Altre Economie

La prova generale della nuova piazza: intervista a Livio Pepino a dieci anni dal G8 di Genova

Livio Pepino, 66 anni, è stato presidente di Magistratura Democratica (una delle componenti della Associazione Nazionale Magistrati), consigliere della Corte di cassazione e membro del Consiglio superiore della magistratura. Attualmente dirige la rivista “Questione giustizia” e le Edizioni Gruppo Abele.

Tratto da Altreconomia 129 — Luglio/Agosto 2011

Possiamo guardare a Genova da due punti di vista. Esaminare i fatti in sé -la cronaca, ciò che è accaduto- oppure possiamo dire che le giornate del luglio 2001 sono state quelle che io definisco ‘una prova generale’”.

Partiamo dai fatti.

Il fatto in sé è una vicenda di una gravità con pochi precedenti nella storia del nostro Paese. Una manifestazione con 300mila partecipanti, alla fine della quale 560 persone vengono medicate o ricoverate in ospedale. Se a queste aggiungiamo quelle che non sono andate in ospedale, per paura o altri motivi, ecco la misura di un’espressione di violenza fuori dall’ordinario.

Non solo: nei soli tre giorni di iniziative, fino al pomeriggio del 22 luglio 2001, contiamo 253 arrestati in ‘flagranza’ di reato. Ma il dato significativo è che alla fine saranno emesse solo 49 misure cautelari. Si tratta quindi della maggiore smentita dell’operato della polizia nella storia della Repubblica.

Il ‘blitz’ alla scuola Diaz ha portato poi a 93 arresti per associazione a delinquere. A questi è seguita una solo misura cautelare, peraltro non detentiva: per il resto scarcerazione totale.

Ripeto: non esiste nella storia della Repubblica un caso analogo di smentita così significativa dell’operato delle forze di polizia.

Questo insieme di fatti e questi numeri ci danno il segnale, anche a distanza di dieci anni, di un evento rilevante sotto almeno due profili. Il primo: c’è una manifestazione nell’ambito della quale ci sono momenti di violenza da parte di alcuni manifestanti. Una violenza che tuttavia -questo è stato raramente sottolineato- non è stata maggiore che in altre manifestazioni che la nostra storia ha conosciuto. Una carica di violenza in qualche modo è insita in molte manifestazioni, ma va contestualizzata e definita nelle sue dimensioni. E va tenuto presente che a Genova essa è stata diretta esclusivamente nei confronti delle cose, mentre ad esempio negli anni 70 era spesso rivolta contro le persone. Non intendo, con questo minimizzare l’accaduto, ma credo che in ogni analisi si debba partire dai fatti reali e non dalle suggestioni.

Il secondo dato è che -lo dice la sentenza della Corte d’appello nel troncone dei processi verso i manifestanti, che si è concluso con 24 condanne- una parte delle violenze di piazza è anche stata conseguenza di una gestione assolutamente inadeguata dell’ordine pubblico. Pensiamo al corteo delle ‘tute bianche’, assaltato dalle forze dell’ordine: gli imputati sono stati assolti perché è stata riconosciuta la legittima difesa.

Ecco, i fatti sono che si è trattato di un mix tra pezzi di manifestazione con espressione di violenza, e una gestione dell’ordine pubblico che definirei piuttosto impropria”.

 

Ecco quindi Genova come “prova generale”.

Dopo molti anni, il 20 luglio 2001 in ‘piazza’ c’è un morto, Carlo Giuliani. Non succedeva dal 12 maggio 1977, quando Giorgiana Masi venne uccisa a Roma, sul Ponte Garibaldi. In mezzo, 24 anni. Dal dopoguerra al 1977, le manifestazioni in piazza avevano portato -sul versante dei manifestanti- 141 morti, cui bisogna aggiungere 14 morti tra le forze di polizia.

Fino agli anni 70 dunque la gestione dell’ordine pubblico prevedeva lo scontro all’ordine del giorno, e diffuso. Poi si vive quasi un quarto di secolo in cui -con tutte le difficoltà- l’ordine pubblico è stato gestito in un modo che definirei più civile. Chi l’ha studiato parla di ‘gestione concordata della piazza’, ovvero della ricerca da entrambe le parti di una gestione che consentisse libertà per i manifestanti, senza che trasmodasse in forme di violenza, e dove ciascuna delle due parti cercava di ottenere il più possibile. Una gestione faticosa, ma che ha funzionato, salvo alcuni casi sporadici -come a Torino il 4 aprile 1998-.

Con Genova il meccanismo è saltato. Ecco perché lo considero una prova generale: si è aperto un capitolo nuovo. Gli atti lo dicono, i protagonisti lo confermano. Si comincia con un tentativo di gestione concordata, che però nasce male: ci sono forzature eccessive, il clima -se si pensa alle prime pagine dei giornali dove si parla addirittura della previsione di sangue infetto lanciato sui poliziotti- è compromesso. Poi tutto salta: ci sono le cariche in via Tolemaide, prevale lo scontro. A questo concorre certamente una frangia del movimento. Uso il termine frangia perché è pacificamente una minoranza estrema, che però c’è. Poi però c’è la reazione inadeguata e sproporzionata della polizia. Inadeguata perché -anziché cercare di neutralizzare le frange più violente – si rivolge contro l’intero movimento, l’intero corteo.

Questo è stato il mix che ha determinato la situazione. Che poi è esplosa.

Ma non è stato un imprevisto o un ‘imprevedibile’. Se un evento viene preparato in termini così potenzialmente conflittuali -la zona rossa, le stazioni chiuse-, tutte le parti arrivano con una forte carica di tensione, e quindi l’esplosione non può non essere messa in conto.

La piazza a quel punto è solo il momento finale di un processo.

