Esteri / Varie

L’altro Kenya

Viaggio nel Paese africano, tra progetti di sviluppo sostenibile, presidi alimentari (dal miele degli Ogiek alla pecora di Molo) e turismo responsabile. Nonostante i taglialegna che minacciano la foresta di Mau, a 2.700 metri d’altezza e nel mezzo della Rift Valley.
Il reportage è un "assaggio" dal libro "Kenya. Una guida di turismo responsabile"

Tratto da Altreconomia 170 — Aprile 2015

Lungo la polverosa strada sterrata che porta alla foresta di Mau, a 2.700 metri d’altezza e nel mezzo della Rift Valley in Kenya, ci si ferma di continuo: occorrono diverse manovre per fare spazio a degli enormi camion gialli carichi di tronchi d’albero. Il logo stampato sui mezzi che occupano la via recita “Timsales Ltd”: si tratta di una delle più importanti imprese del Paese attive nel settore del legname, vicina all’attuale presidente Uhuru Kenyatta, con la testa a Elburgon -cittadina alle pendici della foresta- e uffici a Nairobi, Mombasa, Kisumu e Nakuru. I suoi camion vanno avanti e indietro senza sosta nella polvere per arrivare alle aree di piantagione a monocoltura. Uno si è appena fermato nella comunità di Mariashoni, case semplici, ordinate, con due porte da calcio in una piana, nella foresta, a quaranta minuti dal quartier generale “Timsales” di Elburgon. Durante i lavori dentro una delle numerose distese dell’azienda, raccontano, un taglialegna si è ferito con una motosega. Ogni tenuta è descritta da un cartello che indica la specie, la superficie e l’anno della piantumazione. Per la maggior parte sono piante esotiche (cipressi e pini), sistemate l’una addosso all’altra così da creare una sorta di macchia fitta, impenetrabile, buia, completamente estranea al contesto indigeno. Sette ettari piantati nel 2011, si legge, diciannove nel 2004, otto nel 2009 e poi ancora. La crescita del mercato immobiliare nel Paese pretende impalcature (per la maggioranza in legno) e pali per i cavi dell’illuminazione. Ad ogni costo. “Una nuova legge a favore di una gestione condivisa in difesa delle foreste esiste dal 2005 -spiega Samuel Karanja Muhunyu, direttore di Necofa (Network for Ecofarming in Africa, www.necofakenya.or.ke), ong di stanza nella città di Molo -a 50 chilometri da Nakuru, la quarta del Kenya- che dal 2003 promuove pratiche di agricoltura sostenibile a tutela del territorio- ma da allora non è stato ancora stilato un programma relativo alla foresta di Mau”. La mancanza di regole certe ha fatto sì che negli anni la foresta si sia ridotta del 60%, ritrovandosi oggi con una superficie complessiva di circa 416mila ettari. Ma il Mau è un patrimonio, nonostante la guida che ho acquistato in Italia poco prima di partire gli dedichi soltanto sette righe. Me lo dimostrano due accompagnatori locali, Fredrick e Samson, nell’area di Kiptunga, nel Nord di questa foresta pluviale che l’altitudine rende secca. Durante il tragitto verso una cascata spuntano tre donne e due asini carichi di legna, sono venute qui per tagliare illegalmente i tronchi delle piante indigene o per farne del prezioso carbone vegetale (charcoal), lasciando ardere il legname ricoprendolo di un cumulo terra. Non sanno -o se lo sanno valutano diversamente il rischio- che la foresta che stanno ferendo rappresenta, con sole altre quattro, una delle “water towers” del Paese, in grado di alimentare i laghi Victoria, Turkana, Baringo, Nakuru e Natron. È per questo che al direttore di Necofa piace paragonare la foresta di Mau a “quel che sta dietro al successo del Kenya”: è qui, infatti, che nasce il fiume Mara, più noto però per il luogo in cui scorre -la pianura del Serengeti- e per il parco nazionale a cui dà il nome -il Masai Mara, principale meta turistica del Paese (i dati 2010 della Banca mondiale stimano in 1,47 milioni di persone il flusso complessivo di visitatori del Kenya)-. Ed è qui che si alimenta il fiume Molo, che poi raggiunge i laghi Bogoria e Baringo, più a Nord. Chi si è messo in testa di difendere la foresta e promuovere l’ecosistema che la circonda è la ong italiana Mani Tese (www.manitese.it), anima del progetto “Economie locali e tutela della biodiversità: Sviluppo del turismo responsabile e valorizzazione delle filiere agro-alimentari nel bacino del fiume Molo”, finanziato nel 2012 da Regione Lombardia e Fondazione Cariplo. “Accanto a Mani Tese -spiega  nell’ufficio di Nakuru Samuele Tini, rappresentante Paese- ci sono lo storico partner locale della ong, Necofa appunto, Slow Food, il Wwf Italia. E, soprattutto, le comunità che vivono in quest’area poco conosciuta del Kenya”. Sulle 42 presenti nel Paese, il progetto si è concentrato su due tra le più emarginate: quella degli Ogiek -che, dopo essere stata ricacciata dai Masai nella foresta di Mau fino a metà del 1800, non si è mai vista riconoscere la terra nonostante la redistribuzione del governo- e quella degli Ilchamus, lungo il fiume Molo, nella contea di Baringo. Gli ambiti del progetto sono tre: il censimento e la successiva tutela della biodiversità dell’ambiente in cui vivono le comunità -grazie, per quanto riguarda la foresta, alla piantumazione di 10 ettari di piante indigene-, lo sviluppo delle economie che a quegli ambienti sono collegate e la promozione di percorsi di turismo responsabile attraverso la predisposizione di strutture ricettive gestite direttamente dalle comunità. I passi più significativi sono stati fatti nel Mau, insieme agli Ogiek.  “Si tratta di 14mila persone che abitano la foresta di Mau -racconta Martin Lee, coordinatore del gruppo comunitario voluto dal progetto- sono concentrate soprattutto nella piccola frazione di Mariashoni e cercano con fatica di portare avanti le proprie tradizioni. Una di queste è la produzione del miele”. Bisogna andare nel Mau: le arnie tradizionali degli Ogiek sono dei grossi cilindri di cedro rosso sistemati a 10 metri d’altezza, appesi sugli alberi. Fredrick è un Ogiek che insieme ad altri venti colleghi è diventato guida grazie a percorsi formativi organizzati nel progetto; si muove a memoria tra i sentieri.  Ad un certo punto si ferma: “questo non posso scalarlo”, dice guardando un grande tronco circondato da un disco di lamiera fissato con dei chiodi: è l’“antifurto” piazzato contro i ghiottoni, che qui si arrampicano alla ricerca del miele. Poi si ferma, di nuovo, si accovaccia, apre la bisaccia di pelle di antilope rossa ed estrae un gomitolo di muschio e corteccia di cedro.  Con il macete incide un foro in un legnetto che poi sfrega contro un altro, come fosse una frizione. Cinque minuti e il fuoco è preparato e quindi “versato” accuratamente nel gomitolo che poi s’infila nella borsa. Il fumo (bianco) serve per affumicare le api una volta raggiunta l’arnia, e poter quindi raccogliere il miele. Il risultato finale è di due tipi, a seconda del nettare preferito dalle api. Il prodotto più dolce è quello del fiore di  Dombeya (o Dobea). Mentre ne acquisto tre vasetti nella piccola raffineria di Mariashoni chiedo a Samuele di spiegarmi la filiera sostenuta dal progetto: “Nel 2012 è sorta la cooperativa Mariashoni Community Development (Macodev) -spiega- che acquista direttamente dagli oltre 400 produttori della zona e si occupa di raffinare, confezionare, impacchettare e rivendere il prodotto fino a Nairobi”.
Nel 2014 il prodotto conferito a Macodev ha toccato quota 2 tonnellate -in parte da arnie tradizionali, in parte da arnie più comode poste a un metro d’altezza-, con un prezzo riconosciuto al produttore di 300 scellini al chilogrammo (circa 3 euro). Ed è qui che interviene Slow Food (www.fondazioneslowfood.it). Il miele Ogiek, infatti, è uno dei sette Presìdi del Kenya, e già si sta lavorando ad una nuova etichetta e forse all’acquisto di vasetti di vetro per il confezionamento (oggi sono in plastica). Lo racconta John Kariuki, coordinatore delle attività di Slow Food in Kenya. Il nostro incontro a Nakuru si tiene appena due giorni dopo un avvenimento importante: “dopo undici anni di attività concreta, siamo riusciti a costituirci formalmente nel Paese come ‘associazione nazionale’ -afferma Kariuki- e il Kenya è il primo caso di tutta l’Africa”.  Oltre al miele, nel progetto rientra anche il presìdio della pecora di Molo (in particolare dell’agnello), importata agli inizi del 1900 dai coloni inglesi è divenuta parte integrante della cultura e dell’alimentazione degli Ogiek. La filiera è meno strutturata rispetto al miele ma i primi passi si stanno muovendo: da un lato attraverso la realizzazione di un nuovo (e decisamente più igienico) macello nella cittadina di Elburgon grazie ad un finanziamento “dal basso” dei produttori, dall’altro attraverso il sostegno a cooperative di donne che lavorano la lana, destinandone poi i prodotti finiti anche in Europa e negli Stati Uniti. Uno di questi è il Karunga women group (sempre a Elburgon), dove operano ogni giorno 23 donne. Il progetto di Mani Tese e Necofa punta a mettergli a disposizione -come ha già fatto nel caso di alcuni macchinari- l’attacco alla rete elettrica e una cucina. Il terzo (seppur non ancora dichiarato) presìdio dovrebbe essere un pesce del lago Baringo (la Tilapia) ricadente nell’omonima contea, nei pressi di Eldume, più a Nord, dove sorge la seconda struttura ricettiva in costruzione. È il turismo responsabile la terza via del progetto. L’agenzia di viaggi del posto, “Terra Madre”, nata come spin off di Necofa, si occupa dei percorsi ecoturistici e delle attività connesse alle realtà locali. Escursioni, pranzi, degustazioni e vita di comunità. A dargli una mano, specie dal punto di vista della formazione, c’è la cooperativa sociale di turismo responsabile ViaggieMiraggi (www.viaggiemiraggi.org), che già opera in Kenya e che in futuro comprenderà tra i propri itinerari anche le due comunità protagoniste del progetto di Mani Tese e Necofa. Strutture, offerte e pacchetti saranno pronti entro l’agosto di quest’anno, quando scadrà il termine biennale del progetto. Da quel momento le comunità avranno l’onere della gestione e la ripartizione equa degli introiti. “È la responsabilizzazione di chi abita qui -ragiona Samuele- il miglior anticorpo allo sfruttamento”. Taglialegna permettendo. —
 

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