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Ambiente

L’agricoltura del G20. Prezzi volatili, finanza e biocarburanti

Si apre oggi (22 giugno 2011, ndr) a Parigi il vertice dei ministri dell’Agricoltura dei Paesi del G20. L’obiettivo sarà quello di discutere un piano di azione per combattere la volatilità dei prezzi alimentari, sostenere gli investimenti per lo sviluppo…

Si apre oggi (22 giugno 2011, ndr) a Parigi il vertice dei ministri dell’Agricoltura dei Paesi del G20. L’obiettivo sarà quello di discutere un piano di azione per combattere la volatilità dei prezzi alimentari, sostenere gli investimenti per lo sviluppo agricolo e la sicurezza alimentare. La Francia, che detiene la presidenza del G20 e che ha posto l’agricoltura tra le priorità in agenda, non poteva prevedere momento migliore per discutere di questo tema. A partire dalla metà del 2010, stiamo assistendo a una nuova ondata di rialzi dei prezzi delle commodity agricole sui mercati internazionali, con il picco registrato nel febbraio scorso quando l’indice dei prezzi della Fao -che registra la media dei prezzi di un paniere determinato di prodotti- ha superato i livelli record della crisi del 2007/2008. Allora, come oggi, i prezzi delle più importanti commodity agricole, cereali, oleaginose, raggiunsero i livelli più alti dalla crisi degli anni Settanta, causando enormi conseguenze nei Paesi più poveri. Come risultato della crisi del 2007/2008, la FAO stimava che nel 2009 il numero di affamati a livello globale aveva superato il miliardo di persone. Nell’aprile del 2011, la Banca mondiale sosteneva che in conseguenza della nuova ondata di rialzi dei prezzi dei prodotti agricoli e alimentari, 44 milioni di persone, che vivono nei Paesi a medio e basso reddito, sono finite sotto la soglia della povertà estrema. Sempre secondo la Fao, non siamo ancora entrati in una nuova crisi alimentare, ma data l’instabilità presente nei mercati agricoli, qualsiasi evento, ad esempio una nuova grande siccità in un importante Paese esportatore, come è avvenuto per la Russia la scorsa estate, potrebbe funzionare da detonatore. 
Ma cosa sta accadendo sui mercati agricoli? Fino ad appena dieci anni fa, infatti, era abbastanza impensabile che l’agricoltura finisse come tema prioritario di un ipotetico G20. Non solo, anche nelle politiche di sviluppo dei Paesi del Sud, essa occupava un ruolo di cenerentola come settore di intervento. Il problema, semmai, era proprio il contrario, ovvero come affrontare il declino costante dei prezzi registrato a partire dagli anni Ottanta: un problema enorme per i Paesi esportatori di specifiche commodity come lo erano molti del Sud del mondo, quelli più poveri in particolare, grazie alle politiche di riforma macroeconomica propinategli da istituzioni come la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale. Adesso assistiamo invece a qualcosa di completamente diverso: i prezzi sono su livelli decisamente più elevati del periodo pre-crisi e le stime di tutte delle più importanti organizzazioni internazionali concordano nell’affermare che l’era dei prezzi bassi è finita, e che è aumentata anche la loro volatilità, elemento intrinseco nei mercati agricoli che oggi ha assunto una dimensione patologica.
La crisi dei prezzi agricoli è una delle crisi di questo inizio secolo. Come per le altre, quella climatica e quella finanziaria ed economica, è l’evidenza della crisi di un modello, quello neoliberale, e della sua governance, ovvero una crisi di regole e di politiche. Per questo motivo, un insegnamento da trarre da queste situazioni è proprio quello di riconsiderare i modelli di politiche pubbliche come strumento di regolazione dei mercati per garantirne il corretto funzionamento. L’agricoltura è, da questo punto di vista, paradigmatica. L’eccessiva volatilità dei mercati è il prodotto sia della finanziarizzazione dell’agricoltura, ovvero del condizionamento sempre più determinante che la speculazione sui mercati dei derivati agricoli esercita nella dinamica dei prezzi nei mercati fisici attraverso i relativi meccanismi di trasmissione; sia di un’idea assurda ed impraticabile, quella di contribuire a risolvere i problemi dei livelli di emissioni di gas ad effetto serra sostituendo i combustibili fossili con biocarburanti, ovvero combustibili ricavati da prodotti agricoli. La produzione dei biocaburanti è sostenuta da miliardi di euro all’anno di soldi pubblici, anche nell’Unione Europea. Se consideriamo che, secondo stime della Fao, con il costo del petrolio attorno ai 100 dollari al barile, i produttori di etanolo sono in grado di rimanere competitivi sul mercato pagando il mais 162 dollari per tonnellata metrica e, addirittura, fino a 220 dollari grazie ai sussidi, è evidente che la domanda di biocarburanti avrà un impatto sempre più consistente sui livelli dei prezzi degli alimenti, in quanto sottrarrà sempre più produzione dalla destinazione alimentare. 
Servono regole per limitare la speculazione finanziaria sui mercati dei derivati agricoli, così come regole che non incentivino una produzione insostenibile di biocarburanti. Ricordiamo che, per lo meno per quelli di prima generazione, ovvero che utilizzano materia prima alimentare, gli unici attualmente in commercio, il livello di emissioni di gas ad effetto serra è superiore, secondo le stime, all’equivalente utilizzando combustibili fossili, guardando all’intero ciclo di produzione, dal campo al serbatoio. Questi due fattori, la speculazione e la domanda per biocaburanti, creano una correlazione sempre più stretta tra i mercati finanziari, quelli energetici e quelli alimentari, aumentando enormemente la volatilità dei prezzi in questi ultimi. I primi due, lo osserviamo quotidianamente, sono soggetti ad enormi forze speculative che, anche a causa della crisi finanziaria, hanno cominciato ad investire anche nell’alimentare. Oggi, gli hedge fund sono i proprietari delle maggior parte delle commodity commerciate a livello globale. 
Oltre alle regole servono nuove politiche pubbliche. È il mercato e non l’agricoltura che  è incapace di garantire sufficiente cibo per tutti. Come affermato dallo stesso Special Rapporteur per il Diritto al Cibo, Olivier De Schutter, la fame non è un problema di quantità, bensì di politiche. In questo senso lo Special Rapporteur è chiarissimo: “Siamo onesti nel riconoscere che ci siamo sbagliati: la fame non è né un problema demografico e nemmeno un problema di domanda ed offerta. Essa è in primo luogo il risultato di politiche che condannano i piccoli contadini, le prime vittime della fame, alla povertà. Queste politiche sono rappresentate dalla mancanza di accesso alla terra, all’acqua ed al credito; dalla debolezza dei mercati locali; dalla mancanza di infrastrutture; dalla debolezza contrattuale che i piccoli produttori hanno nei confronti degli altri intermediari della filiera in un contesto di crescente concentrazione del potere di mercato degli attori agroindustriali”.
È in questa direzione che le politiche pubbliche dovrebbero indirizzarsi e non al mercato. Limitare la volatilità dei prezzi sui mercati è possibile attraverso nuove politiche di gestione dell’offerta, l’introduzione di riserve alimentari in grado di intervenire non solo in caso di emergenza, ma anche come strumento di stabilizzazione dei prezzi. Rafforzare i mercati locali, nazionali e regionali, togliendo la produzione di cibo dai meccanismi che informano i mercati globali dalla cui dipendenza, i paesi più poveri, hanno avuto come conseguenza il progressivo aumento del costo delle loro importazioni di cibo -la “bolletta” alimentare- che, segnala la FAO, quest’anno ha raggiunto la cifra globale di 1,29 trilioni di dollari, più di quanto registrato durante la crisi del 2007/2008. Per questo è necessario ritornare a strategie di sviluppo e sicurezza alimentare che sostengano prioritariamente la capacità dei Paesi di alimentare la propria popolazione. 
Non è un problema di soluzioni ma di volontà politica di adottarle. Non basta dire che servono più investimenti, più commercio, più sostegno all’agricoltura. Bisogna che essi siano declinati nella direzione del sostegno a un diverso modello di sviluppo agricolo, altrimenti la soluzione diverrà parte del problema,aggravandolo. Per questo motivo è importante diffidare anche del linguaggio. Nella dichiarazione finale dei ministri dell’Agricoltura, infatti, troveremo sicuramente il riferimento ai piccoli contadini e ad un modello di produzione sostenibile. Il problema però non l’accesso di questa agricoltura e dei suoi produttori al mercato mondiale, ma è il diritto al cibo e l’uso sostenibile delle risorse che l’attuale sistema di produzione agricolo e alimentare internazionale garantisce. Per questo motivo dall’incontro di Parigi, prima tappa di discussione dell’agenda agricola del G20 in vista del vertice di novembre 2011, dovranno uscire parole chiare su biocarburanti, politiche commerciali, riserve alimentari, organizzazione dei mercati agricoli etc. Perché il binomio biocarburanti e sviluppo agricolo non può funzionare.

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