Altre Economie

La nuova vita del borgo

Diciassette “donne di montagna” danno viata a un “albergo diffuso”. L’obiettivo è far riscoprire un paese semi-abbandonato in provincia di Bergamo A Ornica l’aria odora di fresco e di legna bruciata. In questo antico borgo in cima alla valle Brembana,…

Tratto da Altreconomia 113 — Febbraio 2010

Diciassette “donne di montagna” danno viata a un “albergo diffuso”. L’obiettivo è far riscoprire un paese semi-abbandonato in provincia di Bergamo

A Ornica l’aria odora di fresco e di legna bruciata. In questo antico borgo in cima alla valle Brembana, in provincia di Bergamo, il silenzio dei monti scivola lungo i vicoli ed entra nelle stanze rimesse a nuovo per ospitare i turisti. Ad accogliere i visitatori e ad accompagnarli nelle camere dai soffitti bassi e dalle pareti appena verniciate ci sono le diciassette “Donne di montagna”. Questo il nome della cooperativa nata la scorsa primavera per la gestione e la promozione del primo esempio di “ospitalità diffusa” -stanze e appartamenti in affitto dislocati in diversi edifici del paese ma gestiti in modo unitario- della Lombardia.
In tutto a Ornica ci sono una ventina di miniappartamenti (con bagno e cucina) e cinque baite immerse nel verde dei pascoli.  Per i pasti, se non si vuole usare la cucina, si può mangiare nell’unico ristorante del paese, che ha prezzi convenzionati con la cooperativa. Nei weekend, invece, c’è la cena “itinerante”: si comincia con l’antipasto nella cantina ristrutturata di un’antica casa del centro; per il primo ci si sposta in una taverna; il secondo si consuma in un granaio; il dolce nella piazzetta principale del paese. “Complici le candele, il cibo a filiera corta e il vino biologico la cena si trasforma in un momento conviviale molto apprezzato dagli ospiti” racconta Vanna, tra le promotrici del progetto (www.albergodiffusoornica.it). Durante il giorno si passa il tempo camminando nella natura (molti i sentieri da percorrere lungo la valle d’Inferno) e prendendo parte alle diverse attività legate alla tradizione organizzate dalle “Donne di montagna”. A seconda del periodo, si può partecipare alla tosatura delle pecore, alla raccolta delle erbe selvatiche, alla macellazione del maiale, alla fienagione. “Sono molti i turisti che dopo essere venuti qui una volta ritornano -racconta Vanna-. Questo significa che la nostra idea sta funzionando, anche se siamo soltanto all’inizio”. Ornica dista poco più di un paio d’ore (d’auto) da Milano, sufficienti per dimenticare il caos della metropoli, le file di capannoni che costeggiano l’autostrada, gli inceneritori, le acciaierie, le incredibili cave che sventrano i bassi monti orobici. Purtroppo si è obbligati ad arrivarci soltanto in auto o in pullman: la vecchia ferrovia costruita nei primi del Novecento per collegare Bergamo a Piazza Brembana (paese lontano 12 chilometri da Ornica) è stata chiusa nel 1966. Le ragioni sono tutte italiane: al posto del ferro si è preferito il più “redditizio” (solo per alcuni, si intende) trasporto su gomma.
La trasformazione di questo villaggio rurale delle Alpi Orobie, fondato quasi mille anni fa, un tempo meta di minatori e artigiani, è cominciata all’inizio della scorsa estate. “L’idea di aprirci al turismo sostenibile è sembrata strana all’inizio -racconta Colomba, che ha due figli ormai grandi e una serie di lavori saltuari alle spalle-, ma poi ci siamo accorte che era l’unico modo per tenere in vita il paese. Anche se per il momento non si può dire che ci sia un vero e proprio guadagno, siamo convinte che l’ospitalità diffusa possa servire a creare nuovi posti di lavoro”. Senza il turismo questo borgo, che in un paio di decenni è passato da mille a poco meno di duecento abitanti, sarebbe probabilmente finito nel triste elenco dei 5.800 “paesi fantasma” d’Italia, la metà dei quali (edificati su una superficie di circa centomila chilometri quadrati) rischia di restare per sempre abbandonata.
Nonostante il progetto di Ornica rappresenti di fatto il primo esempio di “ospitalità diffusa” della Lombardia, usare il nome di “albergo” non è del tutto corretto. Almeno secondo Giancarlo Dall’Ara, fondatore e presidente dell’Associazione nazionale degli alberghi diffusi (Adi): “Per utilizzare questo termine -spiega Dall’Ara- si deve essere in presenza di una rete di case preesistenti distanti tra loro al massimo 200 metri, con spazi comuni per gli ospiti, dove devono essere garantiti tutti i servizi alberghieri”. Ma queste non sono le uniche caratteristiche degli alberghi diffusi (in Italia di “ufficiali” ce ne sono circa quaranta), il primo dei quali è nato in Carnia nel 1982, all’interno di un gruppo di lavoro che aveva l’obiettivo di recuperare turisticamente case e borghi ristrutturati dopo il terremoto degli anni Settanta.
L’albergo diffuso rappresenta un modello di sviluppo del territorio a basso impatto ambientale: non è necessario costruire niente, dato che ci si limita a recuperare, a ristrutturare e a mettere in rete quello che esiste già. Inoltre deve avere la funzione di “presidio sociale”, e animare i centri storici stimolando iniziative e coinvolgendo i produttori locali, considerati come componente chiave dell’offerta.
Come si legge sul sito ufficiale www.alberghidiffusi.it, “grazie all’autenticità della proposta, alla vicinanza delle strutture che lo compongono, e alla presenza di una comunità di residenti, un albergo diffuso riesce a proporre più che un soggiorno, uno stile di vita. Proprio per questo non può nascere che in borghi abbandonati”. L’ospitalità diffusa si sta rivelando una soluzione efficace per “salvare” i  borghi italiani spopolati o abbandonati, la maggior parte dei quali si trova nelle regioni del centro sud, in particolare in Basilicata -dove ce ne sono un centinaio a rischio di estinzione-, nelle parti montuose della Sicilia e della Sardegna, nelle aree interne di Marche e Toscana e su tutto l’arco dell’Appennino meridionale, dall’Abruzzo alla Calabria, passando per il Molise. Ma non si può certo pensare che questa sia l’unica strategia possibile per dare nuova vita ai piccoli paesi in decadenza, che rappresentano la memoria storica di un’Italia che ormai non c’è più. Per questo, secondo uno studio del Politecnico di Milano, servono “strategie che consentano di fornire nuove prospettive e nuove speranze a coloro che vivono all’interno delle aree a rischio, attivando un processo di rivitalizzazione del tessuto socioeconomico dell’area locale per mezzo della valorizzazione”. Tra le buone
prassi già avviate si possono fare rientrare, entrambe in provincia di Imperia, l’eco villaggio di Torri Superiore (dove ci sono in tutto quattro auto per i venti residenti) e il borgo di Bussana Vecchia, che ospita una comunità internazionale di artisti.

