Altre Economie

La tenacia della bassa emiliana

La parola d’ordine, incontrando gli attori dell’economia solidale tra le macerie e nell’epicentro del sisma, è “ripartire” —

Tratto da Altreconomia 140 — Luglio/Agosto 2012

“Dai basa! Tin bota!”. Il motto è scritto su un volantino, appeso alla bacheca di legno davanti alle macerie di piazza don Zucchi, a Cavezzo (Mo). Un A4, in bianco e nero, annuncia l’inaugurazione del punto di distribuzione aiuti “Dal basso nella bassa” al parco di via Confalonieri a Mirandola (Mo). A tenere botta al terremoto, che dal 20 maggio ha messo in ginocchio la terra delle tigelle e di Giovanni Pico, sono per primi gli emiliani.
“Brutta gente -ci dice Gian Luca Viaggi di Mani Tese-, nel senso che qui se ci danno due soldi in un anno rimettiamo tutto in piedi”. Tutto: anche l’economia solidale, le quattro botteghe del mondo seriamente danneggiate, le osterie slow food puntellate, le cooperative sociali costrette come gli oltre 15mila sfollati a operare in tenda. Non ci vuol tanto a capire che la prima scossa e poi la seconda del 29 maggio hanno distrutto la storia di questi paesi, la vita di ventisette persone ma non la volontà di ricominciare.
Oggi però a quarantuno chilometri da Bologna inizia un altro film: Cento (Fe), Finale Emilia, Massa Finalese, Mirandola, Cavezzo e Ravarino, nel modenese, Crevalcore (Bo), paesi sconosciuti diventati tristemente noti all’Italia intera. A raccontare l’Emilia che prova a rialzarsi sono i volti di chi lavora. “La storia siamo noi”, parafrasando Francesco De Gregori, potrebbero cantarla gli emiliani, quelli dei gruppi d’acquisto solidale di Bologna e di Modena che si sono attivati per comprare la merce delle botteghe danneggiate; i soci dell’Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale che hanno creato un fondo per l’emergenza al quale si può contribuire (sul conto di Agices presso Banca Etica, Iban IT2 1050 1803 2000 0000 0109 482).
Qui Cento. Marcello Ottani, presidente della cooperativa sociale Arcoiris (40 soci, un dipendente in cassa integrazione dopo il terremoto, arcoiriscoop.it), ci accompagna in via Matteotti, a Cento, dov’era la vetrina della bottega del commercio equo. “Al momento abbiamo chiuso. Siamo inagibili”, racconta. Al momento.
Guardiamo lo stabile: è difficile pensare a una riapertura. Il tetto è sfondato, il muro ha una pancia che propende verso l’esterno. Sembra che l’edificio dovrà essere abbattuto. “Avevamo ristrutturato la bottega lo scorso febbraio grazie alla legge regionale sul commercio equo. E dentro c’erano 12mila euro di materiale: abbiamo perso 2/3mila euro di ceramiche, birre, bottiglie di sugo andate in frantumi. Dopo la prima scossa siamo riusciti ad entrare, muniti di caschetto e accompagnati dai Vigili del fuoco. Abbiamo tentato di recuperare il salvabile ma su un pavimento pieno di olio, di passata di pomodoro non è facile. Dentro le crepe ci guardano. Noi tra l’altro dobbiamo continuare a pagare l’affitto anche se qui….”. Ottani guarda la vicina Pinacoteca, al centro storico transennato e solitario: “Qui ci vorranno anni per ristrutturare”.
Di fronte alla bottega, su una saracinesca abbassata Tony ha affisso un cartello: “Sono in attesa del sopralluogo. Aspettiamo. È un mondo difficile”. Qualcuno ci prova da subito a riaprire, a rianimare il centro storico di Cento: alle reti metalliche, tra gli avvisi di “Pericolo di crollo!” spuntano volantini che annunciano la ripresa dell’attività con vendite promozionali e sconti. Anche Marcello ci pensa: “L’obiettivo è ripartire a ottobre. Il comune ha messo a disposizione il suolo pubblico per fare dei banchetti, o mettere una casetta di legno ma andando verso l’inverno abbiamo bisogno di un’area attrezzata. Intanto le botteghe equo di Bologna e San Giovanni in Persiceto (Bo) hanno deciso di adottarci: compreranno parte dei nostri alimentari. La cooperativa Altraqualità di Ferrara, invece, acquisterà l’abbigliamento. Ci resterà circa metà della merce che speriamo di vendere in banchetti ma anche tra i nostri amici. Il bilancio era già in passivo, non so come andrà a finire”. E intanto su Facebook provano a tenere fermi i conti vendendo banane sottocosto, al prezzo di due euro a confezione: “Ci terremmo a precisare che le banane non sono terremotate… arrivano oggi da Bologna, sono solo un po’ più mature del solito. Fatevi avanti, anche questo è un modo per dare la possibilità alla bottega di salvare il salvabile e sperare di continuare”.
