Ambiente / Inchiesta

La sostenibilità, a parole

Abbiamo letto i bilanci sociali delle grandi imprese. Ecco quello che non c’è scritto. Da Finmeccanica a Lavazza, come si declina la “responsabilità”

Tratto da Altreconomia 184 — Luglio/Agosto 2016
Il Mater-Bi di Novamont, main sponsor con Lavazza dell’edizione 2016
di “Fa’ la cosa giusta!” Milano. L’azienda è per
il 25% collegata a Eni, mentre il 75% è controllato dai 26 soci di Mater Bi Spa. Il più importante
è una holding domiciliata in Lussemburgo - © mater bi - michele d’ottavio
Il Mater-Bi di Novamont, main sponsor con Lavazza dell’edizione 2016 di “Fa’ la cosa giusta!” Milano. L’azienda è per il 25% collegata a Eni, mentre il 75% è controllato dai 26 soci di Mater Bi Spa. Il più importante è una holding domiciliata in Lussemburgo - © mater bi - michele d’ottavio

Finmeccanica Spa, la società multinazionale che produce armamenti, sistemi di sicurezza ed elettronica per la difesa, non esiste più. Ma non perché sia fallita (il fatturato al 31 dicembre 2015 ammonta a 12,9 miliardi di euro, più 1,8% rispetto all’anno precedente, mentre l’organico è diminuito del 13%, da 54.300 a 47.100 lavoratori) o perché abbia cambiato natura dei propri ricavi -a metà giugno, con Fincantieri, si è aggiudicata una commessa del Qatar del valore di 2 miliardi di euro per la fornitura di missili, radar e sistemi-: più semplicemente, ha cambiato nome, trasformandosi in “Leonardo”, e sito web.

“Finmeccanica era un brand noto in tutto il mondo -ha spiegato l’ad del Gruppo, Mauro Moretti, nel marzo di quest’anno- ma non sempre con connotazioni positive”. L’ultima “connotazione” della società, partecipata dal ministero dell’Economia e delle finanze al 30,2%, l’avevano fornita ad aprile i giudici della seconda corte d’Appello di Milano, condannando, tra gli altri, anche l’ex amministratore delegato e presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi per corruzione e false fatturazioni legate a presunte tangenti intorno a una maxi commessa con l’India. 

L’immagine è tutto per una multinazionale, come sa Finmeccanica-Leonardo. Lo dimostrano le 164 pagine del “Bilancio di sostenibilità e innovazione 2015” pubblicato in primavera dal Gruppo accanto alla relazione annuale che dà conto dei risultati economici, così com’è prassi di altri colossi. Il primo paragrafo del capitolo “La Conduzione responsabile del business” è proprio “Il contrasto alla corruzione”. Si tratta di uno dei “temi materiali” emersi da un’indagine interna condotta dall’azienda tra i propri portatori d’interesse in aggiunta ad una “media analysis che ha considerato circa 18.500 uscite stampa su Finmeccanica Spa e le società controllate”, come si legge nella nota metodologica. Saper comunicare l’anticorruzione, si legge, può avere un “impatto esterno” su “consulenti e promotori commerciali”. I fatti di corruzione in sé interessano meno, tant’è che lo stringato box dedicato alle “Indagini giudiziarie e contenziosi” -dove ci si aspetterebbe un’informazione trasparente agli azionisti- rinvia “alle note esplicative della Relazione finanziaria annuale al 31 dicembre 2015 (pagg. 133-137)”.

“Finmeccanica era un brand noto in tutto il mondo ma non sempre con connotazioni positive” (Mauro Moretti, amministratore delegato di Leonardo)

Mauro Moretti, ad di Leonardo (già Finmeccanica) - © Imagoeconomica
Mauro Moretti, ad di Leonardo (già Finmeccanica) – © Imagoeconomica


I bilanci sociali o di sostenibilità, in realtà, dovrebbero fotografare la responsabilità sociale di un’impresa (o corporate social responsibility, CSR), che la Commissione europea ha definito la “responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società”, e non costituire soltanto uno strumento di comunicazione o di marketing. Lo prevede anche il Piano d’azione nazionale 2012-2014 sulla CSR, curato dai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, ancora in attesa che venga redatto il “2015-2017”.

