Esteri / Opinioni

La strada sbagliata

Sono ormai trent’anni che l’economia italiana, al seguito delle altre maggiori economie occidentali, ha imboccato una strada sbagliata. Questa strada, aperta all’inizio degli anni 80 da Romano Prodi, oggi icona delle sinistre, e allora Presidente dell’Iri, trovò allora il suo…

Sono ormai trent’anni che l’economia italiana, al seguito delle altre maggiori economie occidentali, ha imboccato una strada sbagliata. Questa strada, aperta all’inizio degli anni 80 da Romano Prodi, oggi icona delle sinistre, e allora Presidente dell’Iri, trovò allora il suo slogan nel mantra “meno Stato più mercato”, e si è via via concretata nella deregulation, nella liquidazione della presenza diretta dello Stato nell’economia, nella “flessibilizzazione” (o più propriamente nella precarizzazione) del lavoro, e, poco alla volta, nello smantellamento dello “Stato sociale” e delle conquiste che i lavoratori avevano conseguito nel XIX e nel XX secolo (stabilità nell’impiego, ferie pagate, diritto di sciopero, maternità a carico del datore di lavoro, orario limitato per legge). Ancora più recentemente, sono state rimesse in discussione l’istruzione gratuita obbligatoria, il sistema sanitario nazionale, il diritto ad una pensione decorosa, la parità di diritti tra i lavoratori pubblici e quelli privati, la validità erga omnes dei contratti di lavoro nazionali. E tutto questo non per avviare i sistemi economici occidentali e quello italiano verso “magnifiche sorti e progressive”, ma per assistere a un ristagno senza precedenti per alcune economie, come quella italiana, a una crescita estremamente modesta per altre, come la Germania e la Francia, o al rischio di bancarotta per la Grecia, la Spagna ed il Portogallo.
Non possiamo credere che questi esiti -peraltro non imprevedibili- siano stati lucidamente programmati e voluti da chi ha imboccato questa strada e la ha poi pervicacemente seguita, senza tenere alcun conto dei risultati negativi o addirittura disastrosi che ne sono derivati; forse si è trattato soltanto di un’adesione cieca ed acritica ai postulati della “scuola di Manchester”, secondo la quale il massimo utile collettivo deriva dalla somma dei massimi utili individuali, e non da una loro sub-ottimizzazione in funzione del massimo vantaggio sociale. Se le teorie ricardiane fossero accettabili, la società perfetta sarebbe quella dominata dal diritto del più forte e non quella regolata dalla legge. Se quella che abbiamo indicata è la strada sbagliata -e chiunque studi seriamente l’andamento delle maggiori economia mondiali non può non rendersene conto- c’è da chiedersi quale sia la strada giusta. Naturalmente la risposta non è facile, e tentare di darla significa aprire la via a polemiche senza fine.

L’Europa aveva avviato un percorso sociale evolutivo fin dai tempi di Hegel; percorso proseguito con la conquiste ottocentesche del diritto di sciopero e della giornata di otto ore, fino al Piano Beveridge e, nel caso italiano, allo Statuto dei Lavoratori. L’imitazione del modello americano e la graduale ma inarrestabile apertura dei mercati con le varie tornate della World Trade Organization (dal Kennedy Round al Doha Round) hanno portato a una forsennata competizione non tra avversari dotati di forze e capacità più o meno equivalenti, ma tra Paesi poveri (come l’India) o Paesi sleali (come la Cina, che applica un dumping sociale e un dumping valutario alle proprie produzioni) e Paesi ricchi e sviluppati come gli Usa e l’Ue.
Di questo passo, nell’arco di un decennio -e forse anche meno- l’industria manifatturiera Usa ed europea sarà scomparsa, o forse ne resteranno in piedi soltanto quei segmenti e quelle società la cui tecnologia avanzata risulterà capace di resistere alla concorrenza asiatica; né si può sperare che lo sviluppo dei servizi (ma di quali servizi?) riesca a compensare le massicce perdite di posti di lavoro, di reddito e di diritti che non potranno non verificarsi nei Paesi occidentali, e, in particolare, in Italia.

Allora non resta che difendersi e attaccare. Difendersi significa chiudere -quanto meno per un ventennio- le frontiere ai prodotti asiatici, con tariffe dell’ordine del 20%; sperando che nel frattempo le rivendicazioni dei lavoratori indiani, cinesi, vietnamiti consentano di raggiungere un ragionevole equilibrio con i diritti e le retribuzioni dei lavoratori europei ed americani; e attaccare dando alla ricerca ed all’innovazione il peso che devono avere, se si vuole mantenere una posizione di ragionevole competitività con l’Asia. Tutto questo non può avvenire in un solo Paese, come l’Italia, ma deve trovare il consenso più allargato possibile: almeno europeo, ammesso che l’Europa esista (del che si può dubitare!), meglio se in un quadro allargato agli Stati Uniti d’America: non è facile, infatti, vedere quali ostacoli vi siano a un’integrazione commerciale Ue-Usa, essendo i due sistemi ormai caratterizzati da problemi non solo analoghi, ma in larga misura identici. Per quanto le considerazioni precedenti possano apparire sgradevoli, la difesa dei lavoratori e quella dell’occupazione stessa non sembrano poter ammettere soluzioni diverse.

* ex direttore centrale dell’Iri

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