Tutto questo, se lo si accompagna a fatti sintomatici -la presenza in loco di alcuni politici di primo piano e dei vertici della polizia- rende difficile dire che è stato il nervosismo di qualcuno a generare tutta la situazione. Perché se spiegassimo l’accaduto dicendo che la situazione è semplicemente ‘scappata di mano’, allora ci troveremmo di fronte a un problema di incapacità totale.

Tutto questo succede in piazza.

Le vicende della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, poi, si spiegano come un maldestro e irresponsabile tentativo da parte della polizia di recuperare credibilità in una situazione in cui hanno fatto una brutta figura a livello internazionale. Si voleva di dimostrare che almeno una parte dei responsabili delle violenze di piazza erano stati arrestati e isolati e si voleva dar loro una “lezione”. Una sorta di rivincita insomma. La realtà è che si è trattato di violenze inaudite, soprattutto a Bolzaneto, addirittura a freddo.

 

A Genova si stava aprendo una nuova fase?

Sì, ma per ragioni su cui si possono fare solo ipotesi. All’inizio del millennio si inizia a cogliere che le cose sono cambiate. Gli interlocutori della polizia erano sempre state le grandi organizzazioni -i sindacati, i partiti, le associazioni studentesche-, a Genova invece si percepisce l’eterogeneità dei manifestanti, il che rende la manifestazione molto meno controllabile.

Allora, quali strategie adottare? quanta scelta univoca c’è stata? si è deciso strada facendo?

A questa ‘prova generale’ seguono due dati. Il primo, positivo, è che per una maturità del movimento da un lato, per il controllo che è venuto fuori a livello internazionale dall’altro, salvo momenti isolati la strategia genovese è stata, almeno momentaneamente, battuta. Penso ad esempio a Firenze (il social forum europeo del novembre 2002, ndr), dove non c’è stato nessuno scontro. Un’evoluzione da cui non si è tornati indietro.

Il secondo, negativo, è che la catena di comando preposta a Genova è rimasta totalmente al suo posto, addirittura con la promozione di molti dei suoi responsabili. Non c’è stata alcuna presa di distanza della politica dalla strategia adottata a Genova in quei giorni. Il capo della polizia è rimasto al suo posto, poi è diventato dirigente di primo piano dei servizi, addirittura dopo essere stato condannato in appello per falsa testimonianza in relazione a quei fatti. Vuol dire che attorno a lui maggioranza e opposizione hanno fatto quadrato.

Non è sempre stato così: per esempio, in una situazione diversa ma drammatica, l’agosto 1985, a Palermo Salvatore Marino muore in questura. Immediatamente il ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro si reca in Sicilia e ‘decapita’ i vertici della questura; un mese dopo salterà anche il questore.

Non fu un giudizio di colpevolezza penale, ma un giudizio politico, di responsabilità politica. Così se in piazza succedono cose che non devono accadere, ci sono dei responsabili precisi, che devono risponderne politicamente prima ancora che penalmente.

L’accertamento giudiziario poi, ancorché non ancora definitivo, è comunque un macigno.

Aggiungo infine tre elementi specifici.

Il primo è il ruolo dell’informazione. Anche in questo caso nelle vicende genovesi cogliamo una certa ambivalenza. L’informazione è stata poco attenta e responsabile nella fase iniziale, quando ha amplificato senza atteggiamento critico le paure, anche le più inverosimili. Ha contribuito a creare il clima, a enfatizzare l’evento, e questa è una responsabilità negativa rilevante. Però l’informazione ha anche avuto un ruolo di responsabilità positivo. Penso alla scuola Diaz, al fatto che la presenza di tanti giornalisti rese impossibile mentire sull’accaduto, come invece cercò di fare nell’immediato lo stesso portavoce del capo della polizia. La possibilità di controllo che la stampa può esercitare è un potere enorme, e potenzialmente democratico.

Il secondo elemento attiene alla magistratura. Come spesso accade, l’atteggiamento è stato diverso: all’inizio di sottovalutazione, di avallo di una serie di sistemi organizzativi che hanno dato mano libera alla polizia. Ma c’è stato poi un momento in cui i giudici hanno avuto la capacità –difficile in quella situazione di tensione- di fare un controllo rigoroso di legalità a cominciare dalla esistenza dei presupposti per gli arresti. E soprattutto nella gestione dei processi per le violenze di polizia, alcuni pubblici ministeri e giudici hanno dimostrato uno spirito di indipendenza non comune, pur in una condizione di estremo isolamento. Il messaggio che ne esce è che, al contrario di quanto sostengono in molti, non bisogna puntare su strutture centralizzate. Si è visto che i pezzi di verità li trovano spesso ‘piccoli’ giudici. Meglio quindi l’azione penale diffusa della centralizzazione, che è molto più influenzabile, mentre la possibilità di indagare a 360 gradi è molto maggiore quanto più è diffusa. Con una strutta centralizzata molto difficilmente sarebbero state accertate le responsabilità.

Il terzo e ultimo dato è che la mancanza -colpevole- del reato di tortura nel nostro ordinamento ha determinato una valanga di prescrizioni e la difficoltà di procedere per una serie di fatti. Lo stesso vale per la mancanza di norme specifiche per l’accertamento dell’identità dei singoli: ad esempio per l’operazione della Diaz sono stati condannati i dirigenti, ma non gli agenti protagonisti del blitz, che non sono mai stati identificati -anche a causa della mancanza di collaborazione dei dirigenti stessi-.

Questo è detto da uno, come me, che non ha in cima ai propri pensieri la punizione. A me interessano l’accertamento e la sanzione giusta, che ripristinino un clima di fiducia nelle istituzioni.

 

 

 

 

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia