Ambiente

La Lombardia ingorda di suolo

Negli ultimi 15 anni sono stati "urbanizzati" ben 47mila ettari di terreni agricoli, e -secondo un’analisi commissione dal Consiglio regionale- altri 53mila ettari "dormono" nei piani urbanistici comunali. Secondo Paolo Pileri “se la Regione Lombardia volesse davvero manifestare la propria volontà di porre un freno alle nuove costruzioni, dovrebbe bloccare gli interventi e corrispondere ai Comuni i mancati introiti degli oneri di urbanizzazione a cui loro rinuncerebbero per non consumare suolo". Intervista all’autore di "Che cosa c’è sotto"

In quindici anni, la Lombardia ha perso 47mila di suoli agricoli, urbanizzati nel periodo tra il 1999 e il 2012. Altri 53mila ettari potenzialmente trasformabili “dormono” nelle pance dei Comuni, essendo previsioni di trasformazioni contenuti nei Piani di governo del territorio (PGT). In totale, così, la Regione che ospita un Expo dedicato all’agricoltura ha teoricamente perso 100mila ettari di suolo fertile.
Secondo Paolo Pileri, professore associato di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano, e autore per Altreconomia edizioni del libro “Che cosa c’è sotto”, questo dato inedito è l’emblema di “una situazione fuori controllo, avviata dalla legge urbanistica lombarda del 2005 teoricamente sottoposta a Valutazione ambientale strategica. Questo dato segna di fatto il fallimento sia del PGT, sia della crescente liberalizzazione ai comuni della decisione sull’uso dei suoli e sia del meccanismo di VAS, procedura che è stata svilita, mai resa autonoma, e appare come costruita ad arte per evitare di ‘fare del male’, di fermare progetti”.

A dimostrazione di quanto dice Pileri, c’è il fatto che il dato allarmante, i centomila ettari di suolo “consumato” e “consumabile”, è contenuto in una relazione (“MISSIONE VALUTATIVA IL CONSUMO DI SUOLO NELLA PIANIFICAZIONE COMUNALE”) redatta per conto del Consiglio regionale della Lombardia, resa pubblica a febbraio 2015, due mesi dopo l’approvazione di una legge voluta dalla giunta Maroni che dovrebbe (almeno formalmente) fermare il consumo di suolo. Non era meglio arrivarci prima?

“Dei 53mila ettari potenzialmente ‘trasformabili’ -spiega Pileri- ben 33mila, oltre la metà, sono suoli che potranno essere oggetto di trasformazioni dirette, cioè direttamente attuative (permesso di costruire, piani attuativi, p.i.i.). Si tratta spesso della riproposizione di vecchi interventi ‘residuo’ di Piani mai attuati, oppure di interventi di estensioni dei cosiddetti ‘tessuti urbani consolidati’. Sono, cioè, interventi che  arrivano ‘per direttissima’, da processi altri rispetto a quelli di pianificazione ordinaria.
Oltre a ciò anche la beffa che di sentire chiamare ‘non consumo di suolo’ parecchie di queste saturazioni delle aree del tessuto urbano consolidato grazie a quanto deciso da alcune Province nei propri Piani territoriali di coordinamento provinciale (PTCP)”.

“Alcuni progetti di ricerca che portiamo avanti al Politecnico ci hanno portato a studiare questi dati disaggregati per Comune, guardando al numero degli abitanti. Ciò ci porta a scoprire che i Comuni più piccoli sono quelli che hanno in pancia il maggior numero di metri quadrati di ‘trasformazioni’ pro capite, e questo comporterà nel medio-lungo periodo per i piccoli enti, e i loro residenti, un aumento di spesa pubblica maggiore -spiega Pileri-, perché gestire un suolo urbanizzato comporta un aumento della spesa pubblica, in termini di gestione di acque meteoriche, di circa 6.500 euro per ettaro per anno. Eppure -continua Pileri- a me non risulta che l’associazione dei sindaci lombardi ogni giorno mandi un fax alla Regione Lombardia, chiedendo una vera legge sul contenimento del consumo di suolo per evitare a loro che la spesa pubblica cresca ogni giorno”.

Tra due settimane, all’apertura di Expo, questi 100mila ettari di terreni agricoli (tra consumati e consumabili) dovrebbero pesare nei discorsi ufficiali: “Ogni ettaro di suolo fertile può produrre cibo sufficiente a sfamare 6 persone: ciò che è successo negli ultimi quindici anni in Lombardia, perciò, equivale ad aver eliminato la capacità di produrre cibo per oltre 600mila lombardi, significa aver perso posti di lavoro in agricoltura” spiega Pileri.

A chi governa, e commissiona analisi come quella che commentiamo sulla pianificazione comunale e il consumo di suolo, Pileri rivolge una domanda: “Che atti seguono da questi studi? Che cosa prova chi ha votato una legge (la L.r. 31/2014, del 1° dicembre 2014) che in nome dello ‘stop al consumo di suolo’ nei prossimi 30 mesi concede ‘libertà d’azione’ proprio per smaltire quei 53mila ettari residui di suolo agricolo da consumare?”.

“Se la Regione Lombardia volesse davvero manifestare la propria volontà di porre un freno alle nuove costruzioni, dovrebbe bloccare gli interventi e corrispondere ai Comuni i mancati introiti degli oneri di urbanizzazione a cui loro rinuncerebbero per non consumare suolo. Insomma i soldi che servono per pagare le maestre dell’asilo e che i comuni prendono dalla svendita del territorio. Se facesse questo, ovvero se desse un ‘buono suolo’ invece di dare il ‘buono scuola’, sarebbe più coerente e sostenibile.
Del resto -conclude Pileri- non mi sembra che la Regione Lombardia abbia mai chiesto al governo di eliminare la norma che permette ai Comuni di utilizzare fino al 50% degli oneri per finanziare la propria spesa corrente. Se non dici in modo chiaro da che parte stai, è e non manifesti la volontà politica di realizzare controlli capillari, sei silenziosamente complice di una norma sbagliata che a parole condanni, ma nei fatti lasci che continui a produrre i suoi effetti”.

Complice di quel delitto che Andrea Zanzotto chiamava “lo sterminio dei campi”.

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