Ambiente / Varie

La ritirata

Il tasso di fusione dei ghiacciai è senza precedenti rispetto agli ultimi 120 anni. Lo evidenzia da ultima la ricerca del World Glacier Monitoring Service dell’università di Zurigo. In tutto il mondo i ghiacciai si fondono. Quelli sul Kilimangiaro hanno perduto l’85% della superficie tra il 1912 e il 2013. E la “massa glaciale” delle Alpi rischia di scomparire entro il 2100

Tratto da Altreconomia 173 — Luglio/Agosto 2015

Entro la fine di questo secolo la “risorsa glaciale alpina” potrebbe scomparire quasi totalmente. La tendenza degli oltre 900 ghiacciai italiani è comune a quella delle omologhe masse planetarie, salvo rare eccezioni, come la “Karakoram anomaly” in Pakistan, ed è analizzata nel World Glacier Inventory, il catasto mondiale del National Snow & Ice Data Glacier (i ghiacciai oggetto del monitoraggio sono 130mila, nsidc.org). È il riscaldamento globale l’elemento alla base dei dati forniti dal World Glacier Monitoring Service, che evidenzia la perdita progressiva di spessore e superficie dei ghiacciai. Prendendo in esame un campione di 125 ghiacciai del mondo, è stata registrata “una forte perdita di ghiaccio” tra il 1980 e il 2013 pari a 17,3 metri d’acqua equivalenti. L’arretramento colpisce diverse aree del mondo, dal Caucaso -dove il ghiacciaio Tviberi ha perso 11 chilometri quadrati tra il 1965 e il 2013, pari a un quarto della sua superficie, dati pubblicati su climalteranti.it)-, all’Africa, dove il Kilimanjaro ha perso circa l’85% della superficie originaria tra il 1912 ed il 2013.

Questi fenomeni riguardano anche le Alpi. Il professor Claudio Smiraglia e la dottoressa Guglielmina Diolaiuti, ricercatrice, entrambi del dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” dell’Università Statale di Milano, e il dottor Daniele Bocchiola, ricercatore di ruolo del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale (DICA) del Politecnico di Milano, sono tre dei maggiori studiosi del fenomeno del triste declino dei ghiacciai italiani. Insieme ad altri giovani colleghi, hanno recentemente tracciato la “possibile evoluzione” fino a fine secolo del più esteso ghiacciaio vallivo italiano, il ghiacciaio dei Forni, che copre 11,3 chilometri quadrati in alta Valtellina, nelle Alpi Retiche meridionali lombarde (Ortles Cevedale). Applicando tre differenti scenari di “bilancio radiativo” (ossia, potenziali scenari evolutivi dei valori di CO2, temperatura e precipitazione), sviluppati nell’ambito del quinto assessment report del Comitato internazionale per i cambiamenti climatici (IPCC), e due differenti modelli climatici globali, la conclusione rimane invariata: “la potenziale evoluzione del ghiacciaio dei Forni porta a stimare per il 2100 una riduzione di oltre l’80% del volume glaciale stimato nel 2007”.

Al di là dei valori assoluti, incerti data l’intrinseca difficoltà connessa nel dipingere l’evoluzione del clima futuro, il quadro sembra indicare una verosimile larga diminuzione delle coperture e volumi glaciali. Di questa variazione attesa si dovrà tenere conto “nei diversi scenari evolutivi, non solo ambientali, ma anche socio economici”. Il ghiacciaio dei Forni, come gli altri 902 ghiacciai del Paese, ha già subito un’importante riduzione negli ultimi 50 anni. La conferma è contenuta nelle oltre 400 pagine del “Nuovo catasto dei ghiacciai italiani” -coordinato da Smiraglia e Diolaiuti con il contributo di Levissima (Gruppo San Pellegrino Spa, Nestlè) e del Comitato EVK2-CNR– che è andato a sostituire il precedente catasto del Comitato glaciologico italiano, del 1958-1962. La tendenza -comune a quasi tutti gli altri ghiacciai del Pianeta- è manifesta: nonostante la crescita in termini numerici da 838 a 903 -frutto della frammentazione delle aree glaciali- la superficie glaciale complessiva, distribuita in Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Piemonte, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo (con il ghiacciaio del Calderone) è andata riducendosi fortemente, almeno del 30% (dato sottostimato secondo i curatori del rapporto), passando da 526 a 369 chilometri quadrati, poco meno del Lago di Garda.

La Regione più colpita è il Piemonte (-48% in termini di superficie), che ha perduto 8 dei 123 ghiacciai di metà secolo scorso. La Lombardia -che ha il maggior numero di ghiacciai, 230 nel 2015- ne ha guadagnati 45 secondo l’aggiornato censimento, ma ha visto fondersi e scomparire una superficie di 27 chilometri quadrati.
La diminuzione della massa glaciale dovuta ai cambiamenti climatici è inesorabile, quanto lo scarso sostegno pubblico alle ricerche di Smiraglia, Diolaiuti, Bocchiola e i loro colleghi delle diverse discipline connesse. Una stima delle risorse ricevute dal 2001 dal ministero della Ricerca la fornisce la dottoressa Diolaiuti: 20mila euro ogni due anni in media, dal 2001 al 2011. Anche a causa di questa “assenza” il Nuovo catasto è divenuto (legittimamente) un fiore all’occhiello per certi versi pubblicitario di Levissima, che dal 2007 ha sostenuto il gruppo di ricerca che fa riferimento a Smiraglia con finanziamenti non così irraggiungibili (25mila euro l’anno).
Eppure l’attenzione alle ricadute di questa ineludibile fusione glaciale, in campo ambientale, sugli ecosistemi e sul ciclo dell’acqua in ambienti alpini, sulla disponibilità idrica in Pianura Padana, dovrebbe essere in cima all’agenda di un Paese che si appresta a partecipare alla Conferenza sul clima di Parigi (COP21, 30 novembre-11 dicembre 2015), anticipata al G7 di giugno dall’altisonante annuncio del “tetto” di 2 gradi all’aumento delle temperature -che condannerebbe comunque all’estinzione buona parte dei ghiacci continentali-. Il pieno riconoscimento di questi ecosistemi è avvenuto persino nell’ultima enciclica di papa Francesco (“Laudato Si’”), che ha ricondotto ai ghiacciai “l’importanza per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità” (pag. 31).

