Ambiente

La strada per Rio

È possibile mettere mano a un modello di sviluppo che crea povertà e disastri naturali. “Servono regolamentazione, trasparenza, equità e pari opportunità”

Tratto da Altreconomia 139 — Giugno 2012

Olivier De Schutter dal 2004 è Rapporteur speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione. Professore all’Università di Louvain, è stato anche Segretario generale dell’International Federation of Human Rights (Fidh) sui temi della globalizzazione e dei diritti umani. Lo abbiamo intervistato in vista di Rio+20, il vertice Onu di Rio de Janeiro su sostenibilità e sviluppo (www.uncsd2012.org).

Dalla società civile si alzano critiche sulla mancanza di ambizione e di coraggio delle delegazioni governative a Rio+20. Pensa che il summit potrà aiutare a raggiungere un equilibrio tra economia ed ambiente o sarà un’altra opportunità perduta?
Il successo o il fallimento del summit dipenderà dalla nostra capacità di aver appreso le lezioni del passato. In particolare mi riferisco ai Millennium Development Goals (Mdgs). Gli Mdgs hanno mantenuto a debita distanza il tema dei diritti umani con quello della responsabilità, e questo li ha fatti andare fuori strada. L’obiettivo prioritario di dimezzare la povertà nel 2015 potrebbe anche essere raggiunto, ma sarebbe un risultato vano se quasi un miliardo di persone rimane impantanato nella povertà alimentare.
I nuovi obiettivi di sostenibilità potrebbero essere calibrati per affrontare le tendenze socio ambientali a livello globale, regionale e locale che portano a carenze nel diritto delle persone al cibo, all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e di sviluppo. E devono essere sostenuti da meccanismi forti di responsabilità. Assieme ad altri 21 esperti delle Nazioni Unite, ho chiesto che a Rio+20 si possano concretizzare impegni globali sul tema dei diritti umani, e si possa mettere in campo un meccanismo di doppia responsabilità, capace di assicurare che i Paesi siano considerati responsabili delle loro azioni. Dal 2007, la Revisione periodica universale (Universal Periodic Review) del Consiglio Onu sui diritti umani è stata utilizzata per sottoporre i Paesi al controllo rispetto agli obblighi assunti in tema di diritti fondamentali dell’uomo, grazie ad un sistema di valutazione tra pari. Un simile meccanismo di “peer review” potrebbe essere usato per garantire che i Paesi rispettino gli impegni di Rio. I governi dovrebbero integrare questo approccio con dei propri sistemi nazionali. Responsabilità e diritti umani sono tratti distintivi delle buone pratiche che abbiamo messo in campo, localmente e globalmente, per raggiungere risultati realmente inclusivi, a favore dei poveri ed attenti alle questioni ambientali. E sono questi tratti che dovranno essere il faro dei lavori di Rio.

