Altre Economie

La voce di chi nutre il mondo

Dall’Etiopia ai Paesi Baschi, dodici contadini spiegano il loro lavoro. Lottano contro i dogmi del libero commercio, le false promesse degli ogm, la biopirateria dei brevetti, gli agrocarburanti e il clima che cambia

Tratto da Altreconomia 97 — Agosto 2008

È fra le sfide maggiori: nutrire l’umanità. Ci provano, e provano a sopravvivere, un miliardo di produttori agricoli, in gran parte piccoli e medi. Come, con quali problemi, con quali boicottaggi, e con quali successi? Ascoltiamolo, per una volta, dalle loro voci.

Woldu e Hawariya, coppia di coltivatori in Etiopia, vivono in un Paese che nell’immaginario e nella realtà è un epicentro della fame. Loro, però, hanno una storia alla rovescia: “Sette anni fa emigrammo in campagna dalla città: per non morire di fame.
In Etiopia le terre sono tuttora collettive e le autorità locali ce ne assegnarono un ettaro. Insieme ad altri contadini della zona abbiamo costruito muretti e protezioni, arricchito il suolo con compost da noi prodotto, scavato pozzi e predisposto sistemi di irrigazione, ridotto il numero di animali pascolanti. Ora non c’è carestia fra noi contadini aderenti al Progetto Tigray, un’iniziativa delle autorità locali e nazionali, dell’università e dell’Istituto per lo sviluppo sostenibile”. Un progetto che è quasi un miracolo (replicabile però!).
Invece, dice Philip Kiriro (Kenya), della Federazione dei produttori dell’Africa dell’Est, la norma è “che ogni volta che ci avviciniamo a una soluzione, ecco un nuovo problema. La crisi climatica è enorme. Il regime delle piogge è sconvolto, sempre più spesso quel che semini non nasce, oppure piove quando devi raccogliere. Il deserto cammina. Ci assediano anche nuove specie di insetti dannosi”.
Conferma Ibrahima Koulibaly (Mali), del Coordinamento delle organizzazioni dei piccoli coltivatori (Cnop): “Ricordo molte più piogge quand’ero piccolo, pochi decenni fa. Ma anche adesso, noi piccoli contadini maliani quando piove abbastanza siamo capaci di produrre un milione di tonnellate di surplus in cereali. Però ci hanno boicottati per decenni ed è stata incoraggiata la dipendenza alimentare dall’estero dei nostri Paesi. Noi reagiamo alla crisi alimentare cercando di valorizzare i prodotti, come alternativa alle importazioni. Con il miglio e il sorgo si possono fare il pane, la pasta.
È un’economia di agro-trasformazione locale che può dare lavoro e buon cibo”.
In effetti, come spiega anche Bernadette Kabré, coltivatrice e animatrice di gruppi di villaggio in Burkina Faso, “il problema della fame, delle malattie e della miseria rurale sarebbe risolvibile anche in aree naturalmente sfavorite, aride, come il mio Paese. Noi cerchiamo di diffondere la coltivazione dell’alga spirulina, molto nutriente. E con l’essiccazione solare rendiamo disponibili tutto l’anno i frutti nostrani. Gruppi di donne lavorano le foglie di neem, un albero ‘magico’ dal quale ricavano fra l’altro un olio con proprietà insetticide che sarebbe utile anche contro le zanzare della malaria”.
È l’agricoltura per la salute: per Alejandro Arcumedo (Perù), dell’Associazione Quechua Aymara per la comunità sostenibile, “il vero oro verde, rinnovabile, pulito, sono i principi attivi di cui è ricca la biodiversità di tante zone rurali e forestali, come la nostra. Ma la loro valorizzazione -in prodotti erboristici, farmaceutici, cosmetici, nutritivi- a nostro vantaggio è messa in pericolo dalle norme commerciali internazionali che tutelano i diritti di proprietà intellettuale e i brevetti senza proteggere le nostre conoscenze collettive tradizionali. Qualunque multinazionale può fare biopirateria, rubandoci ricette e pratiche. E questa non è l’unica minaccia contro chi vive dei prodotti della terra. I nostri territori, così ricchi di oro verde, sono purtroppo ricchi anche nel sottosuolo e le aree indigene sono assediate dalle compagnie minerarie e petrolifere. Non solo: il governo ha privatizzato molte terre collettive, affidandole all’agrobusiness, con il pretesto che noi non eravamo efficienti!”.
Che i piccoli coltivatori e le comunità indigene non siano efficienti è una favoletta, sostengono Uvali Guerrero e Alberto Gomez (Messico), della Rete di organizzazioni contadine Unorca:
