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La nazione india dietro il mito del guaranà – Ae 3

Numero 3 – gennaio 2000“Se non sei saggio il guaranà non ti può aiutare” dicono i Sateré ai bianchi che nel guaranà ricercano l'ennesima sostanza stimolante per sopravvivere alla frenetica vita di tutti giorni. E in questa frase si ritrova…

Tratto da Altreconomia 3 — Gennaio 2000

Numero 3 – gennaio 2000
“Se non sei saggio il guaranà non ti può aiutare” dicono i Sateré ai bianchi che nel guaranà ricercano l'ennesima sostanza stimolante per sopravvivere alla frenetica vita di tutti giorni. E in questa frase si ritrova gran parte della filosofia di questo popolo unico, gli indios Sateré-Mawé appunto, che hanno costruito nei secoli un rapporto così sofia di questo popolo unico, gli indios Sateré-Mawé appunto, che hanno costruito nei secoli un rapporto così stretto con la pianta fino a definirsi “figli del guaranà”.
L'area indigena dove vivono i Sateré si trova nell'Amazzonia brasiliana a più di 400 chilometri a Est di Manaus, ancora nello stato di Amazonas ma molto vicino al confine con il Parà. Si stende per una superficie di 8.000 chilometri quadrati (più o meno come l'Umbria) e racchiude i bacini del Rio Andirà e del Rio Marau, affluenti di destra del grande Rio Amazonas.
La popolazione dell'intera area conta circa 7.000 individui che vivono in più di 60 villaggi, tutti collegati per via fluviale (non ci sono strade!) e retti secondo la tradizione indigena dai tuschawa, consiglieri e autorità morali, più che capi villaggio in senso stretto; i tuschawa vengono scelti dalle comunità dei villaggi tra le persone che più manifestano queste capacità morali e politiche, tra le quali c'è anche la capacità di interloquire con il mondo dei bianchi.
Il rapporto tra Sateré e mondo dei bianche è infatti antico e le tracce di questo contatto che dura da più di duecento anni sono evidenti ma non hanno cancellato tradizioni e armonia di un popolo che ora deve fare i conti con il boom demografico (raddoppio della popolazione in 15 anni), e i sempre incombenti progetti di sfruttamento minerario dell'area, ricca, pare, di petrolio.
La Funai, la Fondazione nazionale per le questioni indigene voluta da Darcy Ribeiro, antropologo e patriarca del Brasile moderno, scomparso una decina di anni fa, spesso si è dimostrata corrotta e poco efficace di fronte agli interessi predatori delle grosse aziende multinazionali e degli avventurieri locali. Il Consiglio generale della tribù Sateré-Mawé (Cgtsm) è l'organo politico che in questi ultimi anni ha fatto crescere la consapevolezza e la visibilità di questa nazione indigena.
È forse questo rinato senso della propria dignità anche nei confronti delle istituzioni dei bianchi il più significativo risultato collaterale del progetto di commercializzazione del guaranà equo e solidale.
I Sateré infatti il guaranà lo coltivano da secoli e lo commercializzano almeno dal secolo scorso; molte sono le descrizioni di esploratori, botanici e missionari a proposito di questa misteriosa e prodigiosa sostanza: la più antica cronaca è forse quella di padre Betendorf del 1669 dove si parla di un fruttino trasformato in “palle che gli indios stimano più dell'oro”. Moltissimi sono stati negli anni passati gli “atravesadores”, i commercianti intermediari, che risalivano i fiumi per barattare qualche stoviglia o qualche altro prodotto dei bianchi con i sacchi di guaranà degli indios, e molti ce ne sono tuttora, anche se da anni la produzione locale di guaranà è stata soppiantata dalle produzioni intensive (nelle aree limitrofe e negli altri stati brasiliani, a Bahia soprattutto).
L'interesse per il guaranà da parte di grosse aziende multinazionali è noto: la Coca Cola, proprio a Manaus, produce grossi quantitativi di estratto di guaranà che poi utilizza per le proprie bevande.

