Ambiente

La testa nella sabbia

La multinazionale italiana estrae sabbie bituminose nella Repubblica del Congo, per farne petrolio. Il territorio rischia di essere compromesso

Tratto da Altreconomia 139 — Giugno 2012

“Da quando sono arrivati quelli di ENI, l’acqua non è più buona. Le manioche sono secche, le banane non crescono più. Stanno estraendo quella sabbia. Dicono che la vogliono usare per produrre il petrolio. Noi non sappiamo niente: vediamo solo che i nostri campi non producono più”. Sylvestre Obewa è il capo-villaggio di Dionga, comune di Tchikatanga, piena foresta equatoriale della Repubblica del Congo. È in questa zona a 70 chilometri da Pointe-Noire, capitale commerciale e petrolifera sulla costa dell’Oceano Atlantico, che la compagnia italiana ha ottenuto una grande concessione per una nuova produzione: l’estrazione di sabbie bituminose per ricavarne petrolio grezzo.
L’area è completamente off-limits. Ogni pista che porta al sito di sfruttamento è chiuso da una sbarra e protetto da un guardiano che allontana sbrigativamente i curiosi. Bisogna spingersi in sentieri sterrati, inoltrarsi tra tracciati impervi nel mezzo della vegetazione per raggiungere i luoghi sensibili. Dopo circa un’ora di cammino, un grande spiazzo annuncia la cava: una collina sventrata, con grandi mucchi di sabbia nera ammassati proprio dietro un accampamento di baracche di legno. Il materiale estratto è coperto da reti verdi. “Hanno avviato le operazioni senza dirci niente. Sono arrivati con le scavatrici proprio qua, dove prima coltivavamo. Siamo stati costretti a spostarci più in là. Ma la terra ormai è arida, non dà più niente”, racconta Serdin Pambu-Ngoma, un ragazzo di una trentina d’anni che ha un piccolo appezzamento in cui faceva crescere la manioca.
Questo spiazzo polveroso in mezzo alla foresta congolese è il laboratorio-pilota per quello che Eni ritiene l’investimento del futuro nel settore degli idrocarburi.
“Si tratta di un’area con un potenziale di 2,5 miliardi di barili di petrolio. Un progetto dal grande valore strategico”, rivela la stessa compagnia sul proprio sito web. “Tutto è cominciato nel 2008”, racconta Charles Garcia, responsabile ambiente del Collectif des originaires de Kouilou (Cok), un’organizzazione che si batte per la difesa delle popolazioni che vivono nella regione. “Eni e il governo hanno firmato un accordo per lo sfruttamento delle sabbie bituminose in un’area di 1.790 chilometri quadrati”. La quasi totalità della produzione sarà destinata all’esportazione. Eni tuttavia sottolinea come dal sito potrà essere prodotto del bitume per asfaltare le strade. Come segno della propria “generosità”, all’interno dell’accordo di assegnazione di un’area più ampia della provincia di Milano e corrispondente a circa lo 0,5% del territorio nazionale, Eni ha voluto regalare al governo congolese una macchina asfaltatrice.
“Subito dopo la firma -continua Garcia- hanno cominciato le fasi esplorative. Hanno estratto dei campioni nell’area di Dionga e ora li stanno esaminando. Li hanno mandati nei loro laboratori in Italia. Da sei mesi è tutto fermo: ma noi sappiamo che quando daranno il via libera, la zona sarà completamente distrutta dallo sfruttamento. Faranno come in Canada”.
Garcia si riferisce alla regione del lago Alberta, dove il governo di Ottawa ha lanciato il più grande sfruttamento di sabbie bituminose del mondo, con una produzione quotidiana di un milione di barili di petrolio. Oggi, quella regione canadese è trasformata in una gigantesca miniera a cielo aperto. Accanto alle cave, sono stati creati enormi laghi artificiali per separare il bitume dalla sabbia, mediante l’uso del vapore e di sostanze altamente tossiche. Lo sfruttamento di queste sabbie e l’elevato impatto ambientale hanno spinto i residenti e varie organizzazioni nazionali e internazionali a lanciare una campagna per chiedere una moratoria sulla produzione e porre fine a quello che Greenpeace definisce “un vero e proprio inferno in Terra”.
“Abbiamo visto i film e le foto di quello che hanno fatto nell’Alberta. Qui sarà anche peggio: perché la zona è tutta foresta. Trasformeranno questo polmone verde in un deserto e costringeranno tutti gli abitanti ad andarsene”, tuona Garcia. Eni respinge ogni accusa e sostiene di tenere nel dovuto conto l’impatto ambientale dello sfruttamento. “Le nostre sabbie bituminose non sono in una zona di foresta tropicale, altrimenti non ce ne occuperemmo. Le abbiamo scoperte in un’area che è essenzialmente savana, in cui è possibile estrarre il petrolio dalle sabbie e ristabilire le condizioni come erano prima, tanto che la savana e l’ambiente ne risulteranno avvantaggiati”, ha detto l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni nel 2009. Ma uno sguardo rapido all’ambiente circostante mostra una realtà diversa: la vegetazione è rigogliosa, c’è un’enorme varietà di alberi e specie. “Quella interessata dalla concessione è una zona a cavallo tra la savana e la foresta”, analizza Jean Jacques Faure, un’ex guardia forestale francese che porta avanti da anni progetti di rimboscamento in Congo. “È possibile che in questa fase di esplorazione si stiano limitando alla cosiddetta savana. Ma, vista l’estensione della concessione, è impossibile non incidere sulla zona di foresta quando i lavori entreranno nel vivo”.
Mappa alla mano, l’uomo indica tutti i punti in cui l’area affidata a Eni coincide con la foresta primaria congolese. La zona si estende a Ovest fino a dieci chilometri di distanza dal parco nazionale di Conakouati-Douli, definito “l’habitat ecologicamente più variegato del Congo” mentre a Est confina con la “riserva di biosfera di Dimonika”, protetta dall’Unesco.
Il progetto delle sabbie bituminose è solo una parte di un’offensiva in grande stile che Eni ha lanciato nel Paese africano negli ultimi cinque anni. A partire dal 2007, la compagnia italiana -che prima operava solo nelle piattaforme off-shore- ha rilevato vari impianti a terra già gestiti da altre compagnie, in cui produce 43mila barili al giorno. Nel 2008, oltre a quello sulle sabbie bituminose, ha firmato un accordo con il governo congolese per la concessione di un terreno di 70mila ettari, in cui si prevede di coltivare palme da olio per la produzione del bio-diesel. Come quello delle sabbie, quest’ultimo progetto è ancora in fase di avvio (vedi box a pagina 18).
Ben avviato è invece lo sfruttamento “tradizionale” del petrolio. Lungo la nuova autostrada costruita dai cinesi che da Pointe Noire porta verso l’interno e che nel giro di un altro paio d’anni dovrebbe raggiungere la capitale Brazzaville, si vedono distintamente spandersi in aria le fiamme del gas flaring. Il gas associato all’estrazione è bruciato a torcia con grande dispersione di CO2 e danni per l’ambiente. “Quelle grandi torri di fuoco inquinano tutto. Da quando sono lì, non possiamo più usare l’acqua piovana per lavarci o per bere. Per fortuna, Eni ci porta l’acqua a casa”, racconta Princesse Ngoulou, una signora del villaggio di Mboukou, nel pieno della zona petrolifera. Per ovviare al problema delle piogge acide causate dal gas, la compagnia italiana ha pensato bene di mettere in piedi un sistema di distribuzione di acqua attraverso camion-cisterna che girano per i villaggi.
“Un signore dell’Eni è venuto a dirci di non bere assolutamente l’acqua di fonte e di usare solo quella che ci portano loro”, racconta Obewa, il capovillaggio di Dionga. “Non ha aggiunto altro. Quando gli abbiamo chiesto perché non potevamo bere la nostra acqua di sorgente, ci ha semplicemente risposto che era meglio di no. Temiamo che il divieto sia legato allo sfruttamento delle sabbie”.
“Il problema principale è la mancanza di trasparenza”, si infervora Brice Mackosso, della Commission justice et paix, organizzazione dei diritti umani di Pointe Noire. “La popolazione locale, che già soffre per l’impatto dello sviluppo petrolifero non è stata adeguatamente consultata sui nuovi progetti”. Questo attivista di lunga data sa di cosa parla. Nell’aprile del 2006, dopo aver lanciato la campagna contro la corruzione “pubblicate ciò che pagate”, con cui una serie di associazioni chiedevano alle compagnie impegnate nello sfruttamento delle risorse minerarie di pubblicare le somme versate allo Stato congolese, è stato arrestato e ha passato qualche settimana in prigione. Solo la mobilitazione internazionale in suo favore ha spinto il governo congolese a liberarlo. Oggi continua a battersi per uno sfruttamento responsabile delle risorse petrolifere e per una maggiore informazione.
“Il fatto è che viviamo in una dittatura. Il nostro governo non rende conto al popolo”, gli fa eco Charles Garcia. “Eni si comporta come se fosse a casa propria. Impedisce l’accesso alle organizzazioni della società civile. Fa tutto di nascosto. E il governo gli dà man forte”. L’attivista del Cok racconta di come nel corso di una manifestazione nel 2009 a Mboundi i partecipanti siano stati dispersi dall’esercito solo perché chiedevano un incontro con i responsabili locali della compagnia. Poi si avvicina alla sbarra di Dionga. Estrae la macchina fotografica. Scatta una foto. Un guardiano esce. “Monsieur, sta facendo una cosa vietata”. “Perché?”. “È proibito fotografare gli impianti Eni”. “Ma questa è una strada pubblica congolese”. “Io eseguo ordini. Mi hanno detto di impedire le riprese e le immagini. I miei padroni sono Eni, non il governo congolese”, gli risponde l’uomo in divisa, prima di rientrare nel baracchino e segnalare via walkie talkie ai suoi capi la presenza di persone sospette.
Non è difficile spiegare perché Eni si comporta da padrone. Oltre il 70% del Pil del Congo deriva dall’estrazione del petrolio. Eni è il maggiore produttore: dalle sue attività proviene il 30% del Pil e contribuisce al 35% delle entrate fiscali del Paese. Il Congo è 126esimo su 149 nell’indice di sviluppo umano del mondo. I livelli di corruzione del Paese sono considerati tra i più altri dell’Africa sub-sahariana mentre tra i più bassi sono gli indicatori relativi all’accesso all’energia nonostante le immense disponibilità di petrolio e gas naturale. —

Occhio alla palma
Eni si è lanciata nella Repubblica del Congo anche nel settore degli agro-carburanti, soprattutto in vista del potenziale di sviluppo del comparto grazie al pacchetto “clima-energia” della Commissione europea, che prevede un incremento fino al 10% del carburante da fonti rinnovabili per il trasporto su gomma entro il 2020. Con un accordo firmato a Brazzaville nel 2008, è stato creato un consorzio tra il governo congolese e la compagnia italiana. Sono state individuate due aree (entrambe nel Sud del Paese, al confine con il Gabon e con la Repubblica democratica del Congo), in cui piantare palma da olio per un’estensione totale di 70mila ettari. “Il progetto non è ancora in fase di produzione, ma abbiamo appena concluso di studi di fattibilità”, racconta il ministro dell’Agricoltura congolese Rigobert Maboundou. “Eni dovrà incaricarsi della commercializzazione all’estero dell’olio da palma”.
Il Congo Brazzaville è in perenne deficit alimentare e gran parte dei prodotti agricoli sono d’importazione nonostante le enormi risorse del territorio. L’olio di palma è impiegato per produrre biodiesel per i mercati europei.
Eni riporta così sul suo sito:“Il progetto Palm Oil in Congo ha come finalità principale lo sviluppo del settore agricolo […], e rientra nei piani di sviluppo nazionale volti a ridurre la dipendenza alimentare dall’estero.” Le monocolture a palma hanno però l’effetto di legare il prezzo dei prodotti agricoli ai prezzi dell’energia (diesel) nei mercati d’esportazione. Un rischio per un Paese in cui la popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà -meno di 1,25 dollari al giorno- è di oltre il 50%.

Strade scivolose
“The Oil Road” è un diario di viaggio alla ricerca di petrolio. Lo hanno scritto Mika Minio-Paluello  e James Marriott, dell’associazione Platform (www.platformlondon.org), con la quale noi di Ae collaboriamo da tempo  (Marriott è tra gli autori del nostro “Il prossimo golfo”). Risalendo il Mar Caspio, a partire da Baku, in Azerbaijan, i due ricercatori hanno seguito gli oleodotti della BP che verso Ovest, sulle montagne del Caucaso e sull’altipiano dell’Anatolia, scendono verso la costa turca. In un viaggio appassionante, hanno scortato il petrolio a bordo di petroliere e attraverso tubature di ogni tipo, verso  il Mediterraneo e le Alpi, passando dalla Baviera fino a Londra. Un libro che viaggia nel tempo e nello spazio, esplorando un paesaggio di potere, resistenza e profitto, una “strada” che incontra dieci lingue e altrettante culture. E che passa anche dall’Italia, e in particolare da Trieste, dove attraccano petroliere e giusto sul confine nazionale riparte la conduttura che porta l’oro nero in Europa. Ci sono voluti più di due anni a James e Mika per realizzare questo lavoro, che racconta meglio di tanti altri la civiltà di cui stiamo assistendo alla fine. Il libro sarà pubblicato in Gran Bretagna e Stati Uniti a settembre, e si spera presto in Italia.
Info su theoilroad.com

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