“Il Messico era autosufficiente prima dell’accordo di libero commercio fra Usa, Canada e Messico, il Nafta. Poi l’agricoltura è stata multinazionalizzata
e il governo ha smesso di sostenere l’agricoltura contadina con la scusa che era più facile comprare mais e altro a prezzi bassi dall’estero. Così i contadini sono emigrati in città o negli Usa e il Messico è arrivato a importare l’85% del fabbisogno nazionale di riso, il 68% del riso e la metà del mais”. 
La crisi alimentare come risultato -anche- della dipendenza dall’estero. Ndiougou Fall (Senegal) è il coordinatore di Roppa, Rete organizzazioni contadine Africa dell’Ovest: “Chiediamo ai governi di ‘imitare’ Europa e Stati Uniti nella protezione dell’agricoltura interna, per rilanciare la produzione locale e dunque ritornare alla relativa indipendenza alimentare di cui godevamo prima. Questa è la soluzione, non la cosiddetta ‘Green Revolution for Africa’ che ci propongono alcuni donatori. In Asia la ‘Rivoluzione verde’ ha portato i contadini a suicidarsi per debiti”.
Anche la cosiddetta “Rivoluzione blu”, l’acquacoltura, di danni ne ha fatti tanti. Thomas Kochery (India), del World Forum of Fisher Peoples (Wffp), accusa: “Con la produzione di gamberetti per l’export si convertono proteine di pesci poco pregiati, un tempo consumati localmente, in prodotti pregiati per le pance di chi mangia già troppo. A un prezzo salatissimo: rovinando il sistema delle mangrovie che proteggono le coste dall’erosione e dagli tsunami e salinizzando le terre agricole circostanti. Noi chiediamo che i governi, non il settore privato, si occupino del bisogno fondamentale: il cibo. È loro primaria responsabilità oppure se ne vadano.
Noi diciamo: no alla conversione di suoli agricoli ad altri usi, si tratti di gamberetti o resort turistici o monocolture energetiche”. Già: i famosi agrocarburanti. Henri Saragih (Indonesia), coltivatore e segretario generale dell’organizzazione internazionale di movimenti contadini Via Campesina, nato e cresciuto con i genitori braccianti nelle piantagioni di caucciù, ha adesso la preoccupazione di un’altra monocoltura-business: “Le piantagioni di olio di palma per farne agrodiesel anche e soprattutto per i mercati internazionali. Foreste rase al suolo, terreni agricoli assediati. Come Via Campesina insistiamo che i governi e le organizzazioni internazionali sostengano -favorendo l’accesso alla terra, l’acqua, agli input e ai mercati- le produzioni di alimenti (e non di carburanti) da parte di piccoli coltivatori (e non dell’agrobusiness) per i mercati locali (e non per i mercati mondiali)”. 
L’agrobusiness spopola anche in America Latina. Alvaro Santin (Brasile) fa parte del Movimento Sem Terra, che ha costretto il governo ad applicare la riforma agraria a 300mila famiglie senza terra, che ora producono per l’autoconsumo e per circuiti locali: “Si sono spartiti il Brasile in tre zone. A Sud e a Sud-est monocolture di eucalipto per farne pasta da cellulosa per il mercato europeo. A Nord, a Est, nelle zone amazzoniche, sempre più terre sono convertite alla canna da zucchero: per nutrire le auto brasiliane e quelle del mondo; e alla soia: esportata direttamente in Europa e in Cina oppure destinata ad allevamenti nostrani i cui ‘prodotti’ prendono ugualmente il largo. Mandiamo polli in Medio Oriente, bovini in Ue, maiali in Russia. A scapito dell’Amazzonia e della riforma agraria il mio Paese nutre e nutrirà le automobili e le stalle altrui”.
Geeta Ugugampalage (Sri Lanka), anche lei di Via Campesina, vorrebbe rivolgere un appello “ai grandi Stati del Sud: che facciano un’alleanza contro gli agrocarburanti. Il Brasile e l’India hanno fatto molte lotte insieme, per i diritti dei popoli del Sud del mondo. Adesso dovrebbero unirsi per soluzioni alternative”.
Ma tanti governi appaiono più amministratori delegati delle multinazionali che protettori di contadini e consumatori non abbienti. Anche l’Europa. Sorride Paul Nicholson (Paesi Baschi) del Coordinamento contadino europeo: “Quando partecipo a proteste contro la Pac, la Politica agricola comune, i giornalisti dicono che in Europa, i contadini non hanno certo fame. Io, grande e grosso, rispondo che è vero, non c’è la fame, ma ogni anno chiudono in Europa 600mila piccole e piccolissime unità coltivatrici. I soldi pubblici vanno in gran parte ai grandi, malgrado le varie riforme della Pac”.