Dalla volontà di creare un'alternativa ecosostenibile nasce il progetto di commercializzazione del guaranà attraverso il commercio equo e solidale che è anche un progetto di salvaguardia della tradizione indigena; i Sateré sono stati infatti i primi a coltivare il guaranà, nelle terre in cui ancora vivono, “addomesticando” una liana selvatica e trasformandola in albero da frutto. E, ancora oggi, lo consumano alla maniera tradizionale, grattugiato con una pietra e sciolto in acqua, in ogni occasione di riunione -di villaggio o familiare- per facilitare le decisioni intelligenti e sagge; o quando devono affrontare la fatica, i digiuni e le lunghe veglie della caccia.
Il processo di coltivazione e produzione tradizionale è molto complesso e inizia con la scelta, nella foresta primaria, delle piantine da coltivare poi nei dintorni del villaggio. Ci vogliono alcuni anni prima che la pianta produca i frutti che si presentano a grappoli rosso-arancioni e vanno colti un po' prima della completa maturazione (il che non sempre avviene nelle coltivazioni al di fuori dall'area indigena). Dopo la fermentazione, la rimozione delle bucce, il lavaggio -prima in pentole e poi in acqua corrente-, i Sateré-Mawé lasciano seccare al sole i frutti per tre settimane e quindi passano al processo di torrefazione. Tale procedimento avviene a fuoco lento per tre-cinque ore in forni di argilla ed esclusivamente con fuoco di legna di muruçi, un albero locale aromatico che rilascia una resina di colore nero. Infine i chicchi, ripuliti del casquilho, una piccola pellicina che li avvolge, vengono pestati in mortai e impastati con acqua per formare bastoni del peso di 400-600 grammi, che vengono nuovamente seccati e affumicati per tre mesi sempre con fumo di legno di muruçi.
A questo punto il bastone di guaranà è pronto per essere grattugiato nella cuya, ciotola ricavata da un frutto, e sciolto nell'acqua. Il bastone è la forma definitiva tradizionale del guaraná, il miglior modo, in assoluto, di conservarlo; oggi però solo poche decine di artigiani Sateré-Mawé sanno realizzare i bastoni di guaranà a regola d'arte. (La tecnica è simila a quella utilizzata, fino a non molti decenni fa, dai Mawé per imbalsamare i più eroici tra i loro capi, onorandoli per l'ultima volta. E qui ritorna il parallelismo e l'identificazione del popolo dei Sateré con la pianta).
Al di fuori della tradizione indigena, ma sempre nella tradizione locale, il guaranà viene consumato in polvere oppure in pastiglie o utilizzato per fare sciroppi.
A Manaus esistono numerose “casas do guaranà” dove è possibile degustare frullati e succhi di frutti amazzonici tutti rigorosamente corretti con una buona dose di guaranà.
Il guaranà poi è anche una bevanda venduta in lattina e bottiglie in tutto il Brasile e famosa almeno quanto la Coca-Cola che ha pensato bene, di acquistare una delle marche più diffuse della bevanda (ma in questo caso di guaranà ce n'è veramente poco).
Il commercio equo e solidale importa il guaranà in polvere. Il processo di polverizzazione e di confezionamento per l'esportazione viene per ora svolto da una piccola azienda locale.

L'importazione del guaranà dei Sateré è stata una scommessa e l'attuale successo del progetto è senza dubbio il frutto del lavoro duro e ostinato di molti, e la combinazione di due mondi lontani ma più vicini di quanto si possa pensare: la tribù dei Sateré e la “tribù” dei commercianti equi e solidali. Quale mercato per il guaranà? Si venderà? Come si consuma? In polvere, in bastoni, in pastiglie?
Questi erano gli interrogativi che avevamo cinque anni fa quando per la prima volta Maurizio Fraboni che viaggiava tra Milano e Manaus ci propose questo prodotto che “gli indios stimano più dell'oro”. L'idea di fare un piccolo intervento che potesse avere una ricaduta comunitaria così vasta, addirittura per un'intera nazione, era molto stimolante: il progetto aveva infatti come obiettivo oltre l'aspetto economico (il commercio equo paga ai produttori un prezzo più che doppio rispetto al mercato) anche quello sociale e politico, cioè il rafforzamento della leadership del Consiglio sui vari poteri locali, Funai compresa.
La prima importazione la fece la cooperativa Chico Mendes di Milano e, tra lo stupore di soci e lavoratori, ci accorgemmo che era possibile vendere questo guaranà, anche se le confezioni erano pessime e la pubblicità inesistente. Vendemmo anche alcuni bastoni di guaranà!
Decidemmo così che si poteva provare su più vasta scala e il guaranà del Cgtsm divenne a tutti gli effetti un progetto del Consorzio Ctm-Altromercato, che ne migliorò la presentazione e iniziò a distribuirlo a tutte le Botteghe del Mondo italiane.
Ora esiste anche la confezione in pastiglie e si sta studiando la possibilità di commercializzare anche lo sciroppo e la bevanda.
Dai pochi chili della prima importazione si è passati a più di 1 tonnellata e mezza dello scorso anno e, soprattutto altre Atos europee hanno incominciato a richiederlo: Spagna, Francia e Germania per ora.
Siamo lontani dalle 40 tonnellate potenziali dell'area che, se raggiunte, significherebbero un volàno formidabile per l'intero popolo dei Sateré, che affronta problemi legati alla scolarizzazione bilingue (portoghese e lingua Sateré) dei bambini, alla formazione degli insegnanti e degli operatori sanitari, allo sviluppo di attività agricole più redditizie della sola coltivazione tradizionale della manioca.
Tutto con l'attenzione a non alterare l'equilibrio interno della tribù e difendendosi dalle insidie esterne del mercato globale.
Molti i progetti collaterali che potranno nascere se la commercializzazione del guaranà continuerà a crescere e a consolidarsi: tra questi anche una possibile proposta di turismo in area sotto la gestione del Consiglio della tribù.