Non che in Italia ci sia il vuoto. Ad esempio, presso il ministero dello Sviluppo economico (Mise) esiste uno strumento in grado di verificare l’effettiva coerenza della “responsabilità sociale” delle imprese con le “Linee guida OCSE destinate alle multinazionali”, che di fatto sono “raccomandazioni” piuttosto morbide in materia di ambiente, corruzione, diritti umani e fiscalità. Il “Punto di contatto nazionale per la diffusione delle linee guida OCSE sulla responsabilità sociale delle imprese” (http://pcnitalia.sviluppoeconomico.gov.it/) esiste dal 2002. Lo guida Stefano Firpo, co-fondatore del quotidiano online Linkiesta.it (detiene ancora lo 0,01% di Editoriale Linkiesta.it Spa) e oggi al vertice della Direzione generale per la politica industriale, la competitività e le piccole e medie imprese del Mise. Chiunque, compresi i cittadini, può rivolgere un’istanza al Punto di contatto quando “ritiene che un’impresa abbia adottato un comportamento difforme rispetto ai principi e alle raccomandazioni enunciati dalle Linee guida OCSE”. Ma l’unico potere del Punto di contatto è quello di tentare una “composizione degli interessi”, prendendosi almeno 12 mesi per valutare gli atti dell’istruttoria eventualmente avviata. Nell’archivio dei “casi chiusi” online i precedenti sono solo due. Uno, finito con un’archiviazione per la società interessata perché l’istanza “non merita di essere approfondita”, ha visto contrapposti un presunto whistleblower di stanza in Brasile ed Eni Spa. 

Quello della multinazionale degli idrocarburi è un altro caso di scuola in tema di strategia comunicativa su sostenibilità e responsabilità sociale d’impresa. All’inizio di giugno, infatti, il direttore della comunicazione diEni -67 miliardi di euro i ricavi nel 2015, in caduta libera del 27,3% rispetto al 2014, 51 miliardi dei quali dal settore “Gas&Power”- ha lanciato il nuovo sito
Eni.com (“L’energia è un’esperienza da raccontare online”). Un portale teoricamente “aperto”, ha spiegato in conferenza stampa Marco Bardazzi di Eni, “dove venire a incontrare l’azienda, dove non solo cercare informazioni ma chiederle”. Ma a chieder conto alla barra di ricerca “Ask Now” (Domanda adesso) della convocazione in Procura di Milano dell’amministratore Claudio Descalzi del 10 giugno scorso -i pm Fabio De Pasquale, Sergio Spadaro e Isidoro Palma lo accusano di concorso in corruzione internazionale per le tangenti in Nigeria- si resta delusi: non c’è risposta. 

“Eni.com” ed “Eniday” rappresentano la nuova frontiera del giornalismo aziendale. Eni è main partner del Festival internazionale del giornalismo di Perugia

E sarà difficile che nel prossimo “Sustainability Report” (quello del 2015 ha 48 pagine e non reca mai un accenno alla “questione nigeriana”) venga dato conto della maxi sanzione da 3,6 milioni di euro che la società si è vista irrogare -insieme ad Acea, Edison, Enel Energia ed Enel Servizio Elettrico-  dall’Antitrust a metà giugno 2016 per “bollette non corrispondenti a consumi effettivi” e “ostacoli frapposti alla restituzione dei rimborsi”.

Eni fa scuola perché oltre a costruire un’immagine aperta, è stata tra le prime ad esplorare la frontiera del giornalismo aziendale, assumendo professionisti della carta stampata per farsi raccontare. La piattaforma “basata sullo storytelling” (Bardazzi) si chiama “Eniday”. Tra i responsabili del “magazine online sull’energia” della multinazionale -che nella confusione di ruoli si ritrova persino “main partner” del Festival internazionale del giornalismo di Perugia- c’è Marco Alfieri, responsabile della struttura di “Content Strategy & Newsroom di Eni” e, prima di diventare “cacciatore di storie dentro Eni”, già direttore de Linkiesta.it.