Mille posti letto in Friuli
L’albergo diffuso sta diventando per alcune aree italiane una risorsa per lo sviluppo del turismo e anche un modo per preservare il territorio dalle speculazioni. Ne è un esempio il Friuli Venezia Giulia, dove nei prossimi tre anni dovrebbero essere completati oltre 100 progetti di riqualificazione di antichi borghi (avviati dopo il 2007), che porteranno la regione ad avere circa mille nuovi posti letto nelle strutture per l’ospitalità diffusa. Il successo di questo modello è dovuto anche all’accessibilità economica: i prezzi (da 15 a 51 euro a persona) variano in base alla qualità dei servizi offerti, come accade negli alberghi standard.

La legge lombarda, spazio alle “baite diffuse”
Undici regioni italiane hanno già una legge che regolamenta l’albergo diffuso. E finalmente anche la Lombardia si sta muovendo su questo fronte: la commissione Attività produttive della Regione ha dato il via libera al progetto di legge su albergo e baite diffuse. Il testo, che prevede che l’albergo sia formato non solo da stanze ma anche da appartamenti, distanti tra loro non più di 400 metri, dovrebbe essere discusso a febbraio dal Consiglio regionale. La legge prevede anche l’istituzione delle cosiddette “baite diffuse”, che devono avere, di fatto, le stesse caratteristiche degli alberghi e quindi devono essere realizzate soltanto in strutture preesistenti.

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