Ambiente

La sfida del Comune ai pesticidi

Per prevenire danni alla salute, Malosco, in Val di Non, vieta i fitofarmaci più potenti. In assenza di dati certi, vince il principio di precauzione

Tratto da Altreconomia 138 — Maggio 2012

“Basta un po’ di brezza, non serve il vento, e il fitofarmaco lo trovo nel latte e nel formaggio”. Buon senso e cautela hanno ispirato Adriano Marini, sindaco di Malosco (Tn), nell’elaborazione del “Regolamento per l’utilizzo di prodotti fitosanitari e la disciplina delle coltivazioni agricole”. Nel comune di 500 abitanti, in Alta Val di Non, ha vietato l’impiego dei pesticidi più potenti, e potenzialmente più nocivi per la salute umana (quelli tossici, T, e molto tossici, T+); ha portato da 30 a 50 metri la fascia di rispetto entro la quale non possono essere eseguiti i trattamenti con fitofarmaci (categoria a cui appartengono i pesticidi); ha sancito l’obbligo di installare barriere vegetali intorno ai terreni coltivati con modalità intensiva, confinanti con strade e colture a foraggio; ha prescritto l’uso di pali in legno invece di quelli di cemento. La rigorosa applicazione del principio di precauzione, la versione “legale” del buon senso, ha consentito al Comune di resistere al ricorso amministrativo per illegittimità proposto contro il provvedimento da due melicoltori trentini. Ancorché restrittivo rispetto alle “linee generali” della Provincia, il regolamento è infatti conforme agli studi dell’Azienda provinciale per la protezione dell’ambiente di Trento, dai quali risulta che “residui di anticrittogamici di un certo rilievo si possono diffondere entro la fascia di 50 metri dalle zone di trattamento anche in assenza di vento durante la fase di irrorazione”. È coerente anche con la Direttiva 2009/128/CE che ha istituito per gli Stati membri dell’Ue “un quadro per realizzare un uso sostenibile dei pesticidi, riducendone i rischi e gli impatti sulla salute umana e sull’ambiente e promuovendo l’uso della difesa integrata e di approcci e tecniche alternativi”. 
In conformità alla direttiva, l’Europa ha chiesto ai Paesi membri di elaborare  Piani di azione nazionali (Pan) da trasmettere alla Commissione e agli altri Stati entro il 14 dicembre 2012. La questione del controllo e della limitazione dell’uso dei pesticidi non è secondaria, posto che nel 2010 la quantità distribuita di prodotti fitosanitari, pur registrando un calo del 2,4%, ha visto, secondo dati Istat, un aumento del 57% dei prodotti tossici e molto tossici (T e T+), proprio quelli vietati a Malosco. Nel 2010 in Italia sono state vendute 144mila tonnellate di prodotti fitosanitari, il cui uso interessa il 70% della superficie agricola utilizzata, circa 12.700.000 ettari. Eppure, mancano informazioni omogenee, e il monitoraggio delle dispersione degli inquinanti nelle acque  è spesso poco significativo, come certifica anche il rapporto dell’Ispra. A questi elementi di contesto va aggiunto il “grande numero di sostanze interessate (sono circa 350 solo quelle attualmente utilizzate nei prodotti fitosanitari), la mancata conoscenza dei tipi di utilizzo, delle quantità in gioco e della distribuzione geografica delle sorgenti di rilascio.”
Come certificato dall’Ispra, la complessità è dunque una specificità “dell’inquinamento di origine agricola, di tipo diffuso, che interessa grandi estensioni territoriali, segue percorsi poco identificabili, dipendenti dagli eventi idrologici e dalle vie di drenaggio”. Complessità e incertezza circa le conseguenze dell’inquinamento agricolo che, secondo il sindaco di Malosco richiedono cautela, anche in difesa dell’economia e del paesaggio: “Penso che le misure adottate possano scongiurare una vera e propria colonizzazione: pochi soggetti, interessati a realizzare colture intensive, acquisterebbero ampie superfici di terreni agricoli alterandone i prezzi e lasciando sui nostri terreni i veleni. Abbiamo ritenuto di fermare subito questo fenomeno perché porterebbe ad un’omogeneizzazione della fonte di reddito. Vogliamo al contrario salvaguardare l’economia eterogenea del nostro territorio, le produzioni di qualità, il turismo e l’artigianato.” 
