Ambiente

La ghiaia mormorava

Lungo il corso del Piave s’intrecciano gli interessi di società elettriche, cavatori e agricoltori

Tratto da Altreconomia 137 — Aprile 2012

Se il Piave (“la” Piave prima del fascismo, perché non era adeguato che un fiume fosse di genere femminile) avesse ancora la forza di mormorare, avrebbe molto da dire.
Le dighe, le derivazioni per la produzione di energia elettrica e il prelievo per uso agricolo ne hanno ridotto la portata a un decimo rispetto alla metà dello scorso secolo, quando il fiume era ancora navigabile da Perarolo, nel bellunese, fino al mare. Al Piave vengono sottratti due miliardi e mezzo di metri cubi d’acqua all’anno, circa 80 metri cubi al secondo.
Ogni tanto, però, il fiume prova ancora a fare la voce grossa: allora riaffiorano i problemi,  con i vecchi ricordi della disastrosa alluvione del 1966. Il “nodo” di ogni piena si ha nel comune di Ponte di Piave, nel trevigiano, dove il letto del fiume si restringe in maniera drastica formando un imbuto. Prima e dopo questa strozzatura, le aree golenali presenti sono abitate e coltivate, e nei periodi di grande piena case e campi finiscono sott’acqua. Senza contare le infiltrazioni d’acqua sotto gli argini e le cantine che diventano piscine. Da anni il dibattito su quali possano essere le soluzioni al problema coinvolgono associazioni ambientaliste, enti locali, cittadini e coloro che vivono lungo le rive del fiume, ma non si è giunti a una posizione comune e condivisa.
Nel dicembre 2010, intanto, il Genio Civile di Treviso ha appaltato senza gara dei lavori, ritenuti di “somma urgenza”, per il ripristino dell’efficienza dell’alveo del fiume nei Comuni di Maserada sul Piave, Cimadolmo, Breda di Piave, Ormelle e Ponte di Piave.
In parole povere, grazie all’urgenza -che può far saltare la procedura del bando- vengono affidati direttamente a un consorzio di cavatori locali, il Consorzio di regimazione idraulica dei fiumi (Crie), i lavori di escavazione e asportazione di 400mila metri cubi di ghiaia  e la movimentazione di una parte della stessa per colmare situazioni di erosione.
Le ruspe lavorano per qualche mese, i camion escono dal Piave carichi di ghiaia e il risultato più evidente, oltre al rifacimento di alcune sponde di terreni privati coltivati a vigneto, è un canale rettilineo al centro del letto del fiume. Il canale -che dovrebbe convogliare le acque del Piave- è largo un cinquantina di metri e ha una profondità variabile tra i due e i quattro metri: una “cava mascherata”.
Alcune associazioni locali, dubbiose sull’utilità dei lavori, seguono con attenzione le attività del Crie e la documentano con foto e video.
È nato così Qui Piave Libera! (quipiavelibera.org), un manifesto che una ventina di associazioni e gruppi di cittadini (fino ad ora) hanno firmato a tutela del Piave e del paesaggio nel suo medio corso. Il progetto dovrebbe ampliarsi fino a coprire l’intero corso del fiume, partendo dalle sorgenti a Sappada (Bl) fino alla foce a Cortellazzo di Jesolo (Ve) e riunendo tutte le realtà che sono sensibili all’ecosistema Piave. Un’area naturale di cui l’Unione europea ha riconosciuto il valore, istituendo lungo tutto il fiume una Zps (Zona di protezione speciale).
Tra gli obiettivi di Qui Piave Libera! c’è quello di informare i cittadini su ciò che è stato fatto da parte del Genio Civile negli scorsi mesi, e sulle caratteristiche dell’ambiente toccato dal fiume, ma anche stimolare un dibattito serio sulle possibili soluzioni da mettere in atto per scongiurare i pericoli derivanti dalle piene future.
“Abbiamo chiesto più volte -precisa Enos Bortolozzo, pescatore, tra i fondatori di Qui Piave Libera! e uno dei suoi membri più attivi- tutta la documentazione al Genio Civile, per avere una panoramica più esaustiva possibile su questi lavori fatti con la massima urgenza, ma finora non abbiamo mai ricevuto il materiale nella sua interezza.”