La minaccia alla sopravvivenza dell’umanità è l’uomo

Tewolde Berhan Gebre Egziabher (nella foto), scienziato etiope, ha guidato a livello internazionale la lotta dei Paesi raggruppati nel G77 per ottenere un trattato che riconoscesse i diritti collettivi degli agricoltori sulle risorse genetiche in agricoltura e la protezione della biodiversità. “Siamo una specie che non ha abbastanza cura della biosfera e distrugge le prospettive del proprio futuro. Abbiamo cura per l’umanità? Per il cibo che produciamo e mangiamo? Per le specie che si stanno estinguendo? Per il suolo la cui fertilità si sta velocemente perdendo? Per le risorse genetiche sviluppate in diecimila anni di storia dell’agricoltura e ora erose da un secolo di agricoltura industriale? Ne dubito. Dovremmo sapere che siamo ignoranti su molte delle migliaia di interazioni nella complessità della vita. Invece siamo arroganti. Dunque una minaccia”.

La via campesina per salvare agricoltura e contadini
Nel mondo circa un miliardo di agricoltori coltiva cibo e altri prodotti essenziali per oltre sei miliardi di persone. Negli Usa vive di agricoltura solo il 2% della popolazione. In Europa occidentale, in media, il 7%, in Italia il 4. In Africa il 70%. Il resto del mondo oscilla fra questi estremi. Percentuali diversissime che rispecchiano due fenomeni: la quantità di macchinari
e di tecnologia nelle colture, e il tipo di colture, a maggiore o minore intensità di lavoro. Produrre frutta e ortaggi, ad esempio, richiede molta più manodopera che produrre monocolture cerealicole per le stalle. La gran parte degli alimenti per il consumo umano diretto è prodotta da piccoli coltivatori, soprattutto nel Sud del mondo. Da qualche tempo si sono coalizzati in movimenti internazionali per far sentire le loro voci. L’organizzazione sindacale alternativa più importante è Via Campesina (Vc): ha aderenti in decine di Paesi e rappresenta quasi cento milioni di iscritti. A giugno è nato il Coordinamento europeo di Vc.

Il commercio equo per il “diritto al cibo”
La fame non è nella natura è lo slogan scelto da Ctm altromercato per la nuova campagna triennale “Diritto al cibo”. Anche il commercio equo si muove di fronte ai problemi causati dalla crisi alimentare, con l’obiettivo di informare i cittadini sui meccanismi del mercato, presentare loro l’alternativa dei principi e dei progetti del commercio equo e offrire l’opportunità di adottare stili di vita più responsabili. La campagna di Ctm si rivolge anche alle scuole, con percorsi didattici sul tema del diritto al cibo, e verrà lanciata il 18 e 19 ottobre con eventi “speziali” organizzati dalle botteghe in più di 100 piazze italiane: cene “biodiverse” (con prodotti del commercio equo e specialità locali), proiezioni di film e documentari, dibattiti, incontri. Sul sito www.dirittoalcibo.it sarà possibile aderire alla campagna, scoprire gli appuntamenti e scaricare materiali. Nelle botteghe una brochure di approfondimento e un decalogo di possibili azioni di consumo responsabile.
 

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