Buoni solo a parole.
L'impegno promesso verso i Paesi più poveri indecisioni e ambiguità della posizione italiana sul debito. Ecco la lettera che la campagna “Sdebitarsi” ha inviato a D'Alema

Ecco la carta d'identità del guaranà. Famiglia: sapindacee. Genere: paullinia. Specie: cupana. Varietà: sorbilis.
Principali caratteristiche: il guaranà contiene caffeina fino al 4,5% e altre sostanze puriniche, quali la teofillina, la teobromina, l'adenina, la guanina la xanina e l'ipoxanina. Inoltre contiene circa il 25% di tannini e un'alta quantità di lipidi, oli e resine che ne impediscono la perfetta soluzione in acqua. Con il guaranà non si ottengono soluzioni limpide come nel caso del tè o del caffè, ma solo delle parziali soluzioni con molte sospensioni. La presenza di queste altre sostanze è responsabile dell'assorbimento più lento degli alcaloidi (caffeina in particolare) da parte dell'intestino; ne risulta una più lenta azione, ma più lunga nel tempo, dell'effetto stimolante. Sono note da tempo le proprietà toniche, astringenti, analgesiche oltre che stimolanti del guaranà.



Un insolubile segreto
Crediti come scarpe e banane: i crediti possono essere venduti come una qualunque merce, così il Paese debitore si può trovare da un giorno all'altro nelle mani di un creditore diverso da quello a cui si era rivolto. Nei primi anni '80 molte grandi banche preoccupate di ridurre la loro esposizione, hanno messo in vendita, con forti sconti sul valore nominale (fino all'85%), i crediti più a rischio di non pagamento.
Alcune imprese (soprattutto multinazionali) hanno acquistato il debito per poi offrirne al Paese debitore la cancellazione in cambio di quote di aziende pubbliche. Molte privatizzazioni imposte dal Fmi sono state realizzate in base a questo meccanismo. Attenzione però: le imprese comprano il debito scontato per calcolarlo ai Paesi debitori a “prezzo” pieno. Analoghe operazioni, a fin di bene, sono state effettuate da associazioni ambientaliste: in questo caso, in cambio della cancellazione del debito acquistato, era richiesto un programma di salvaguardia del territorio del Paese debitore. Quando invece un Paese creditore trasforma i propri crediti in “fondi di contropartita” c'è il rischio che gli interventi di sviluppo vengano realizzati da imprese o secondo criteri del Paese creditore, perpetuando le condizioni di dipendenza. Per i crediti commerciali, cioè concessi da banche a imprese, ma protetti da una assicurazione costituita con fondi pubblici (per esempio la Sace in Italia), in caso di mancato pagamento da parte del Paese debitore, le imprese si rivalgono sull'assicurazione. L'assicurazione paga e diventa titolare del debito non onorato, che è uscito dal settore privato per entrare in quello pubblico. Quando l'assicurazione cede una parte dei crediti così acquisiti ad una società finanziaria, il debito entra nuovamente nel settore privato.