Qui Finale Emilia. Chi non ha tempo di pensare al futuro perché troppo preso dal presente è Gian Luca Viaggi, presidente nazionale della cooperativa sociale Mani Tese e responsabile del capannone di Finale Emilia. Ci accoglie tra le brandine: “Queste mura dal 20 maggio sono state il primo approdo per chi era in difficoltà. Abbiamo avuto punte massime di cinquanta persone al giorno, con bimbi piccoli e anziani. In tre settimane saranno passare oltre 200 persone. Venivano qua per stare tranquilli, perché qui non crolla nulla. Il capannone, 1.200 metri quadrati, è antisismico e costruito ove possibile con criteri di bioedilizia. Il materiale è Isotex, legno riciclato e colate di calcestruzzo. La nostra è l’unica struttura a Finale Emilia dove la gente dorme tranquilla, anche perché i primi a venire qua in questi giorni sono stati l’architetto e i muratori che l’hanno costruito”. Gian Luca è direttore di banca, la moglie Gaia è logopedista. Hanno due figli: Mauricio e Paula Andrea. La loro casa ora è qui tra gli sfollati. In tre settimane è cambiato tutto: i mobili del mercatino hanno lasciato spazio ai generi alimentari, i laboratori di falegnameria, recupero Pc e sartoria sono fermi. “Ora il sabato e la domenica facciamo attività ricreativa. Il mercatino apriva il mercoledì e il sabato, ma l’attività è stata adattata all’emergenza. Siamo diventati un punto di riferimento, era quello che volevamo fare di questo posto. Facciamo anche delle ricognizioni in moto nelle borgate di campagna, dove non riescono ad andare la Croce Rossa o la Protezione Civile. Se i proprietari le lasciassero, le case sarebbero prese di mira da sciacalli. E abbiamo fornito molte tende e materassini, che non si trovavano da nessuna parte”. L’intervista a Gian Luca è interrotta dal suono della banda Roncati di Bologna, che è venuta ad animare il pomeriggio. Intanto in un angolo del capannone due parrucchieri tagliano i capelli a una famiglia. C’è bisogno di tutto. “Ma soprattutto  di socialità e sostegno psicologico -aggiunge Viaggi-. Ogni settimana vengono quattro psicologi e una psicomotricista. Un gruppo da L’Aquila viene a darci le istruzioni per il giorno dopo: ci forniscono una serie di prospettive che ora non sono valutabili. Con l’estate non si farà più nulla di quanto previsto: manca un pezzo della fine dell’anno scolastico, manca qualcosa alla normalità, qualsiasi cosa possa significare stare insieme. Non ci sono più spazi per le attività musicali, per quelle sportive e religiose. E la cosa più brutta è che quando viene sera non c’è più nessuno in giro. Viene paura. Tutti l’abbiamo. Come i bimbi, perdiamo le nostre certezze. Diventiamo un po’ come gli uomini primitivi. E palestrati, fenomeni, spacconi, alla sera ci caghiamo tutti addosso”.
