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La legge #ammazzasuolo della Regione Lombardia

Martedì 18 novembre il consiglio regionale dovrebbe approvare una legge per "la riduzione del consumo di suolo”, che in realtà va in direzione opposta, salvaguardando le previsioni urbanistiche inespresse dei Comuni lombardi, circa 55mila ettari di suolo agricolo che verranno cementificati. Dalle associazioni ambientaliste un appello a rimandare la decisione, al quale aderiscono anche numerosi tecnici, e la convocazione di un presidio (domani dalle 10 al Pirellone)

Martedì 18 novembre il consiglio regionale della Lombardia approvare una nuova legge, che apparentemente ha come finalità “la riduzione del consumo di suolo” e “la riqualificazione del suolo degradato”. Secondo associazioni ambientaliste, comitati e numeri docenti del Politecnico, però, la legge presenta numerose incongruenze, a partire dal fatto che essa considera suoli “già urbanizzati” i 55.000 ettari di suoli ancora agricoli ma “occupati” da previsioni urbanistiche inattuate dai comuni lombardi, fissando un termine di tre anni per realizzare queste previsioni. Per questo, hanno inviato un appello al presidente del Consiglio e ai consiglieri regionali lombardi, chiedendo di fermare il voto, per poter ponderare al meglio le scelte. Tra i primi firmatari Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, Andrea Arcidiacono, del Centro di ricerca sui consumi di suolo, Paolo Pileri e Arturo Lanzani, del Politecnico di Milano, e il Coordinamento lombardo dei comitati "Salviamo il paesaggio".

Martedì 18, dalle 10 del mattino, è convocato un presidio sotto Palazzo Pirelli, sede del consiglio regionale della Lombardia.  

Appello al presidente del Consiglio e ai consiglieri regionali lombardi

Signor Presidente, signori e signore componenti dell’assemblea legislativa lombarda,

nelle prossime ore sarete chiamati ad esprimervi sul progetto di legge recante ‘Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e per la riqualificazione del suolo degradato’.
Si tratta di un testo che ci lascia sconcertati, per la distanza e palese contraddittorietà tra titolo e dispositivo della norma.

Il riferimento è in primo luogo alla norma transitoria (art. 5) che dispone un periodo di moratoria durante il quale sono fatte salve tutte le enormi previsioni dei piani urbanistici vigenti (stimate nell’ordine di 55.000 ettari di nuove urbanizzazioni su suoli agricoli!), nell’ambito delle quali viene fissato un limite di tre anni per provvedere al convenzionamento degli interventi attuativi, a cui per di più vengono concessi strumenti inediti di agevolazione (rateazione degli oneri urbanistici) e accelerazione procedurale, prevedendo anche una straordinaria facoltà di ricorso ad interventi sostitutivi in caso di mancato rispetto dei ristretti tempi di istruttoria comunale.

Di fatto, intento della legge non pare essere quello di contenere l’urbanizzazione espansiva, ma di fornire un formidabile impulso alla concretizzazione di diritti edificatori, peraltro in una contingenza di mercato in cui molte imprese rischiano con ciò di incorrere in una sovraesposizione debitoria e in un conseguente elevato rischio di fallimento e abbandono dei cantieri. Potrebbe persino accadere che tra le imprese che potrebbero invece avvantaggiarsi della norma possano annoverarsi quelle che gravitano nella contiguità della criminalità organizzata, le uniche in grado di disporre di adeguata provvista finanziaria, ancorché di provenienza illecita, per investimenti ad elevato rischio.

Rileviamo poi tra le incongruenze l’esclusione dalla contabilità del consumo di suolo delle fattispecie di opere pubbliche o di interesse pubblico, come se tale attributo fosse sufficiente a certificare l’assenza di impatti: una norma illogica oltre che contrastante con il diritto ambientale comunitario: l’interesse pubblico di un’opera non può infatti giustificare l’indiscriminato abuso di risorse naturali o la localizzazione in aree incompatibili, o il mancato ricorso a misure di mitigazione e compensazione ambientale.

Ed ancora, la completa devitalizzazione di quella piccola ma preziosa innovazione costituita dall’art. 43bis della l.r. 12/2005 che, nel fissare una maggiorazione d’oneri per le trasformazioni urbanistiche di terreni agricoli ‘allo stato di fatto’, ha permesso di alimentare il fondo regionale aree verdi, atto a finanziare compensazioni ecologiche e interventi in aree protette: la cancellazione dell’espressione ‘allo stato di fatto’ e la sua sostituzione con le definizioni del tutto aleatorie introdotte dalla proposta di legge, rende semplicemente inapplicabile tale timida disposizione che disincentiva il consumo di suolo, in pratica per la totalità degli interventi edilizi.

Da questa non certo esaustiva premessa comprenderete come la norma appaia tutt’altro che scontata nei suoi effetti, e potenzialmente controproducente agli obiettivi dichiarati.

Rileviamo che l’estrema rapidità con cui essa è stata sottoposta e dibattuta ha impedito anche di utilizzare gli strumenti conoscitivi e previsionali che avrebbero potuto essere messi in campo dalle strutture di valutazione tecnica e giuridica di cui lo stesso Consiglio Regionale si è dotato, e che pertanto siamo in presenza di un disegno di legge che nella migliore delle ipotesi non innova il quadro legislativo e non introduce misure efficaci per limitare il consumo di suolo e promuovere il recupero e la rigenerazione degli spazi urbani degradati, sottoutilizzati o dismessi. Nella peggiore delle ipotesi, che reputiamo estremamente probabile, questa norma rischia di essere perfino profondamente peggiorativa del quadro attuale.

Per questo ci appelliamo alla vostra autonomia intellettuale e politica, affinché vogliate attivarvi per un rinvio della votazione finalizzato a una seria e trasparente ponderazione degli effetti che questa norma è in grado di produrre.

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