Sebbene non siano disponibili studi sistematici e accurati sull’entità “economica” dei  “servizi” assicurati dai ghiacciai -si pensi per esempio all’impatto sul turismo-, le conseguenze della loro scomparsa sono note: dall’aumento di frane dovuto a un più intenso ciclo di gelo-disgelo delle rocce un tempo “coperte” di ghiaccio (“l’Ortles ha cambiato la propria certificazione di difficoltà, dovendo affrontare pareti rocciose laddove un tempo c’era una distesa ghiaccio”, spiega il professor Smiraglia), all’incidenza sulla portata dei fiumi padani, con riflessi negativi, specie in periodi siccitosi, sull’irrigazione a fini agricoli. “Il contributo dei ghiacciai per importanti bacini quali ad esempio l’Adda pre-lacuale, può raggiungere durante le estati siccitose il 20-25% della risorsa idrica” racconta Bocchiola.
Una risposta a più ampio respiro si potrà ottenere grazie agli esiti del progetto europeo H2020 “Ecopotential”, che punta a “migliorare i benefici ecosistemici futuri attraverso le osservazioni terrestri”. Antonello Provenzale -dirigente di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr- che del percorso è ideatore e coordinatore, sintetizza così l’obiettivo prefissato: “Quello che stiamo cercando di fare è fornire una quantificazione allo stato attuale degli ecosistemi e dei servizi che questi producono mediante misure in situ e osservazioni satellitari di 30 grandi aree protette internazionali, tra cui il gruppo montuoso del Gran Paradiso (che raggruppa ghiacciai del Piemonte e della Valle d’Aosta, ndr)”.

Ma non è tutto. Prestare attenzione ai ghiacciai significa non solo, come sostiene Smiraglia, “misurare un rapporto con l’ambiente che va ridiscusso”, ma anche scontrarsi con un modello di sviluppo che il ghiaccio custodisce, come fosse un archivio. Roberto Ambrosini è un ecologo dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e da tempo studia un frammento di vita “ricchissima” dei ghiacciai, e cioè le “conchette crioconitiche”. “Si tratta di pozzanghere formatesi a seguito del deposito di detriti portati dai venti -spiega Ambrosini-, che sono ricche di comunità batteriche”. A che serve studiare quelle pozzanghere? “I ghiacciai sono dei grandi frigoriferi -semplifica volutamente Ambrosini- dove si depositano e permangono nel tempo sostanze, anche contaminanti, che sono state immesse in atmosfera. Sui ghiacciai delle Alpi sono stoccate quantità di contaminanti della Pianura Padana ad esempio. Quel che stiamo studiando è se e come i batteri delle conchette possano degradare questi composti, solitamente ‘duri’ da digerire”. Chi condivide un analogo percorso è Sara Villa, ecotossicologa della Bicocca, che attraverso carotaggi di ghiaccio, analisi della neve fresca o modificata o indagini sulle acque di scioglimento, studia il “cocktail di sostanze” servito dai ghiacciai (condensatori freddi), in particolare e di recente quello dei Forni. “Grazie alle analisi effettuate negli anni -racconta Villa- abbiamo avuto conferma dell’importanza della regolamentazione e messa al bando di alcune molecole, penso agli inquinanti organici persistenti come il DDT o i policlorobifenili, poiché subito dopo queste iniziative, le concentrazioni registrate sono diminuite, dando conto dell’immediatezza della risposta”. Il suo sguardo non è rivolto soltanto al passato ma anche a quei “contaminanti emergenti” che riguardano gli usi quotidiani attuali, nella cosmesi e igiene personale (essenze, fragranze nei profumi artificiali). “Le molecole dei deodoranti o dei detergenti da pavimenti che utilizziamo sono solubili e volatili -spiega Villa-. Quando non è immessa in atmosfera finisce negli scarichi e poi nei depuratori, che non essendo in grado di abbatterle del tutto ne consentono l’introduzione nell’ambiente, sia in aria per fenomeni di volatilizzazione che nelle acque dei corpi idrici superficiali riceventi gli scarichi dei depuratori.Così giungono in atmosfera e poi precipitano con piogge o nevicate sulle cime dei ghiacciai”. Lì si fermano e si concentrano, e a volte ritornano. La fusione dei ghiacciai impone quindi il tema della sostenibilità di questi contaminanti e delle aziende produttrici, che, come racconta Villa, al momento non sono tenute a verificare la conformità di questi presso “ambienti estremi” come il ghiacciaio e per gli organismi che li popolano. “Riusciamo a mitigarne gli effetti? Possiamo mantenere questi livelli di consumo? Dobbiamo ridurre i quantitativi o immaginare nuove messe al bando?”. Sono le domande che si pone Villa a voce alta, in attesa che i dati frutto delle ricerche avviate nel 2014 vengano pubblicati.
Il tempo, intanto, scorre: stando agli studi di Smiraglia, Diolaiuti e Bocchiola, il Forni “perde” in estate 8 centimetri al giorno, riducendosi di 4,5 metri di “solo ghiaccio” sulla sua “lingua di ablazione”. —
 

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