Il cambiamento climatico e l’aumento della domanda di cibo sono considerate tra le principali cause della volatilità dei mercati delle materie prime. Qual è il ruolo della finanza e cosa dovrebbero fare i governi per combattere l’eccessiva attività speculativa?
I mercati delle materie prime agricole si sono sviluppati moltissimo con la comparsa di “nuovi” investitori finanziari, che sono specificamente interessati a guadagni economici di breve termine più che alla merce vera e propria (non acquisteranno realmente alcuna tonnellata di grano o di mais, semplicemente acquistano una promessa di acquisto o di vendita). Il risultato della finanziarizzazione del mercato delle materie prime agricole è che il prezzo dei prodotti risponde in maniera crescente a logiche puramente speculative. Questo spiega il motivo per cui in periodi molti brevi abbiamo assistito a picchi dei prezzi o all’esplosione di bolle, perché i prezzi sono sempre meno determinati dal reale incontro tra la domanda e l’offerta.
Esistono due tipi di speculazione direttamente correlati all’attività finanziaria. Uno è sul mercato fisico: e consiste nell’imporre divieti all’esportazione o nell’accaparramento degli alimenti da parte dei trader (rallentando le vendite o accelerando gli acquisti). Questo crea scarsità in modo artificiale e può portare ad un considerevole aumento dei prezzi, sotto certe condizioni, in particolare quando i canali distributivi sono dominati da un piccolo numero di attori o, per esempio, quando una materia prima particolare è prodotta da un piccolo numero di Paesi. Per contrastare questo, dovrebbe essere ricostruita più fiducia, fornendo maggiori informazioni, e trasparenza, sulle scorte disponibili, e quindi rassicurare i trader che non siamo di fronte ad alcuna scarsità e che quindi la domanda futura può essere soddisfatta.
Un altro tipo di speculazione è quella del mercato dei derivati, dove sono scambiati prodotti finanziari come futures, swaps, options. La natura di questi mercati è cambiata in modo significativo negli ultimi dieci anni come risultato della deregolamentazione del 2000 (quando venne approvato il Commodities Futures Modernization Act), e grazie alla decisione di alcuni investitori istituzionali (come gli hedge funds ed i fondi pensione) di investire nel mercato delle materie prime come copertura contro l’inflazione, in un periodo in cui gli stock market non offrivano buoni ritorni, e per condividere i rischi in una strategia di diversificazione del portafoglio.
Questi investitori utilizzano Commodity Index Funds, nei quali le materie prime agricole sono parte del pacchetto (gli altri sono minerali, o petrolio ad esempio), attraverso i quali investono sulla base di considerazioni puramente finanziarie ed aspettative di guadagno di breve termine, piuttosto che sulla base dell’analisi dei “fondamentali”. Lo sviluppo dei Commodity Index Funds ha portato ad una destabilizzazione del mercato dei derivati. Sono stati pensati per limitare la volatilità, e sono un mezzo di protezione per i trader rispetto alla volatilità dei prezzi: nei fatti, la stanno incrementando. Sono stati progettati per facilitare la previsione dei prezzi da parte dei trader. Nei fatti, da quando questi fondi sono dominati da attori finanziari le cui decisioni di investimento non sono correlate con i fondamentali, non prevedono i prezzi ma li fissano, inviando segnali agli operatori sui mercati fisici che questi attori stanno trovando progressive difficoltà a leggerli e ad adattarvisi.
A questo punto diventa cruciale regolare i mercati dei derivati per evitare un comportamento destabilizzante su importanti mercati finanziari che potrebbero, per il loro peso, influenzare l’evoluzione dei prezzi. E diventa ancor più necessario scoraggiare i trader dalle pratiche di accaparramento, ed i governi dal far resuscitare divieti all’esportazione.
Alla fine, mentre la speculazione è un fattore aggravante che peggiora la volatilità e può portare a bolle dei prezzi, dobbiamo cominciare a lavorare sui fondamentali. Dobbiamo urgentemente reinvestire in un’agricoltura “climate-smart”, che è molto più resistente agli shock ambientali, che non accelera il cambiamento climatico e il danno agli ecosistemi. Dobbiamo limitare la volatilità dei prezzi con l’uso delle riserve alimentari disciplinate in modo trasparente. E dobbiamo organizzare i piccoli agricoltori, in modo da raccogliere una porzione più ampia del valore finale del loro prodotto: dobbiamo dare loro gli incentivi di cui hanno bisogno.