Qui Mirandola. Sandra Testa e Gino Pili, si sono sposati a fine giugno. Ma non a Mirandola: la chiesa di San Felice è in zona rossa. Così la responsabile della “Bottega del Sole” (www.bottegadelsole.org) di Mirandola e Carpi (Mo) ha deciso di trasferirsi in una chiesa anti-sismica a Modena. Ma al viaggio di nozze per ora, i nuovi sposi, rinunceranno. La loro testa è qui, nel paese del filosofo Giovanni Pico dove ormai più nessuno vive in casa: in 18mila sono nelle tendopoli della Protezione Civile, e altrettante persone dormono in tenda o in automobile. Ogni giorno cinque, sei, dieci scosse.  La gente sa riconoscere persino l’intensità. Dopo tre settimane, qualcuno prova a tornare a una vita normale tra le scosse: c’è chi ha svuotato la palestra e ne ha realizzata una all’esterno; qualche bar riapre lungo la circonvallazione che circonda il centro storico; persino il barbiere di Mortizzuolo, una frazione, ha rialzato la saracinesca. La tabaccheria vende sigarette all’esterno del negozio, e in tutta la zona solo il Famila ha avuto l’agibilità. La gente c’è ancora. Non se ne va. Resiste. Monta le tende davanti a casa e resta lì, in attesa che passi. Chi non potrà riaprire per molto tempo è la Bottega del Sole, che si trova in pieno centro. Lì è il deserto. Dalle transenne non si vede un’anima viva. Solo calcinacci a terra. Le vie sono popolate dai ruderi. “Un paio di giorni dopo la prima scossa siamo entrati in bottega: la parte oggettistica si era rotta, quella alimentare ribaltata. Abbiamo stimato danni attorno ai mille euro. Con la seconda scossa -racconta Sandra- hanno chiuso l’area del centro storico e non siamo riusciti a rientrare. Nei giorni scorsi abbiamo fatto un blitz con i Vigili del fuoco di Livorno, e in venti minuti tra la paura abbiamo tirato fuori tutto ciò che c’era del reparto di generi alimentari, sia quello esposto sia quello in magazzino, e una parte del reparto bomboniere. Abbiamo stoccato tutto nel magazzino di una nostra volontaria. Abbiamo avuto circa 30mila euro di danno. È tutta roba che dovremo vendere velocemente. La speranza sta nei Gas: abbiamo avuto un primo contatto con quelli di Modena e dintorni, che dovrebbero fare ordini a breve. Non sappiamo se la bottega ricomincerà: dipende cosa si farà del nostro centro storico”.
I vigili del fuoco presidiano tutto il paese. È un via vai di auto: Protezione Civile, Polizia, Carabinieri. Un pompiere arrampicato su un campanile registra l’intensità di una crepa. A ogni angolo del paese c’è un eloquente manifesto: “Mirandola non s’inchina. Risaliamo a bordo ca..o!!!”. A bordo sono già risaliti Sandra e Gino che, nonostante i danni alla bottega e la preoccupazione per tre dipendenti in cassa integrazione (uno a Mirandola e due a Carpi) sono al lavoro giorno e notte: “Abbiamo da subito cercato contatto con il Comune e la Protezione Civile -racconta Gino-. Ci siamo messi in sinergia con la parrocchia di Mortizzuolo e San Felice sul Panaro, abbiamo fatto arrivare materassini, sacchi a pelo, giochi, colori, carta per disegnare. C’è bisogno di formaggio e carne in alcuni campi. Nelle frazioni ci sono persone che dormono nelle proprie tende, ma hanno bisogno di supporti. Una società di Bologna ha preparato un camion con alimentari. Arriveranno da Modena altri due tir”.
La speranza è per la bottega: “Siamo a Mirandola dal 2005, e a Carpi dal 2001. Le botteghe hanno risentito la crisi -racconta Sandra-: nel 2011 avevamo un fatturato di 170 mila euro. È stato un anno faticoso, con affitti alti, utenze fisse, il personale: il tutto non ci permette di avere un margine di guadagno. Adesso è difficile programmare. Possiamo solo pensare di potenziare Carpi, dove la bottega non ha avuto gravi danni e ha già riaperto. Se pensiamo al prossimo Natale, le aziende di sicuro non vengono a chiamarci per fare i cesti. O sono chiuse, o daranno il corrispettivo dei cesti ai dipendenti”.
Qui Cavezzo. La sorte della bottega Oltremare (www.coopoltremare.it) di Cavezzo è, invece, ormai segnata: non riaprirà. Il paese è deserto. In piazza don Zucchi, le maioliche di una palazzina andata in frantumi, le scarpe ricoperte di polvere di qualche bambino e la chiesa parrocchiale di Sant’Egidio andata totalmente distrutta. Accanto al campanile c’era la bottega equo e solidale, in un locale concesso dalla parrocchia: “Non sappiamo com’è messo lo stabile, anche se già dal 20 maggio era inagibile -racconta con il nodo alla gola Carlo Alberto Stevanin, fisioterapista 28enne, responsabile del punto vendita e ora sfollato-. Siamo entrati cinque minuti, abbiamo preso i soldi in cassa e siamo scappati. La bottega è rimasta com’era: la roba era a terra con la prima scossa. Avevamo dentro almeno 5mila euro di merce, il 65% alimentari e il 35% artigianato”. A Cavezzo si cammina tra le macerie delle case crollate: il 75% del centro abitato è andato distrutto. È domenica, ma non c’è in giro un’anima. Due bambine girano a vuoto in bicicletta passando accanto a una montagna di detriti: i resti di una palazzina adibita ad uffici. Anche qui parlano i cartelli, gli striscioni. Ovunque un foglio A4:  “Alla fine Cavezzo è il più bello. Il paese troppo piccolo in cui non c’è mai nulla. Il paese da cui vuoi scappare e che quando arrivi lontano, subito comincia a mancare. (…) per questo la nostra Cavezzo ci chiede di non essere abbandonata”. È quello che pensa Carlo Alberto: “È difficile fare programmi. La maggior parte dei negozi è chiusa, c’è chi non ha più intenzione di aprire. Noi dobbiamo capire che cosa farà la parrocchia: se viene meno quel locale non sappiamo”. Vittorio Reggiani, presidente della cooperativa Oltremare, che conta 585 volontari e gestiva la bottega di Cavezzo oltre a quelle di Modena e Vignola (Mo) e a gruppi territoriali a Fiorano (Mo) e San Felice sul Panaro, non conserva troppe speranze: “È realistico pensare che a Cavezzo la bottega non aprirà più. Ciò che mi preoccupa non è il contraccolpo sociale: mi preoccupa di più perdere un avamposto. Vorrei capire come tenere in piedi i gruppi territoriali, che continueranno perché sono una presenza dell’economia solidale, nella comunità civile e di volontariato. Tra l’altro stavamo andando anche bene: nel primo quadrimestre avevamo fatturato il 25% in più dell’anno scorso nelle nostre tre botteghe, quando il bilancio si era chiuso attorno ai 200mila euro. Cavezzo ha saputo sfruttato il mercato bisettimanale, che il mercoledì e la domenica attirava parecchie persone”.
Guardiamo la montagna di mattoni davanti a noi mentre mangiamo una pizza al negozio d’asporto “Il Mangiafuoco” che ormai ha come clienti solo i giornalisti: “Che dite, ricominciamo?”, ci chiede il giovane proprietario.
Qui Camposanto. Tra Cavezzo e Camposanto il paesaggio è surreale. Tende in ogni azienda agricola, cascine accartocciate. I contadini si arrangiano come possono: c’è chi vende meloni, chi ciliegie ad ogni angolo. Elisa Casumaro, 27 anni, una laurea in ingegneria gestionale e una passione per l’azienda agricola di famiglia, insieme a Milena, addetta alla produzione, ha avuto un’idea vincente:  lanciare un appello via e-mail a un centinaio di amici e colleghi per vendere il parmigiano caduto nel magazzino. Nessuno di loro avrebbe mai pensato di ricevere 32mila richieste di ordini in pochi giorni. E dire che suo padre, Maurizio, titolare dell’azienda, le aveva detto “Siv’ mati?!” (siete matti?!). La famiglia Casumaro ci accoglie sotto un tendone, di fianco al camper che gli ha prestato una coppia di Bergamo, accorsa dopo avere letto il loro appello. I danni per le scaffalature cadute nel caseificio e tre anni di lavoro sommano 50 milioni di euro, con seri problemi verso i fornitori che non potranno sostenere un mancato pagamento prolungato. Ma la produzione di Casumaro continua: dei sei caseifici della zona, aderenti alla cooperativa sociale “La Cappelletta” (www.lacappelletta.it), solo due sono ancora attivi. Il problema resta quello di smaltire 42mila forme. Il rischio: un problema di stoccaggio del nuovo parmigiano prodotto.
Gli acquisti di questi giorni sono, in realtà, una goccia nel mare: “La paura -spiega Elisa- è che quella di queste settimane sia una solidarietà momentanea. Fra due mesi, quando avremo ancora 15-20mila forme e l’attenzione si sarà spenta, noi avremo ancora bisogno di vendere”.
Una speranza sono i Gas, di Bologna, Modena, Ferrara, che acquistano circa il 30% della produzione di latticini, e che hanno già garantito che compreranno al momento del bisogno. Adesso rispondono alla campagna di Casumaro per la vendita di latticini freschi (scamorza, mozzarella, panna cotta, primo sale): le mucche, infatti, continuano a produrre latte, che adesso non è possibile utilizzare per fare parmigiano. Nonostante, le migliaia di ordini e acquisti ricevuti, non è facile vendere il parmigiano da 14 mesi di stagionatura, quello che hanno più necessità di smaltire per la posizione all’interno dell’edificio di stoccaggio: “La gente spesso non lo vuole -spiega Elisa-, e ci chiede quello da 27 mesi, perché è più ‘quotato’. La solidarietà finisce con la stagionatura del formaggio”.
Qui Ravarino. Un altro che non vuole arrendersi è Giovanni Cuocci, presidente della cooperativa sociale e ristorante “La Lanterna di Diogene”. È nata a Stuffione di Ravarino dai sogni di alcune persone:  fare un lavoro che piace, che dia soddisfazione, fatto insieme, dove potessero lavorare anche persone con problemi, (sindrome di Down, psicosi, paralisi cerebrale infantile). Giovanni è “figlio d’arte”: l’arte del dare una mano l’ha imparata da Emma La Macchia, neuropsichiatria infantile che ha fondato l’associazione “La Lucciola”, un centro di terapia integrata per l’infanzia e una scuola paterna con bambini dai 3 ai 18 anni con diverse patologie. Dal 9 giugno tutto il centro La Lucciola è stato dichiarato ufficialmente inagibile dalla Protezione Civile: ogni accesso alle strutture, anche solo per prelevare materiale, è assolutamente interdetto. Secondo le prime stime la ristrutturazione dell’intero complesso potrebbe costare un milione di euro. Solo la prima messa in sicurezza degli edifici ne costerà 25mila. Le attività continuano sotto i tendoni donati dall’associazione di contadini e co-produttori Campi Aperti e da tanti privati cittadini che riconoscono il valore dell’attività che si fa. Da Casteldario (Mn) sono arrivati con un tendone sei per dodici. L’imperativo è andare avanti!
“Gli imprevisti sono quotidiani. Ogni giorno si attraversa il dolore della patologia e si apprezza la diversità. Così faremo anche stavolta” spiega Giovanni, portando in tavola un Lambrusco della zona.
Nemmeno alla Lanterna di Diogene (dove lavorano cinque normodotati e due giovani con patologia, tutti soci, oltre a cinque borse lavoro) si sono mai fermati: “La prima domenica dopo il terremoto -racconta Cuocci- avevamo sessanta coperti prenotati: hanno disdetto tutti. Pensavamo di chiudere, ma sono arrivati a riempire i sessanta coperti i nostri amici”. Caterina, ventitre anni, è socia della cooperativa: “Ho sentito il terremoto: prima ero stata coraggiosa. Ho continuato a lavorare. Ma lo spavento era grande perché il terremoto fa paura a tutti ed è venuta anche a me. Dormo in casa, al primo piano per il timore”. Giovanni guarda i tanti volontari che oggi sono venuti da ogni parte d’Italia ad aiutare La Lucciola a svuotare le case ma poi pensa all’acetaia, il loro tesoro: “Il processo di produzione dell’aceto balsamico presenta analogie suggestive con il processo di crescita del bambino. Lento è il tempo di maturazione dell’essere umano, servono 15-20 anni per diventare adulti, e lo stesso periodo è necessario a produrre un buon aceto balsamico tradizionale”, precisa. L’acetaia è inagibile, dentro ci sono 200 botti. Le fermentazioni in atto rischiano: i tini stanno facendo schiuma. Un disastro: “Non ho mai pensato in termini di fatturato ma in termini del lavoro che stiamo creando: vent’anni rischiano di essere distrutti”. Resta solo una speranza: “In dieci anni i comuni limitrofi del Sorbara non hanno mai fatto una convenzione per l’attività assistenzialistica. Nessuno è venuto a vedere come stiamo. Le istituzioni ci hanno lasciati soli. Speriamo che con il terremoto ci facciano almeno le convenzioni”.