La santa alleanza
Il Consiglio indio tutele le risorse culturali e naturali

Il progetto guaranà si colloca nella Tavola di Concertazione dell'alleanza per il clima (alleanza tra le città europee, almeno 600, che ne hanno sottoscritto il manifesto e la Coica, struttura confederale rappresentativa degli indios di tutta l'Amazzonia latinoamericana). Il Consiglio Sateré-Mawé si impegna alla conservazione dell'ambiente naturale e delle pratiche tradizionali della coltivazione del guaranà. In pratica il progetto consiste in:
1) esportazione attraverso il commercio equo e solidale (come interlocutore principale) di guaranà nativo; l'obiettivo fissato è di 40 tonnellate (oggi siamo a 1,5 tonnellate), raggiungibile in 5-10 anni. Il fatturato lordo che si genererebbe, ai valori attuali è di 1 milione e 800 mila dollari l'anno.
2) Si tratta di contare solo su questo autofinanziamento per costruire una forma inedita e reale di autogestione dell'area indigena capace di rispondere ai bisogni fondamentali delle famiglie dei produttori e di autofinanziare i progetti produttivi decisi dall'assemblea annuale della tribù, della conservazione e del recupero dell'ecosistema e della cultura. Il progetto guaranà dovrà infine riuscire a sostenere anche la ricerca e lo sviluppo, e il monitoraggio delle conseguenze (economiche, sociali, politiche) dell'intero ciclo di produzione e delle sue valenze etiche. Al Consiglio tribale spetta di garantire il prezzo del guaranà e l'acquisto collettivo a prezzi convenienti.


Indios: diritti sulla terra… ma non sotto terra
Esistono quasi 200 aree indigene in Amazzonia brasiliana: circa 320 mila chilometri quadrati, a differenti stadi di avanzamento, lento ma -tutto lascia pensare- ineluttabile, nel processo giuridico di pieno riconoscimento come aree protette. Una superficie più grande dell'Italia, per una popolazione stimata tra le 200 e le 300 mila persone in tutto.
La più bella Costituzione vigente al mondo, quella brasiliana, riconosce agli indios che le abitano pieni diritti di cittadinanza, più una serie di diritti specifici legati allo status etnico -tra cui l'usufrutto esclusivo- e trasforma in linea di principio quello che era l'ente specifico che li tutelava alla stregua di 'minori', ovvero la Funai (Fundação Nacional do Indio), in uno strumento, appunto, di appoggio per l'attuazione dei loro diritti. Dove sta il trucco?
Per cominciare, nel fatto che gli indios non hanno alcun diritto sul sottosuolo. Impressionante è il numero di richieste di licenze minerarie che si accumulano negli uffici di Brasilia concentrandosi su ogni pezzetto di territorio indigeno, tanto che se fossero soddisfatte, a prescindere dall'impatto socio-ambientale, non resterebbe quasi più spazio per altro. Lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo da parte di terzi dipende infatti da una mera decisione (per quanto tutto oggi sia quasi fermo in attesa di perfezionamenti legislativi) del parlamento federale, in nome dell'interesse nazionale. Previa, certo, una formale negoziazione con gli indios… senza però che questi ultimi abbiano alcun altro potere negoziale. Ma non è facile vincere una tale partita, soprattutto in un contesto in cui l'indice di corruzione del sistema di istituzioni pubbliche che incide nella realtà indigena è alto, e lo rende caparbiamente resistente ai tentativi delle leadership indigene di farsi carico di una vera autogestione dei territori ancestrali, nonché di attuare sul serio quel riscatto culturale che sulla carta invece tale sistema dovrebbe, insieme a tutto il resto, promuovere. Il “santuario ecologico e culturale del Guaraná dei Sateré-Mawé” è di gran lunga il tentativo più coerente e ambizioso che sia mai stato portato avanti in questo senso, in Amazzonia, da un Consiglio tribale. Si tratta cioè di salvaguardare l'area del popolo Sateré-Mawé (che corrisponde all'area del guranà nativo) e garantire, attraverso uno sviluppo autonomamente determinato e gestito, la sopravvivenza e la vita della cultura autoctona, fondata sulla tradizione ma, al tempo stesso, come recita il nuovo statuto del Cgtsm, aperta a soluzioni nuove per affrontare i problemi nuovi (dalle tecnologie alla raccolta differenziata dei rifiuti, per fare degli esempi). Non a caso, lo sviluppo dell'area-santuario ha portato con sè la necessità di una durissima lotta per ottenere un cambiamento di persone, idee e modello di gestione dentro la Funai regionale del medio Amazonas. E non a caso la Coiab, la struttura confederale dei consigli tribali indigeni dell'Amazzonia brasiliana, pesca in primo luogo tra i Sateré i suoi quadri operativi per la formazione di un centro di servizi economici, e guarda al progetto Guaraná come al fondamentale modello ispiratore.

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