Tra gli sponsor del Festival del giornalismo di Perugia, insieme a Twitter, Amazon, Nestlé, Enel e altri, c’è anche Google. La multinazionale della Rete prende parte per “contribuire al dibattito sul futuro dell’informazione e sostenere il giornalismo di qualità”. Il punto è che la stessa Google che stipula un accordo con la Federazione Italiana Editori Giornali, impegnandosi a versare in tre anni 12 milioni di euro, continua a muoversi in Italia attraverso una struttura societaria e fiscale contestata anche dalla Procura di Milano. Prova ne è anche l’ultimo bilancio depositato alla Camera di Commercio dalla Google Italy Srl a metà giugno di quest’anno, dal quale emerge che i ricavi realizzati nel Paese nel 2015 (66,5 milioni di euro) sono dipesi quasi interamente dalle commissioni riconosciute dalla Google Ireland Ltd, che invece fattura a Dublino con aliquote ben al di sotto di quelle italiane. Non ci sarebbe nulla di “atipico o inusuale” ha scritto nella relazione sulla gestione il presidente del cda Daniel Lawrence Martinelli. Ma è esattamente su questo meccanismo che la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta.

Il racconto della sostenibilità riguarda anche il settore tessile: H&M è uno dei brand più diffusi a livello mondiale. Nel nostro Paese -dove conta 150 punti vendita- è arrivata a dichiararlo nel bilancio chiuso il 30 novembre 2015: “Il gruppo continua -si legge nella nota integrativa dell’italiana H&M Hennes&Mauritz Srl, 10mila euro di capitale sociale, sede a Milano, 743,4 milioni di euro di fatturato lo scorso anno e come socio unico l’olandese H&M Hennes & Mauritz Holding BV- nella sua strategia di promozione di una immagine giovane ed alla moda, senza trascurare la sostenibilità ambientale ne l’attenzione ai prezzi”. È in quest’ottica promozionale che va letta la “Conscious Exclusive Collection” presentata a Parigi all’inizio di aprile e, soprattutto, la “World Recycle Week”, la settimana mondiale del riciclo con l’obiettivo dichiarato di recuperare 1.000 tonnellate di abiti  usati attraverso gli oltre 3.600 punti vendita nel mondo.  

Un’iniziativa che la rappresentanza italiana della “Clean Clothes Campaign” (“Abiti puliti”, http://www.abitipuliti.org/) ha bollato come semplici “chiacchiere”. H&M, infatti, non ha ancora onorato l’“Accordo per la prevenzione degli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh” sottoscritto nel 2013, con il quale si era “impegnata a migliorare le condizioni di lavoro nella sua catena di fornitura, un’analisi sulle misure correttive messe in campo dall’azienda in alcune fabbriche, suoi fornitori strategici”. Quell’accordo era figlio del tragico crollo in Bangladesh del Rana Plaza, divenuto trappola mortale per 1.138 operai tessili stipati nei laboratori. La settimana del riciclo di H&M cadeva esattamente a cavallo delle commemorazioni, alla fine di aprile. 

Chi invece ha posto la sostenibilità al centro della propria attività è Novamont Spa, leader nel settore delle bioplastiche con la “famiglia” delle compostabili in Mater-Bi. 
L’ultimo report sulla sostenibilità di Novamont è del 2014, ma quel che è interessante in questo caso è la sua compagine societaria. Che è rilevante non tanto perché contraddica la sua vocazione sostenibile, o il suo “modello di bioeconomia intesa come rigenerazione territoriale”, quanto perché permette a un consumatore critico di aver più chiaro il contesto. Novamont -132 milioni di euro di fatturato nel 2014- ha due soci: Versalis  Spa (al 25%) e Mater Bi Spa (75%). Versalis ha un azionista, Eni Spa, che infatti a bilancio indica Novamont quale “impresa collegata”, mentre Mater Bi Spa ne ha 26. Il principale -la holding Melville Srl, 34,48% delle quote- è posseduto per quasi il 100% da una società -si chiama NB renaissance partners holdings Sarl- che è domiciliata in Lussemburgo, Paese a fiscalità agevolata, e da una società di “equity investment” di Intesa Sanpaolo. La seconda banca italiana dopo Unicredit cita l’investimento in Novamont nel proprio report di sostenibilità 2015 quale “sostegno allo sviluppo di tecnologie innovative, responsabili e sostenibili nel tempo”.  