Il provvedimento a tutela della salute dei cittadini si innesta nel percorso indicato anche dalla dottoressa Patrizia Gentilini, medico oncologo ed ematologo, che sulla necessità di agire con precauzione non ha dubbi: “Occorre lavorare sulla prevenzione primaria, su una drastica riduzione dell’esposizione a tutti gli agenti chimici e fisici già ampiamente noti per la loro tossicità e cancerogenicità. Sull’esempio della Svezia che mise al bando alcuni pesticidi sin dagli anni 70 e ora registra una diminuzione nell’incidenza dei linfomi, mentre in Italia registriamo un incremento annuo del 4,6% nella fascia d’età 0-14 anni, contro lo 0,9% dell’Europa”. In un intervento al convegno di Medicina Democratica (www.medicinademocratica.org), Gentilini ha presentato dati e studi che testimoniano la specifica correlazione tra l’uso dei pesticidi e alcuni tipi di patologie. “L’esposizione alle sostanze tossiche danneggia la madre e il feto, ma danneggia anche le cellule germinali, gli spermatozoi e gli ovociti, con possibilità di trasmissione transgenerazionale dei danni e condizionamento dello stato di salute per il resto della nostra vita”. I dati presentati testimoniano che all’aumento della speranza di vita corrisponde la diminuzione della speranza di vita in salute (numero medio di anni di vita in salute). Per “le bambine italiane era di oltre 70 anni nel 2003 e si è ridotta a poco più di 60 nel 2008”. Quella che viene definita pandemia silenziosa, determina “…gravi danni neuropsichici e comportamentali che sempre più si verificano nell’infanzia e che vanno dal deficit di attenzione, all’iperattività e all’autismo, fino alla riduzione del quoziente intellettivo”.
Gli effetti dei pesticidi sulla nostra salute purtroppo non rappresentano una novità: “Già nel 2006 -continua la dottoressa Gentilini, “su ‘Lancet’ era comparso un allarmante articolo con l’ elenco di 202 sostanze note per essere tossiche per il cervello umano: ben 83 di queste erano pesticidi. Il triste primato che detiene l’Italia per l’incidenza di cancro (tutti i tumori) nei soggetti da 0 a 14 anni, deve farci riflettere con grande attenzione: queste molecole, specie in fasi cruciali dello sviluppo, quali la vita intrauterina o l’infanzia, agiscono a dosi infinitesimali e sono ormai stabilmente presenti nel nostro ambiente, in particolare nelle acque”.
Oltre che per la loro pervasività, attraverso la dispersione in aria e nei corsi d’acqua, l’esposizione ai pesticidi riguarda tutte le categorie di cittadini, posto che si troverebbero delle tracce di qualche sostanza, ampiamente nei limiti di legge, sul 55% dei campioni di prodotti ortofrutticoli che noi acquistiamo. 
Un fatto, intanto, è ampiamente accertato: l’esposizione ai pesticidi degli stessi agricoltori.  Come rilevato dall’indagine su “La mortalità italiana in agricoltura a confronto con industria e terziario” (Agriregionieuropa, 23/2010), “in relazione a tutte le cause di decesso considerate nello studio, si sono riscontrati livelli di rischio generalmente più alti per i lavoratori e le lavoratrici del settore agricolo rispetto agli altri settori e segnatamente rispetto a quello industriale […]. Le cause dei suddetti andamenti […] sono da ricercare nei profondi cambiamenti che negli ultimi decenni hanno mutato il volto dell’agricoltura dei Paesi sviluppati, vale a dire l’impiego massiccio e sistematico di sostanze chimiche di sintesi (fungicidi, diserbanti, insetticidi e concimi), nonché la meccanizzazione generalizzata di larga parte delle lavorazioni che nel passato erano eseguite manualmente: se tali mutamenti hanno portato con sé un fortissimo incremento della produttività del lavoro agricolo e quindi un’assai consistente riduzione del volume della manodopera, oltre che della fatica fisica, essi hanno anche comportato uno sconvolgimento nella gerarchia dei rischi, in ragione dell’esposizione diretta degli operatori agricoli agli agenti inquinanti, così come dell’accresciuta possibilità di incidenti sul lavoro. In tale contesto, è facile comprendere che -ad esempio- politiche tese a incentivare le pratiche dell’agricoltura cosiddetta ‘biologica’, potrebbero contribuire a contenere in misura considerevole l’esposizione a condizioni critiche come quelle cui qui sopra si è fatto cenno”.
Il 31 gennaio scorso Roberto Bombarda, membro del Consiglio della Provincia autonoma di Trento, ha presentato una proposta di mozione per estendere a tutto il Trentino i limiti del regolamento agricolo del Comune di Malosco. —

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