Esteri

La Svizzera fa come l’Europa

Il referendum elvetico sulle quote di accesso per l’immigrazione ha “sconvolto” i leader dell’Ue. In realtà, è il riflesso di politiche comunitarie identiche. L’altra via della Carta di Lampedusa

Tratto da Altreconomia 158 — Marzo 2014

Dobbiamo a Piero Gobetti una fulminante definizione del fascismo come “autobiografia della nazione”. Il teorico della Rivoluzione liberale sosteneva cioè che l’avvento di Benito Mussolini e del suo movimento furono una rivelazione, più che un colpo di mano compiuto da estranei, come qualcuno riteneva. Con lo stesso spirito del filosofo torinese possiamo avvicinarci a un episodio che ha scosso il mondo politico e mediatico del continente il mese scorso: la vittoria in Svizzera dei “sì” al referendum che proponeva di reintrodurre le quote di accesso per l’immigrazione di cittadini dell’Unione europea. Proposto da un partito di destra con tendenze xenofobe, l’esito del voto ha offeso i maggiori leader politici e i commentatori dei media più importanti: dalla Francia alla Germania, dall’Italia alla Spagna si è alzato un moto di sdegno. La Svizzera ha osato discriminare i cittadini dell’Unione, esponendosi -come hanno fatto subito notare commissari e dirigenti politici- a conseguenze pesanti nelle relazioni bilaterali.

In realtà i cittadini svizzeri che hanno approvato la norma di esclusione, si sono allineati a un criterio che la stessa Unione europea adotta da tempo verso i cittadini “terzi”. Il sistema delle quote -con numeri d’ingresso prefissati per paesi di provenienza- è un caposaldo delle politiche di immigrazione dei paesi membri dell’Unione. Ed è un sistema che è stato giustificato e difeso con un enorme dispiegamento di mezzi politici e culturali. Si sostiene da decenni che l’immigrazione non può essere indiscriminata e va invece regolata sulla base delle esisgenze del Paese d’arrivo e delle sue caratteristiche economiche. C’è chi si è spinto a fare valutazioni d’ordine sociale sulle possibilità di “integrazione” di persone appartenenti a tradizioni culturali e religiose diverse, chi ha tentato di indicare percentuali massime tollerabili di cittadini stranieri all’interno di un Paese e chi ha teorizzato la necessità di selezionare gli aspiranti all’immigrazione sulla base del talento e del titolo di studio. Il referendum svizzero, dunque, sta scioccando l’Europa solo perché si rivolge contro i cittadini dell’Unione, che non si sono mai pensati come possibili vittime di quella stessa logica che i loro paesi applicano verso l’esterno. Il voto svizzero è stato dunque un inatteso bagno di realtà, una brusca discesa da un trono che si credeva intoccabile. Il voto svizzero, potremmo dire con Gobetti, ha svelato la natura più autentica di questa Europa, come fece il fascismo in Italia negli anni Venti del Novecento. La chiusura verso l’esterno -espressa dall’immagine dell’Europa Fortezza- e il sacrificio della centralità dei diritti umani e civili per ragioni di utilità economica, sono due pilastri dell’Europa contemporanea, anche se le elite europee non amano sentirselo dire. La costruzione europea, si è detto fino alla nausea, ha privilegiato la moneta, i mercati e la finanza, nella speranza che l’integrazione economica divenisse il viatico per una nuova idea di Europa. Sta accadendo il contrario. L’Europa delle tecnocrazie e della soggezione alla finanza intrenazionale rischia l’implosione e i cittadini europei stanno perdendo fiducia nella possibilità di raggiungere quell’Europa dei popoli vagheggiata dai primi federalisti.

Negli stessi giorni del referendum svizzero, il Mediterraneo era solcato dalle navi dell’operazione Mare Nostrum decisa da Roma dopo la tragedia del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa e nella Gran Bretagna di Cameron, a pochi mesi dal voto per il rinnovo del Parlamento europeo, si parlava di introdurre un regime speciale, con diritti sociali ridotti, per i cittadini romeni ospiti del Paese… Gli elettori svizzeri non sono dunque dei marziani in un’Europa che ha smarrito la via maestra del suo percorso di civilizzazione e che oggi stenta a riconoscere se stessa. Ora che lo specchio svizzero trasmette un’immagine d’Europa che ha ben poco in comune con la prospettiva federalista e democratica immaginata nel Manifesto scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi detenuti antifascisti nella piccola isola di Ventotene, dovremmo guardare a un’altra isola, Lampedusa, e alla Carta che vi e’ stata firmata il 2 febbraio scorso da decine di associazioni, gruppi e singoli cittadini attivi nella lotta contro il razzismo e per i diritti di cittadinanza. La Carta di Lampedusa parla di diritti: all’emigrazione, al restare, alla cittadinanza intesa come sistema di prerogative e tutele per tutti i residenti. È una straordinaria apertura di credito a una nuova idea di civilizzazione. Da Ventotene a Lampedusa: ancora una volta l’Europa deve guardare alle sue periferie più estreme se vuole davvero ritrovare se stessa. —

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