Altre Economie

La fornace recuperata – Ae 91

Tra i mastri vetrai della cooperativa Copavic, in Guatemala, che trasforma vecchi cocci in bicchieri e brocche per il commercio equo Le fornaci illuminano il capannone dove una ventina di uomini forgiano bicchieri e brocche. Nel laboratorio gli artigiani si…

Tratto da Altreconomia 91 — Febbraio 2008

Tra i mastri vetrai della cooperativa Copavic, in Guatemala, che trasforma vecchi cocci in bicchieri e brocche per il commercio equo


Le fornaci illuminano il capannone dove una ventina di uomini forgiano bicchieri e brocche. Nel laboratorio gli artigiani si muovono velocissimi intorno a me: il vetro fuso viene raccolto dai forni, soffiato, messo negli stampi e modellato. Poi attaccano un altro pezzo di vetro incandescente, che diventa lo stelo con la base. Alla fine il calice, rifinito a mano, torna nella fornace, perché il calore lo renda più solido.

A Cantel, una cittadina di 20 mila abitanti a pochi chilometri da Quetzaltenango, la seconda città del Guatemala, la fabbrica dei bicchieri è una delle poche attività economiche ma anche un’attrazione turistica: mentre sono dentro arriva un gruppo di americani ma mastri vetrai e apprendisti continuano tranquilli il proprio lavoro. Sono abituati ad avere gente intorno.

Quella della “Cooperativa de producciòn artesanal de vidrio Cantel” (Copavic), una fabbrica recuperata ante litteram, è una storia da scoprire e raccontare: la cooperativa è stata fondata il 12 dicembre del 1976 da un gruppo di artigiani -indigeni Maya quiche- che non volevano disperdere le competenze acquisite lavorando in due fabbriche di vetro che alla fine degli anni Sessanta aprirono a Cantel e Quetzaltenango e chiusero nell’arco di un paio d’anni.

I dodici soci fondatori decisero di continuare a produrre vetro soffiato associandosi in cooperativa: “Ci sono voluti un paio d’anni per adempiere a tutte le formalità burocratiche -racconta Carlos Yac, socio fondatore e oggi presidente di Copavic- e lo facemmo in segreto. All’inizio dell’attività chiedemmo un prestito alle banche e molti si son presi gioco di noi, perché sapevamo ‘lavorare’ ma non amministrare”.

In Guatemala erano gli anni di una guerra civile durata ininterrottamente dagli anni Sessanta alla firma degli Accordi di pace nel 1996.

Sul recupero Copavic fonda tutto il ciclo produttivo: le montagnole di vetro riciclato che vedo all’ingresso del laboratorio sono la materia prima che Copavic compra dai birrifici e dalle imprese di bibite in tutto il Paese.

La cooperativa ha un camion, me lo mostrano, con cui va a ritirarlo. Ci sono anche privati, però, che portano alla fabbrica i sacchi con i vetri accumulati nelle case. In Guatemala, a differenza dell’Italia, s’imbottiglia per lo più in vetro “a rendere” e girano poche lattine. La scelta di produrre solo da vetro riciclato è fatta sì per tutelare l’ambiente ma anche perché “conosciamo solo questo processo produttivo -spiega ancora Carlos-. Prima rompiamo il vetro e poi lo laviamo, per togliere residui di metallo, cartone, plastica o altre impurità; a questo punto lo mettiamo nei forni per farlo fondere: ogni giorno, dopo una giornata di lavoro, ‘carichiamo’ le fornaci per trovare la materia prima pronta il mattino seguente”. O meglio, all’alba: la giornata, per i mastri vetrai e gli apprendisti, inizia alle 5 del mattino. Il loro turno di otto ore finisce all’una. Così lavorano nelle ore più fresche delle giornata, anche se la loro è stata una scelta obbligata: la società che distribuisce l’energia elettrica nel pomeriggio stacca spesso la corrente senza avvisare. Succede da quando, alla fine degli anni Novanta, l’impresa statale Destribudora de Occidente (Deocsa) è stata privatizzata. Oggi è di proprietà della multinazionale spagnola Union Fenosa. La cooperativa ricicla anche l’alluminio, da cui ricava gli stampi di bicchieri, caraffe, vasi e candelabri: “Quando iniziammo a esportare ci dissero che era importante far bicchieri tutti uguali, avere misure standard. Passammo allora dalle forme in cemento a quelle in alluminio, per migliorare la qualità del prodotto”. Export, per Copavic, significa commercio equo e solidale: dalla metà degli anni Novanta questi artigiani guatemaltechi hanno incontrato le centrali d’importazione italiane, prima Ctm altromercato (altromercato.it) e poi -da un anno- anche Libero Mondo (liberomondo.org). Oltre all’Italia, Copavic esporta anche in Svizzera, Olanda, Germania, Inghilterra e negli Stati Uniti d’America. L’export vale la metà del fatturato della cooperativa, che nel 2006 è stato di 1.800.000 quetzales (poco più di 160 mila euro). Per il resto, il mercato è fatto da uno spaccio all’interno della fabbrica, dai negozi che vendono i prodotti di Copavic in numerose città del Guatemala e dalla fornitura diretta a hotel e ristoranti.

“È il commercio equo e solidale -dice Carlos- che ci garantisce uno stipendio adeguato e certo, e la possibilità di pagare tutte le prestazioni di legge, l’assicurazione sul lavoro, un fondo per la pensione e le ferie pagate”. Il salario non è lo stesso per tutti: gli apprendisti guadagnano il minimo stabilito per legge, che è di poco meno di 45 quetzales al giorno, 1.300 al mese. Sono poco meno di 120 euro al mese, ma quasi il doppio del salario medio nel municipio di Cantel, che è di 750 quetzales. Per arrotondare, c’è chi a casa a un telaio o coltiva i campi a mais e fagioli . I maestri vetrai guadagnano di più: un minimo di 175 euro al mese, ma hanno premi di produzione.

I modelli li disegna Carlos Yac, che me li mostra con orgoglio. In un ufficio al secondo piano sono allineati su uno scaffale molti pezzi unici. Le centrali d’importazione del commercio equo inviano via e-mail un disegno con le misure e lui propone il disegno di un modello. Se ne discute inviando i bozzetti per fax finché si arriva alla forma finale.

È a questo punto che si forgia lo stampo.

Associarsi a Copavic costa 25 quetzales, poco più di due euro, e possono farlo solo gli artigiani che lavorano il vetro e gli apprendisti. Ai giovani offre anche un percorso di formazione: ci vogliono più di cinque anni per diventare mastri vetrai. Alla fine dell’anno, riuniti in assemblea, i soci possono decidere la redistribuzione degli utili della cooperativa oppure di investirli nell’impresa. La gestione ordinaria è garantita da un consiglio d’amministrazione di 5 membri.

Se durante l’anno ci sono problemi viene convocata un’assemblea straordinaria. Nel 2007 è stato necessario: l’uragano Stan dell’autunno del 2006 ha provocato un aumento del prezzo dei combustibili, gasolio e gas propano (del 300%), “che è l’unica cosa che compriamo”.

Stan ha colpito il Guatemala, e in particolare il dipartimento di Quetzaltenango e quello vicino di Sololá, causando danni e migliaia di vittime. La strada che da Cantel porta alla carretera Panamericana e da lì alla capitale è ancora in rifacimento. Ci vogliono quattro ore per arrivare da Xela -come chiamano Quetzaltenango- a Chimaltenango, 60 chilometri a Nord della capitale, Città del Guatemala.

Il vecchio scuolabus Usa anni Cinquanta -che qui è diventato autobus di linea- arranca lungo le strade montagnose. Alle 7 del mattino la nebbia nasconde il paesaggio. La corsa costa meno di 4 euro e mi porta nella sede della Kato-ki, storica cooperativa de ahorro y credito (risparmio e credito). È nata nel 1972 per rispondere alle esigenze dei contadini poveri: un prestito per acquistare sementi e strumenti di lavoro a chi non può ottenerlo dalle banche. Oggi la Kato-ki (aiutamoci, in cakchiquel) continua nella sua missione, ma ha allargato il proprio campo d’azione: “Emancipare contadini dando loro credito non è stata una soluzione al problema della povertà -racconta Mario Cardenas, presidente della cooperativa-.

Oggi ‘investiamo’ in formazione e abbiamo fondato il Centro educativo di Monte Cristo, una scuola di formazione professionale” (vedi box in alto). Seduti nel suo ufficio, in mezzo all’artigianato tessile prodotto da soci della Kato-ki e diretto in Italia, dove arriva nelle botteghe del commercio equo grazie alla centrale Equo Mercato (equomercato.it), Mario racconta che -alla fine degli anni Settanta-

la cooperativa era arrivata ad avere 8 mila soci e, con i risparmi raccolti, aveva comprato una finca (fattoria) da suddividere tra i contadini. Dopo il biennio 1981-82, quello della politica di tierra arrasada (terra bruciata) e del genocidio ai danni della popolazione Maya, erano rimaste solo 3mila donne. Gli uomini tutti morti o fuggiti all’estero.

La ricostruzione della cooperativa è iniziata allora, ma non è ancora finita.

La pace, firmata nel 1996, resta ancora sulla carta.



La rete alternativa del caffè e delle stoffe solidali

Il caffè di Asipoi, l’Asociación Integral de Productores Organicos del Ixacan, nel Quiche -Nordest del Guatemala- è venduto in Italia, nelle botteghe del commercio equo, da Commercio Alternativo: è il café “Tatawelo”. Aj Quen, invece, è una cooperativa di 800 tessitrici di Chimaltenango ed è nata nel 1989 per rispondere alla richiesta di lavoro di donne vedove del conflitto armato: grazie a Ctm altromercato stoffe e vestiti arrivano nel circuito dell’equo e solidale italiano. Asipoi e Aj Quen hanno scommesso sulla nascita del comercio solidario in Guatemala: fanno parte di Rais (la Red Alternativa de Intercambio Solidario). Nata nel 2004, oggi riunisce una ventina di piccoli produttori agricoli e artigiani. Nel novembre del 2007 ha organizzato il 4° forum-fiera dell’economia solidale, con 40 espositori. Info: redraisgt@gmail.com

E il turismo responsabile sostiene la formazione

La cooperativa Kato-ki crede nella formazione professionale. Il Centro di educazione Monte Cristo (Cecom, a sinistra) è nato con questo obiettivo, in un aldea (comunità) a pochi chilometri da Chimaltenango. Lo frequentano, divisi in tre classi, 90 ragazzi tra gli 11 e il 13 anni di una cinquantina di comunità. È una scuola bilingue -spagnolo e cakchiquel-, in cui i ragazzi frequentano taller (corsi) di falegnameria, cucito e agricoltura. Campi, due serre e un piccolo allevamento garantiscono una dieta adeguata agli studenti e un ingresso economico al Centro. Avviato grazie a un finanziamento dell’Unione europea, da due anni il Cecom si autosostiene. Un’esperienza che può conoscere e sostenere chi partecipa ai viaggi di turismo responsabile in Guatemala di Planet Viaggi (planetviaggi.it) e Pindorama (pindorama.org), organizzati dalla cooperativa Kato-ki (altre info: www.katoki.org).



I danni del libero mercato in uno stato violento

Il Guatemala è una repubblica fondata sulla violenza e sull’impunità: nei primi 10 mesi del 2007 ci sono stati oltre 2 mila omicidi su una popolazione di 13 milioni di abitanti, (in Italia, nel 2006, 621). Il 97 per cento restano impuniti. La maggior parte avviene nella capitale, Città del Guatemala, che ormai è una megalopoli di 4 milioni di abitanti che continua a crescere disordinata, ingrossata dai contadini espulsi dalle terre. Il governo di Oscar Berger, in carica fino a gennaio 2008, ha firmato l’accordo di libero scambio con gli Usa (il Cafta): in un anno il prezzo del mais è cresciuto del 28%. Coi contadini ha usato la mano dura: tra il 2004 e il 2006 sono stati documentati ben 93 desalojos di comunità indigene e cooperative agricole, sloggiate per far posto a miniere e latifondi. Molti emigrano: nel 2007 le rimesse hanno superato i 4 miliardi di dollari (+ 16% rispetto all’anno precedente).

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Trame di dignità

di José Carlos Bonino


Sono in macchina da quasi 20 minuti: padre Mario Tubac mi sta portando a Santo Domingo de Xenacoj. Dal finestrino vedo un enorme capannone grigio accanto alla strada, sembra una scatola lasciata in mezzo al verde del Guatemala. Chiedo a padre Mario se è un carcere. Ride e pensa che lo prenda in giro: ci mette un po’ a capire che, in realtà, non so che quello scatolone nero è una maquila. Una fabbrica i cui proprietari impongono ai lavoratori, quasi tutte donne, salari di fame, intorno ai 25 centesimi di euro all’ora. Così inizia il mio viaggio verso Santo Domingo di Xenacoj, a 45 minuti da Città del Guatemala. Vado a conoscere il progetto di 150 donne tessitrici, che stanno lottando per non finire a lavorare nella maquiladora e, al tempo stesso, tentano di riscattare la tradizione millenaria della tessitura fatta in casa. Purtroppo le mani di queste donne indigene, abituate al telaio, sono una manna per le multinazionali straniere, che subappaltano alle maquiladoras la produzione di t-shirt e mutande firmate. Santo Domingo di Xenacoj è una cittadina di 1.200 abitanti, con una chiesa coloniale al centro e piccole viuzze che collegano il resto della città. In questo villaggio il 97% degli abitanti sono indigeni di etnia cakchiquel, una delle 21 presenti nel Paese. Queste donne, riunite intorno a un progetto di pastorale indigena coordinato da padre Mario, stanno cercando di scrivere una storia diversa, per sé e per i propri figli. Penso che non sarà un’impresa facile, perché nei sotterranei della cultura nazional-popolare guatemalteca resta latente una discriminazione molto attuale nei confronti del mondo indigeno. La tessitura tradizionale qui viene vista come artigianato; la musica tradizionale, come folklore; le lingue autoctone, come dialetti, come manifestazioni culturali che transitano nella periferia della storia di questo Paese.

Teresa Chocoyo, la leader delle tessitrici di Santo Domingo di Xenacoj, racconta che “l’idea è partita dalla ricerca di canali per commercializzare i nostri tessuti. Altrimenti rischiamo di disperdere una tradizione per un problema che è economico: la maggioranza delle donne tessitrici, qui e in tutto il Guatemala, si vedono obbligate ad andare a cercar lavoro nella maquiladora, che è come una prigione per le nostre tradizioni”. È seduta d’avanti a me a casa sua. Indossa un huipil, la camicia tipica delle donne Maya, ricamata a mano; il suo è nero con fiori di molti colori. Tra le mani ha un tessuto rosso e lo sta lavorando. Le maquiladoras sono apparse in Messico negli anni Sessanta. Grazie agli sgravi fiscali dei governi si sono diffuse in tutta l’America Centrale. Ovunque hanno spazzato via i sindacati, insieme ai diritti base dei lavoratori.

Le tessitrici di Santo Domingo de Xenacoj non accettano la maquiladora come disegno del destino: “Purtroppo, però, la tessitura, come forma di sostentamento, se non è organizzata, non dà da mangiare. Le maquiladoras, invece, sono sempre lì, come l’ultima spiaggia, pronte ad offrirci un lavoro, anche se a condizioni disumane. Molte volte gli sforzi che facciamo finiscono per frustrarci, perché sono inutili. Ed è per questo che abbiamo deciso di organizzarci. In occasione del Terzo incontro latino americano di teologia indigena, che si è tenuto in Guatemala e di cui padre Mario era uno degli organizzatori, abbiamo organizzato una piccola fiera nella piazza centrale del paese. Abbiamo riempito una decina di gazebo: 150 donne hanno portato i tessuti che avevano lavorato il mese prima. Quel giorno ci siamo rese conto che avevamo la capacità per produrre abbastanza e magari cercare di esportare.

Il problema, ora, è cercare di farlo, e questo è il nostro prossimo obbiettivo”. All’interno del progetto lavorano già 18 donne a tempo pieno. Anche alle altre, però, i prodotti vengono comperati a prezzo equo, in modo che i benefici siano per tutte. Da tre anni c’è un gemellaggio tra la parrocchia di Santa Rita, a Novara, e quella di Santo Domingo de Xenacoj: l’obiettivo è quello di portare in Italia l’artigianato delle tessitrici.



Nella polvere della storia

Padre Mario Tubac (nella foto) è l’interprete attuale di una Chiesa che cammina nella polvere della storia, dalla parte dei più impoveriti. Dalla sua parrocchia del 1700, con i muri ancora affrescati con il sangue dei bue, come si faceva allora, parte il progetto delle donne tessitrici di Santo Domingo de Xenacoj. Alle radici della sua pastorale c’è la teologia indigena, una sintesi contemporanea della religiosità Maya e di quella “calata dall’alto” al tempo della colonizzazione, più di cinque secoli fa. L’educazione popolare e la traduzione della Bibbia nelle lingue autoctone Maya sono gli strumenti della pastorale indigena, che ha l’ambizione di creare comunità cristiane e allo stesso tempo Maya. In passato l’incontro tra religioni indigene precolombiane e il cristianesimo non è avvenuto in termini di comprensione e tolleranza, piuttosto di imposizione e omicidio. È a partire dal Concilio Vaticano secondo (1962-69) che si è cominciato a guardare alle religioni autoctone come una realtà da valorizzare e fecondare mediante l’annuncio del Vangelo. In Centro America molti preti che hanno scelto la linea del Concilio, l’opzione per i poveri, sono stati assassinati. Juan Gerardi, presidente della Conferenza episcopale del Guatemala, è stato ucciso sulla porta di casa il 26 aprile del 1998. Due giorni prima aveva presentato il rapporto sulla violenza negli anni della guerra civile, Guatemala, Nunca Más (mai più), redatto dalla “Commissione per il recupero della memoria storica” (Remhi). “In molti ambienti -racconta padre Mario- il nostro lavoro è percepito con timore, perché la teologia indigena, che ‘cammina per mano’ alla teologia della liberazione, è critica verso la Chiesa. Per noi, però, è l’esperienza sul campo che hanno i popoli di Dio. Noi indigeni abbiamo dimostrato che sappiamo essere responsabili del nostro futuro, che teniamo al nostro mondo e lo conserviamo e rispettiamo senza aumentare il debito ecologico che affligge l’umanità”.

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