Altre Economie / Opinioni

La Repubblica fondata sulle merci

Difendiamo un “mercato libero” che è sempre meno libero e più capriccioso, voluto da pochi e sussidiato da tutti noi, con debiti e sacrifici. La rubrica di Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 212 — Febbraio 2019
Photo by chuttersnap on Unsplash

TAV sì, TAV no. Autostrade sì, Autostrade no. Manifestanti, proteste, discorsi. E sullo sfondo scorre il solito mantra di questa modernità: veloce uguale futuro, lento uguale miseria. Quelli che fan parte del primo club sono i buoni, a priori, tutti gli altri i cattivi, a priori. Polarizzazioni da intrattenimento, sterilizzazioni per fare ombra ad altri argomenti sui quali varrebbe la pena soffermarsi di più e meglio.

Gli spunti non mancano per chiedersi se una società basata sul mito delle merci e del largo consumo sia meno diseguale. Ci ha provato ad esempio Giorgio Nebbia. Molte merci, specie quelle a minor tasso di conoscenza aggiunto, esistono perché mangiano materia prima rapinata ai Paesi del Sud del mondo o perché sottopagano risorse e lavoro.

Non scordiamoci poi che la società delle merci private ha bisogno di porti pubblici, aree logistiche cofinanziate dal pubblico e tunnel pagati da Stati, sempre più cari per farle arrivare fulmineamente. Anche se proprio non capisco perché le merci debbano correre a rotta di collo per poi, non di rado, fermarsi in capannoni per giorni. E appena arrivano, scadono o vengono spinte a calci fuori moda per sostituirle, in frettissima, con nuove merci, senza badare alle loro costose mutazioni: le prime diventano rifiuti e vanno smaltite in discariche, inceneritori e separatori pagati da tutti.

Insomma questo giro al fulmicotone si porta sempre dietro spese pubbliche che all’atto d’acquisto non vediamo. Ma ci sono. Non lamentiamoci se durante la corsa non si trova il tempo giusto per badare alle conseguenze ambientali, al suolo, alle acque, alle falde, ai boschi. Vietato scendere. Temo che un’analisi costi-benefici fatta opera per opera rischi di essere una toppa cucita su logiche che sono andate fuori strada da tempo. Con le toppe si rischia di vedere solo un pezzetto della faccenda e di ricascare nel pasticcio prima del previsto.

Siamo così presi da questo girone infernale che soffocano in noi persino le poche tracce di sdegno e coraggio (per Neruda sono i figli della Speranza), tanto da non ribellarci a una legge di Stabilità che aumenta la tassa sul volontariato per non toccare quella sulle merci (Iva). Pazzesco. E dire che dovremmo spingere sulle economie smaterializzate e investire in idee, meno in macchinari.

93 anni fa nasceva Giorgio Nebbia. Ci ha spiegato che l’economia delle merci non è affatto innocua per la natura. Lo abbiamo ascoltato poco, ma possiamo leggerlo di più e riscrivere le nostre politiche

Questo eccesso di narrazione merceologica rischia pure di abituarci a una società che butta a mare la democrazia e si mette in casa la “mercicrazia” e la “datacrazia”, come la chiama de Kerckhove. Difendiamo un “mercato libero” che è sempre meno libero e più capriccioso, voluto da pochi e sussidiato da tutti noi, con debiti e sacrifici. Ma siamo fessi? Intendo nel senso che Prezzolini dava al termine fesso: i fessi hanno principi mentre i furbi solo fini. Se non ci svegliamo da questo incubo, rischiamo di rimanere anime belle con i nostri principi in tasca a servizio di quattro furbi che ci usano per i loro fini. Furbi che farebbero bene a svegliarsi pure loro perché presto saranno sostituiti dai loro stessi algoritmi e dai loro big data. Politica inclusa. I buoni principi devono svegliarsi molto prima della protesta di piazza, quando è già troppo tardi. Dobbiamo meglio anticipare il risorgimento culturale e la sua narrazione rimettendo ordine alle tante inversioni valoriali, anche con gesti di politica quotidiana. Senza fermare l’economia, si può spendere un po’ di più per il teatro e un po’ di meno per le merci, che possono tra l’altro arrivarci anche dopodomani. Non rinunciamo a domandare anche quando non riceviamo risposte (F. Noiville).

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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