In un documento intitolato -esplicitamente- “Il silenzio degli innocenti” Qui Piave Libera! evidenzia i potenziali rischi ambientali relativi ai lavori eseguiti. Lo sconvolgimento della morfologia del fiume, ad esempio, potrebbe avere conseguenze disastrose sulla fauna ittica: la banalizzazione dell’alveo, ovvero rendere il corso d’acqua rettilineo e di profondità costante, impedisce l’insediamento dei pesci, sia dei più piccoli -che cercano nelle buche luoghi di sosta e di rifugio- sia dei predatori.
Le escavazioni effettuate negli anni, che seguono sempre la stessa modalità, avrebbero un effetto negativo soprattutto sulla trota marmorata, che in Piave ha selezionato un ceppo unico e che ha bisogno di sfruttare le insenature e tutti gli elementi che rallentano la corrente. Con i lavori, il fiume diventa inospitale per vari pesci, mettendone a rischio la riproduzione.
L’abbassamento dell’alveo, che molti rivendicano come una delle strategie per scongiurare piene disastrose, ma assolutamente irrilevante per fronteggiare piene come quelle del ’66, comporta un abbassamento della falda freatica, e quindi una diminuzione dell’apporto d’acqua alle sorgive che alimentano piccoli corsi d’acqua del territorio trevigiano e veneziano (Meolo, Negrisia, Musestre, Zero, Storga, Riul, Mignagola, Lia, Borniola e altri).
“Siamo stati vedere a queste risorgive -continua Bortolozzo- e abbiamo riscontrato un impoverimento generale di questi piccoli fiumi. Se la tendenza sarà questa, alcuni sono destinati a scomparire. Anche la Provincia di Treviso, negli studi fatti per la redazione del piano di gestione della Zps del Piave, evidenzia che l’alveo negli ultimi cento anni si è abbassato di due o tre metri, e che ciò è causato dal mancato apporto di sedimenti, causato dai continui sbarramenti lungo l’alto corso del fiume, e dalle continue escavazioni effettate negli anni ‘70 ed ‘80. Continuare a scavare risulta quanto meno contraddittorio, di fronte a questi dati”.
Qui Piave Libera! ha indirizzato una lettera ai sindaci dei Comuni rivieraschi del Medio Piave, quelli interessati dai lavori, sintetizzando le preoccupazioni delle associazioni. La critica principale riguarda la creazione del canale rettilineo e profondo al centro del letto, che comporterà un aumento della velocità di scorrimento delle acque, di solito rallentate dalla struttura a rami intrecciati del corso del fiume e dalla presenza di arbusti e da altra vegetazione. Maggiore velocità significa maggiore erosione a discapito della stabilità del letto, dei manufatti e delle rive, e anche maggiore criticità nel comune di Ponte di Piave, dove si forma l’imbuto per il restringimento del letto del Piave, con conseguenze tutte da valutare.
“A nostro avviso -ribadisce Bortolozzo- i lavori di scavo rischiano di peggiorare la situazione e non di migliorarla, come il Genio Civile vuol fare credere. Aumentare la velocità di scorrimento del fiume Piave corrisponde a mettere ancora più in crisi il territorio a valle. Bisogna tener conto che nel 2010 il colmo di piena è stato di circa 1.100 metri cubi al secondo, e già la situazione era preoccupante. Che cosa ci dobbiamo aspettare in caso di condizioni di 3.000 m3/s o addirittura di 5.000 m3/s, come nel 1966?”.
Lo scorso 22 febbraio si è svolta una riunione, convocata dal Genio Civile. Doveva essere aperta solo ai sindaci e ai consiglieri dei Comuni coinvolti. Poi, forse per la protesta sorta soprattutto in rete, è stata allargata a tutti i cittadini, cui tuttavia non è stato riconosciuto il diritto d’intervento. Anche in quell’occasione il Genio Civile, per bocca del suo responsabile,  l’ingegner Alvise Lucchetta, ha ribadito l’urgenza e la validità del proprio intervento, in particolar modo per tutelare le proprietà private presenti nelle golene o all’interno dell’alveo del Piave, messe in pericolo da precedenti fenomeni di erosione. 
“È così: si pensa agli interessi di tutti -concludee Bortolozzo-, ma mai al Piave e al suo ambiente. Nessuno che si interroghi sul benessere del suo ecosistema”. —

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