Qui Crevalcore. Ultima tappa a Crevalcore. Nel micro birrificio “Vecchia Orsa”, dove al momento della seconda scossa stavano preparando l’imbottigliamento. I dipendenti non erano ancora arrivati nella sede della cooperativa FattoriAbilità, ma la paura è stata tanta: “La cosa più difficile è non perdere la lucidità” racconta Michele, presidente di FattoriAbilità.
Il bilancio dei danni: un magazzino inagibile, dopo il crollo di buona parte del tetto, che hanno cercato di svuotare per quanto possibile di tappi, bottiglie e pallet. Ma, soprattutto, l’interruzione della produzione. Il birrificio è agibile, ma continuare l’attività significherebbe andare incontro a dei rischi, in un ambiente di lavoro piccolo, senza vie di fuga e “con troppe gambe per metro quadro”. Il Pd locale ha prestato loro un camion frigorifero, che ha permesso di svuotare la cella al primo piano del laboratorio e togliere peso dalla struttura.
L’obiettivo, oggi, è quello di concentrare le forze sull’imminente trasloco nella nuova struttura di San Giovanni in Persiceto (Bo), a pochi chilometri da Crevalcore. Un progetto già in corso, e che in questo momento di difficoltà rappresenta un’ancora di salvataggio per ripartire. I lavoratori disabili della cooperativa saranno temporaneamente “ricollocati” in lavori di imbiancatura e tamponatura nella nuova sede, evitando in questo modo di dovere ricorrere alla cassa integrazione.
La Vecchia Orsa ha ricevuto proposte di ospitalità da altri birrifici, artigianali e non, della zona, che permetterebbe loro di fare qualche produzione “spot” fino al momento del trasloco: “Può essere un’occasione per costruire nuovi legami e avviare delle collaborazioni con altri birrai” racconta Michele.
La vicina cooperativa sociale Piccola Carovana ha offerto uno spazio che può fungere da magazzino. Gas, gruppi culturali e privati cittadini hanno risposto all’appello attivandosi per acquistare la birra Vecchia Orsa. Ma le scorte termineranno presto, e ora la necessità più urgente è di ridurre al minimo il danno causato dalla mancata produzione, raccogliendo donazioni e attraverso l’istituzione della neo-figura del “socio sovventore”, una forma di ampliamento della cooperativa che ha già riscontrato grande interesse (tutte le info sul sito: www.fattoriabilita.it). Tante anche le offerte di disponibilità e di competenze, dall’idraulico all’imbianchino e al saldatore: una sorta di “banca del tempo” su cui la cooperativa potrà contare al momento del bisogno. Tutte le forme di solidarietà si contraddistinguono sempre per il contatto diretto: “Traspare la voglia di sapere a chi sarà destinato il proprio contributo -racconta Michele-. Quello che emerge da questo terremoto è sicuramente un ampliamento e un consolidamento della nostra rete di contatti. Una speranza per ripartire più forti”. [Sul sito di Altreconomia un articolo esteso di Fabrizia Calda dedicato all’esperienza di FattoriAbilità e della “Vecchia Orsa”] —

Aiuti veri dal web
Il web e i social network giocano un ruolo fondamentale nella diffusione di iniziative a sostegno dei terremotati. Segnaliamo, ad esempio, il portale terremotosanfelice.org, nato da un’idea di Gianluca Diegoli, blogger e esperto di web marketing di San Felice sul Panaro in collaborazione con il Comune. Uno spazio virtuale dove raccogliere informazioni utili, dati e coordinare i soccorsi e gli aiuti. In pochi giorni ha raccolto 50mila euro attraverso le donazioni online. Grazie al web è nata anche l’iniziativa EmiliAmo (www.emiliamo.it): un portale aperto da alcune piccole imprenditrici emiliane per fare e-business e vendere i beni “salvati” dai magazzini e dai negozi danneggiati dal sisma. Un modo per ricominciare, insieme.

La piataforma solidale
Il Coordinamento regionale per l’economia solidale Emilia-Romagna ha costituito un gruppo di lavoro per l’emergenza terremoto (creser-res.jimdo.com/emergenza-terremoto-in-emilia). Obiettivo: fornire informazioni aggiornate, pubblicando appelli e richieste e segnalando eventi nei luoghi del terremoto. Il tentativo è anche quello di cercare di mettere in rete le iniziative di solidarietà che si sono attivate in tutto il territorio regionale e nazionale.

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