Oggi la Wto è l’unica organizzazione in grado di indurre reali cambiamenti nelle politiche governative, mentre altri organismi come la Fao, l’Ilo o l’Unfccc rischiano di essere indeboliti.
È obiettivamente problematico che la Wto continui per conto suo a perseguire l’obiettivo un po’ datato di incrementare gli scambi commerciali, piuttosto che favorire la crescita dei commerci solo nella misura in cui aumenti il benessere delle persone. Il rischio di questo approccio è che tratta le politiche di sicurezza alimentare come una sgradita deviazione da questo percorso, quando in realtà abbiamo bisogno di un ambiente favorevole in cui i governi siano incoraggiati ad intraprendere azioni forti e innovative per affrontare il deficit in materia di sicurezza alimentare e di diritto al cibo per le loro popolazioni. Gli attuali sforzi per costruire le riserve alimentari a carattere umanitario in Africa devono sottostare alle regole della Wto, e non dovrebbe essere così. Gli organismi internazionali che operano nel campo della sicurezza alimentare devono saper riconoscere i pericoli per i Paesi poveri nel farli dipendere eccessivamente dal commercio. Non possiamo continuare ad aggrapparci a sistemi alimentari cui ci si affida ai produttori più efficienti con le maggiori economie di scala per alimentare regioni con deficit alimentare, facendo sì che il divario diventi sempre più grande. Questo approccio ha fallito clamorosamente. La spesa alimentare dei Paesi meno sviluppati è aumentata di cinque o sei volte tra il 1992 e il 2008. Le importazioni rappresentano ormai circa il 25% del loro consumo alimentare. In più a questi Paesi viene chiesto di affidarsi sempre più al commercio, e di investire meno nel settore agricolo nazionale. Ma meno sostengono i propri agricoltori, tanto più devono fare affidamento sul commercio.
Le politiche attualmente modellate dal regime commerciale internazionale non sono sufficienti per sostenere i piccoli agricoltori, visto che non beneficiano delle opportunità che l’accesso ai mercati internazionali rappresenta per alcuni. Ma loro sono le vittime della pressione sulle risorse naturali da cui dipendono, come la terra e l’acqua, e per le quali sempre più devono competere con il settore agroindustriale. Oggi, questo significa fare affidamento sulle importazioni di grano a prezzi caratterizzati da una volatilità senza precedenti. Solo nel 2011 la spesa alimentare dei Paesi meno sviluppati è aumentata di un terzo rispetto all’anno precedente.
Tuttavia ci sono segnali incoraggianti sul fatto che queste considerazioni si stiano facendo spazio nel modo di pensare dei governi e delle istituzioni attive nel settore della sicurezza alimentare.

La sovranità alimentare è una strategia che si basa su un modo diverso di gestire il commercio e l’economia: maggiore attenzione ai mercati locali invece che a quelli globali, più forniture locali che non “food miles”, regolamentazione del mercato più che liberalizzazione.
Per molti anni si è ritenuto che per sconfiggere la fame fosse necessario fornire o donare cibo ai Paesi in via di sviluppo, perché erano incapaci di produrre per se stessi. Oggi ci siamo resi conto che questa non è una buona soluzione, perché impedisce loro di acquisire la capacità di nutrirsi e di essere al riparo dalla volatilità dei prezzi. Ora dobbiamo ripensare il modello di sviluppo agricolo impiegato nel corso degli ultimi trent’anni. Nel mondo, il 75% di coloro che vivono in condizioni di estrema povertà vivono in zone rurali. Pertanto, aumentare il reddito delle popolazioni rurali diventa un passaggio fondamentale. Per fare questo devono essere sostenute le aziende a conduzione familiare che producono su piccola scala per la comunità locale, e solo in parte per il mercato. Questo è un modello che, per molti anni, è stato trascurato dai governi dei Paesi in via di sviluppo, e scoraggiati dalla comunità internazionale, perché non era destinato all’esportazione e non generava guadagni fiscali. I governi devono ora avere il coraggio di incanalare gli investimenti sui sistemi alimentari locali e di allevamento su piccola scala, perseguendo un approccio “win-win”. Un approccio che la Wto e gli altri organismi internazionali non dovrebbero scoraggiare, e di cui non dovrebbero aver paura.

Le Community Supported Agriculture, i gruppi di acquisto solidali, l’agricoltura biologica ed il commercio equo sono soluzioni alternative per affrontare un’economia insostenibile.
Credo sia fondamentale sostenere questi nuovi modelli organizzativi così da fornire alternative agli investimenti su larga scala, che troppo spesso degradano terreni agricoli e risorse, lasciando i piccoli agricoltori fuori della catena del valore ed aumentando quindi la povertà rurale. Se questi modelli possono svolgere un ruolo maggiore nei processi di globalizzazione e di sviluppo, gli agricoltori devono essere messi nelle condizioni di prenderle seriamente in considerazione. Questo significa fornire loro supporto logistico per la creazione di cooperative e piccole imprese, assicurando il trasferimento delle conoscenze, e fare in modo che l’infrastruttura necessaria sia messa a disposizione per questi agricoltori per poterli mettere in grado di portare con profitto i loro prodotti sui mercati locali e, magari, anche su quelli internazionali. —

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