Quale sia il “peso” delle eco-cialde di caffè su quelle commercializzate complessivamente da Lavazza –main sponsor insieme a Novamont della fiera “Fa’ la cosa giusta!”, tenutasi a Milano nel marzo scorso, con un contributo di 50mila euro- non è dato saperlo. L’azienda si è limitata a far sapere che il caffè delle “compostabili” è certificato nelle sue due miscele dalla ong Rainforest Alliance. Questa ha nel proprio portfolio clienti anche altri grandi gruppi come Unilever (che in Italia, con la Unilever Italia Mkt. Operations Srl, è sotto procedimento dell’Antitrust per un ipotizzato “abuso di posizione dominante” nella distribuzione dei gelati), Nespresso, Chiquita o Danone: si comprende la distanza dall’esperienza del commercio equo italiano e dei diversi consorzi importatori di caffè.

Dal caffè al cemento. A poco più di un anno dalla presentazione del “cemento biodinamico” del colosso Italcementi utilizzato per ricoprire l’intera superficie esterna e parte degli interni di Palazzo Italia durante Expo 2015 -celebrato nella Relazione sulla sostenibilità 2014-, nel giugno di quest’anno è uscito un report (“Visible cracks”) a cura di CDP (organizzazione indipendente che detiene il più grande database di informazioni ambientali delle imprese in tutto il mondo, www.cdp.net). È concentrato sugli impatti ambientali delle principali compagnie cementiere. La bergamasca Italcementi, recentemente acquistata dalla tedesca HeidelbergCement AG, è la peggiore in classifica per emissioni, gestione di energia e materiali, esposizione alla “bolla del carbonio”, seguita da un’altra italiana, Cementir Spa (l’azionista principale è il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone con il 65,94%), e sarebbe “decisamente fuori strada nel raggiungere il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni”, come ha scritto CDP.  

La sostenibilità è la chiave per “disegnare il futuro” delle imprese, stando al tratteggio del gruppo assicurativo e finanziario Unipol. Per presentare i risultati del 2015 ha organizzato una lectio magistralis sull’“Impresa del 2020, tra sostenibilità, engagement e innovazione sociale” a Milano, invitando tra i vari relatori anche Sergio Solero, presidente e amministratore delegato della casa automobilistica BMW in Italia. Lo stesso marchio finito al centro di un report diffuso a inizio giugno da “Transport & Environment”, la campagna internazionale che ha denunciato per prima il “Dieselgate”, lo scandalo delle emissioni truccate a carico di 8,5 milioni di veicoli VolksWagen (vedi Ae 182). Il rapporto guarda alle “30 dirty”, i trenta modelli di auto inquinanti in commercio attualmente approvati dalle autorità di sette Paesi dell’Unione europea (tra cui l’Italia), secondo T&E, nonostante eccessivi livelli di emissioni. Nell’elenco dei modelli, oltre alla Fiat 500X, ci sono anche due BMW. Il “Dieselgate” nasce con Volkswagen, gruppo multinazionale che è padrone di Skoda, Porsche e Audi. Quest’ultima -che sulla pagina italiana racconta il proprio “Codice di condotta”- ha collaborato con la testata Wired per organizzare l’ultimo Wired Next Fest, “Futuro, innovazione, creatività”, che si svolge tra Milano (si è tenuto a maggio) e Firenze (a settembre). Non è sola dato che ad aprire l’elenco dei “Main partners” c’è BNL-Gruppo Bnp Paribas. L’ultimo bilancio di sostenibilità è del 2013, ma nell’area “Responsabilità sociale” del sito -che sta sotto alla “Comunicazione”- è dato ampio spazio al progetto di educazione finanziaria “alla portata dei bambini” che si chiama “EduCare Scuola”. Manca, invece, il riferimento a quella parte dell’ultima Relazione 2016 del Governo sull’export di armamenti che permette di ricostruire le transazioni sui conti correnti degli istituti di credito, chiamati perciò “banche armate”. BNL e Bnp Paribas (339 milioni di euro) vengono subito dopo Deutsche Bank (1 miliardo di euro). Ma comunicarlo non è sostenibile.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia