Ambiente

La natura è un’orchestra

La biodiversità si manifesta anche attraverso la complessità sonora degli habitat. Scoprirla e raccontarla è un modo per tutelarla —

Tratto da Altreconomia 159 — Aprile 2014
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“Se un’immagine vale mille parole, un suono vale mille immagini”. Bernie Krause è tra i massimi esponenti americani di bio-acustica, cacciatore di suoni naturali e fondatore negli anni 60 del Wild Sanctuary (wildsanctuary.com), uno dei più importanti archivi sonori del mondo. Per una maggiore comprensione della varietà e complessità dei sistemi naturali -sostiene- è necessario un approccio sensoriale non  limitato al paesaggio visivo, ma orientato alla dimensione sonora della natura.

Sulla stessa lunghezza d’onda è David Monacchi, 47 anni, di Urbino, ricercatore, compositore e docente di Musica Elettroacustica presso il Conservatorio di Pesaro. La passione per l’ascolto e la registrazione dei suoni naturali intesi come sistemi d’ordine da scoprire e interpretare anche da una prospettiva sonologica ed estetico/musicale, risale ai suoi primi studi dell’acustica e della musica elettronica. Per Monacchi, il suono delle specie che fanno parte di un ecosistema incontaminato, è perfetto e organizzato, e corrisponde ad una sorta di proto-orchestra. La sua scomparsa rappresenterebbe la perdita irreversibile di un patrimonio sonico inestimabile. Per questo, da quasi quindici anni è impegnato nel suo progetto interdisciplinare Fragments of Extinction (Frammenti di estinzione) che esplora l’ambiente sonoro degli ecosistemi equatoriali nelle ultime aree incontaminate del pianeta, soprattutto in Amazzonia, Africa e Borneo. Dalle prime registrazioni degli ambienti acustici delle aree rurali dell’Appennino marchigiano Monacchi è passato a quelle delle grandi foreste primarie del pianeta. Prime missioni di campo in Perù-Bolivia-Uruguay (1992) con registrazioni minime su tecnologia di base stereofonica. Poi campagne di registrazione con tecnologia tridimensionale perifonica in Zambia-Zimbabwe (1994), passando per le foreste canadesi di conifere e pluviali temperate di Powel-River e Vancouver Island, British Columbia (1998), in Oregon e California (1999) nelle foreste costiere di sequoia sempervirens e sequoia giant (Sequoia National Park), fino ad arrivare al cuore pulsante dei più grandi ecosistemi viventi con spedizioni nella foresta amazzonica brasiliana, lungo il  Rio Negro e il Rio Jauperì (2002), in quella di Dzanga-Sangha Special Reserve e Dzanga Ndoki National Park al confine tra la Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo (2008), e in Borneo nell’Ulu Temburong National Park, Kuala Belalong (Brunei) e nel Mulu World Heritage Park, Sarawak (2012). I prossimi viaggi saranno di nuovo in Amazzonia tra il 2014 e il 2015, nel parco dello Yasunì, in Ecuador, uno degli hotspot più importanti del pianeta minacciato ora dall’estrazione petrolifera. Poi di nuovo in Africa nel 2015-2016.

Gli ecosistemi primari rivelano straordinarie ed efficienti strategie evolutive per la coesistenza del massimo numero di specie nel medesimo ambiente, ma si tratta di aree in gran parte inesplorate con un rischio di estinzione molto alto. Alla base di queste minacce vi è l’uomo. Negli ultimi 50 anni la deforestazione e il riscaldamento globale hanno portato alla scomparsa di quasi il 60% degli ecosistemi terrestri.
Dal punto di vista bio-acustico, nelle foreste primarie equatoriali esistono ancora i cicli circadiani più complessi del pianeta, ed è ancora possibile documentare la varietà sonora che la natura ha prodotto negli ultimi 65 milioni di anni di evoluzione. “Il rischio concreto -spiega Monacchi- è che fra qualche decennio, di alcuni habitat resteranno solo registrazioni a testimonianza di una memoria sonica originaria irreversibilmente degradata”. Avvalendosi di tecnologie sperimentali mai portate in luoghi così difficili Monacchi mira a costituire un archivio di ecosistemi primari di altissima qualità audio, registrando l’equilibrio dinamico di centinaia di specie di insetti, anfibi, uccelli e mammiferi che vocalizzano in uno stesso habitat. Il suo lavoro si focalizza sullo studio della complessità eco sistemica e degli aspetti estetici dei linguaggi sonori, la ricerca della migliore prospettiva acustica, l’individuazione delle caratteristiche di efficace riproducibilità del suono. Ogni missione richiede mesi di preparazione. Il lavoro sul campo comporta fatica e rischi.

Nelle sue spedizioni utilizza fuoristrada e canoe fino al campo base, poi effettua lunghe marce a piedi per raggiungere gli angoli più remoti della foresta fino ad individuare il luogo esatto dove registrare il ritratto sonoro di un habitat. La parte più difficile è il posizionamento dei sistemi microfonici. “È fondamentale trovare il punto esatto dove a livello sonoro tutto sia in equilibrio, e sia rispettata la complessità prospettica generale tra le specie. Questa valutazione richiede tempo, fortuna e numerosi tentativi”. Le sessioni di registrazione possono durare anche più di 24 ore continuate, a volte senza riposare, restando immobili per non interagire con l’ambiente circostante e compromettere la registrazione. “Malgrado il caldo soffocante, la pioggia, l’alto tasso di umidità, corpo e strumentazione cosparsi di repellenti contro gli insetti, questi sono i momenti più belli dell’intero lavoro. Vivere un ecosistema in completo silenzio per ore e osservarne il suo svolgersi uguale da milioni di anni, è un’esperienza che cambia per sempre la percezione acustica della natura e della sua orchestra. Il mio è un progetto di documentazione eco-acustica e di consapevolezza sul suono, non di numeri che dimostrano il degrado.

Il degrado è sotto gli occhi di tutti. Sorvolando il Borneo ho visto centinaia di chilometri di foresta equatoriale abbattuta per far spazio a coltivazioni intensive di palma da olio. Che ecosistema sonoro ci può essere in una coltivazione del genere?”.
Oggi, tuttavia, è possibile studiare il livello di degrado sonoro ambientale. Attraverso lo rilevazione delle dinamiche dei soundscapes, la messa a punto di metriche e metodologie per la raccolta e l’elaborazione delle informazioni contenute nei file sonori ed originate da geofonie (vento, pioggia, ecc), biofonie (emissioni sonore degli organismi viventi) e antropofonie (attività umane), è possibile fare un’analisi quantitativa dell’influenza umana sugli ecosistemi. Il canto degli uccelli, per esempio, è rispondente a situazioni varie (stati di pericolo, di disagio, ecolocalizzazione, stress emotivo) che si verificano nella propria sfera biotica che ne rendono possibile la decodificazione.

In una foresta l’importanza del suono è elevata. È l’unico mezzo di comunicazione e molte specie lo usano al meglio attraverso l’evoluzione specifica dei loro linguaggi sonori.  Mentre larga parte della foresta è visivamente nascosta, il suo suono è al contrario ben percepibile. In quelle del Borneo “gruppi familiari di gibboni si confrontano in marcamenti canori territoriali da una parte all’altra di valli in genere molto ampie –racconta Monacchi- e cicale di moltissime specie emettono un gesto sonoro per ogni albero in cui si posano per pochi secondi, mappando il territorio in una vera e propria danza acustica. In Africa, invece, gli elefanti di foresta comunicano a molti chilometri di distanza attraverso frequenze infrasoniche, sfruttando le proprietà acustiche della diffrazione del suono a bassa frequenza, che di fatto in foresta non viene ostacolato da nessuna superficie”.

Al ritorno dai suoi viaggi, Monacchi elabora le informazioni raccolte e si concentra su come rendere fruibile il lavoro svolto sul campo attraverso performances di arte eco-acustica. A questo scopo per cercare di stimolare una forte esperienza percettiva e incrementare il coinvolgimento attivo sui temi ambientali, ripropone frammenti delle sue registrazioni in appositi spazi (teatri bio-acustici) dove il pubblico può ascoltare per la prima volta mediante impianti fonici ad altissima definizione i soudscapes degli ecosistemi. La pluralità di punti di emissione sonora crea un paesaggio tridimensionale avvolgente e diffuso, una vera doccia sensoriale dove l’effetto d’insieme è quello di una suggestiva diversità di suoni, rumori e vocalizzi. “In tutte le occasioni di confronto didattico con un pubblico eterogeneo -racconta Monacchi- ho avuto conferma che il suono ambientale può essere un mezzo straordinario per attivare riflessioni sull’ecologia profonda, quella per cui i valori ecocentrici dovranno per forza subentrare ai valori antropocentrici”. —

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