. Triburtina 90, Interlaghi, Immobiliare Lampedusa) sono i settori trainanti del Gruppo, con 28 milioni di ricavi nel 2007.

L’(in)utile piano campano
Le linee guida del Piano cave del 2003, mai approvato dalla Regione Campania, elaborato, contengono spunti interessanti che renderebbero più sostenibile l’attività di cava. Intanto, si individuano zone ad alto rischio ambientale e in aree di crisi dove cessare ogni attività estrattiva. Poi, si stabilisce che lo sfruttamento della cava debba avvenire per lotti, con intervalli temporali riferiti a ciascun lotto non superiori ai 12 mesi. In questo modo, l’avvio di un terzo lotto di coltivazione è subordinato al completo recupero del primo. Per le cave “di versante”, che tagliano la montagna, si impone la coltivazione a terrazze, più sostenibile.

All’estero si ricicla
È possibile ridurre l’attività estrattiva, a patto di riciclare. Scegliendo di non buttare in discarica i calcinacci degli edifici abbattuti, di riutilizzare i materiali di scavo delle gallerie. In altri Paesi europei è normale: l’Olanda, il Belgio e la Danimarca riutilizzano oltre l’80% dei rifiuti da costruzione e demolizione. In Italia, invece, ci sono troppe montagne e cavare è molto economico: nel 2005 solo l’8,15% dei 45 milioni di tonnellate di rifiuti inerti prodotti è stata avviata al riciclo.
È rimasto lettera morta anche un comma della Finanziaria 2002, che invitava le Regioni, entro il 31 marzo di quell’anno, ad adottare le disposizioni necessarie “affinché gli uffici e gli enti pubblici, e le società a prevalente capitale pubblico, anche di gestione dei servizi, coprano il fabbisogno annuale dei manufatti e beni […] con una quota di prodotti ottenuti da materiale riciclato non inferiore al 30% del fabbisogno medesimo”. Così oltre il 90% dei rifiuti da costruzione e demolizioni, nel nostro Paese, finisce in discarica o negli inceneritori. Sul sito www.inertitalia.com/
attivita-riciclaggio.php c’è la mappa dei centri in cui è possibile conferire rifiuti per inviarli al riciclaggio. Sono localizzati soprattutto nel Centro-nord. Le imprese edili possono usarli per smaltire legalmente i rifiuti inerti a costi più bassi di quelli imposti dalle discariche, mentre le imprese di costruzioni comprano gli inerti a prezzi più bassi di quelli imposti dalle cave.
Ci guadagna l’ambiente, mentre nel Sud Italia il riciclaggio stenta perché cavare è molto più economico. In Campania, ad esempio, almeno il 41% del fabbisogno anno di materiale di cava, 14 milioni di tonnellate, potrebbe essere soddisfatto recuperando e riutilizzando gli inerti (15,7%), le terre e le rocce di scavo (25%).
 

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