Altre Economie

La finanza e la natura

Un filo rosso lega il caos climatico con la crisi economico-fnanziaria. Esce il nuovo, spiazzante saggio di Tonino Perna: ne anticipiamo l’introduzione

Tratto da Altreconomia 129 — Luglio/Agosto 2011

22 giugno 2009. Crollano gli indici di Borsa in Europa e negli States.
“Ci sono ancora rischi di una improvvisa emergenza per una inaspettata ‘turbolenza’ sui mercati finanziari, dichiara Jean-Claude Trichet, presidente della Bce. “Stiamo sperimentando ‘turbolenze’ che un anno fa non avrei neppure sognato”, afferma il premier tedesco Angela Merkel dopo l’ennesimo crollo delle Borse europee del 23 novembre 2010. Il giorno prima il servizio meteo di Sky annunciava “Turbolenza atlantica in arrivo sull’Europa del Sud”. “Bruciati 145 miliardi di euro”, titolava Il Sole 24 Ore il 7 febbraio 2008. Due mesi prima, il 14 dicembre: “Tonfo delle Borse: bruciati 200 miliardi”. Il 16 settembre del 2008: “L’Europa e Wall Street bruciano 825 miliardi di dollari”.

Durante il biennio 2007/2009 il verbo to burn è stato usato decine di volte dai giornali di tutto il mondo occidentale. Durante le fasi più delicate della speculazione finanziaria che ha colpito la Grecia, il primo ministro Papandreou ha lanciato un messaggio al mondo il 28 aprile del 2010: “Aiutateci a spegnere l’incendio, o bruceremo tutti”. 

Nell’estate successiva un altro tipo di incendio, indotto da forti venti e siccità, ha messo a repentaglio la vita di centinaia di migliaia di persone, dalla Grecia alla Russia che ha pagato il maggior prezzo.
Bruciano le foreste e bruciano i titoli in Borsa, ma le foreste e la Borsa non crescono allo stesso modo. Le Borse crescono in fretta e poi implodono. Le foreste crescono lentamente ma basta un fiammifero per distruggerle in poco tempo. La differenza è profonda, ma c’è una tendenza all’omologazione linguistica dei due fenomeni.

Gli uragani o i tifoni si possono definire come bolle atmosferiche che si formano con ondate anomale di calore. Che cosa c’entrano dunque con le variazioni nei listini di borsa? Eppure, l’espressione uragano è ricorrente nel linguaggio finanziario. In campo meteorologico, l’espressione “tempesta perfetta” è stato usata per la prima volta da Sebastian Junger, giornalista e scrittore, per descrivere una tempesta che si è verificata nel 1991 ad Halloween, nel Nord-Est degli Stati Uniti. “Tempesta perfetta” è stata definita l’ondata di maltempo che ha colpito la costa Est degli Usa il 6 febbraio del 2010. Ma nel settembre del 2008, “tempesta perfetta” era stato definito il crollo della Borsa di Wall Street. Non era mai stata definita così in nessuna delle sette crisi e crolli finanziari che si sono registrati dal 1987 ad oggi.

Il linguaggio è rivelatore di qualcosa di più di una semplice coincidenza. Il fatto che nell’ultimo decennio il linguaggio dei metereologi sia stato mutuato dagli analisti della finanza è il segno manifesto di un processo che potremmo definire “la naturalizzazione dei mercati”. I mass media hanno amplificato questi nuovi termini usati dagli operatori di Borsa e li hanno resi di uso comune. L’operazione è tutt’altro che ingenua. Abituandoci a parlare di turbolenze, incendi, tempeste nel mondo della finanza abbiamo introiettato come “naturale” un fenomeno che è invece totalmente sociale e politico.

Se i mass media ci segnalano l’arrivo di una turbolenza finanziaria, di capitali che vengono bruciati in Borsa, di “tempesta perfetta”, il grande pubblico degli utenti si abitua a percepire i “mercati finanziari” come un fenomeno naturale e ineluttabile. D’altra parte, per millenni e fino alla rivoluzione industriale, l’umanità di fronte alle “catastrofi naturali” invocava gli dei o un dio, nelle religioni monoteistiche, perché intervenisse e salvasse la loro terra. Non solo, ma ogni catastrofe naturale -che fosse un terremoto, un’alluvione, un forte uragano o una prolungata siccità- veniva percepita e vissuta dalle popolazioni come una punizione divina. E ancora oggi accade in alcune aree rurali, o nei Paesi del Sud del mondo.

Questo inconfutabile dato storico va tenuto ben presente per capire che cosa sta succedendo nel nuovo millennio del nostro mondo. Infatti, possiamo notare come ogni Paese colpito dai flussi finanziari speculativi viene messo sotto inchiesta, viene colpevolizzato dai mass media che giocano il ruolo dei messaggeri dell’implacabile dio della Borsa. Guardiamo, ad esempio, cosa è stato scritto sulla crisi irlandese o greca e come questi Paesi siano stati messi sul banco degli imputati. 

I greci, che fino a qualche anno fa erano visti come un simpatico popolo di artisti che vivevano di turismo e buona cucina, sono stati dipinti come un manipolo di fannulloni parassiti che non pagano le tasse e vivono di prebende statali, finti lavori, sussidi a pioggia, incentivi economici per chi arriva in orario al lavoro. Per gli irlandesi il cambiamento è stato ancora più radicale. Per un decennio si è parlato e scritto del “miracolo irlandese”, di un fantastico modello da imitare, poi improvvisamente si è scoperto -quando l’Irlanda è caduta sotto i colpi della speculazione finanziaria- che questo Paese aveva prodotto una gigantesca bolla immobiliare, che i suoi abitanti si erano tuffati nella finanza e nella rendita parassitaria, godendo di favolosi prestiti dalle banche straniere.

Questo processo di “colpevolizzazione” è totalmente funzionale alle misure che governi, Ue e Fondo monetario internazionale pretendono dai Paesi indebitati o insolventi: tagliare drasticamente le spese sociali, ridurre i dipendenti pubblici, abbassare i salari. In breve: punire la stragrande maggioranza della popolazione “colpevole” del disastro finanziario. Il dio della Borsa è una divinità spietata, anonima, non ha volto né un verbo da insegnare che non sia il suo giudizio inappellabile, che si esprime nei listini di Borsa e nelle valutazioni delle grandi società di rating. 

Di contro, a livello di “catastrofi ambientali”, causate dal nostro modello di sviluppo non ci sono più colpevoli, ma si invoca solo la malasorte. Si inquinano mari, fiumi, laghi, e solo in casi eccezionali -come quello della British Petroleum che ha provocato un gravissimo disastro nel Golfo del Messico- si arriva a fare pagare qualcuno. Si costruisce in aree sismiche senza controllare materiali e strutture, si abbandonano colline un tempo terrazzate, dove le acque venivano canalizzate e ci si meraviglia se con una pioggia intensa venga giù la montagna. Ci si affida in sostanza alla buona stella, come se i disastri annunciati non dipendessero da noi ma dal caso o dal destino.

Ma meteorologia e Borse hanno non solo un linguaggio in comune, ma anche performance convergenti che devono farci riflettere. Innanzitutto, a un primo esame, presentano due caratteristiche che li accumunano: sono fenomeni scarsamente prevedibili e la percezione del pubblico di questi fenomeni ha la memoria corta. Le Borse mondiali crollano e noi continuiamo ad affidarci ad analisti finanziari, ma se un acquazzone non previsto ci rovina la gita domenicale scatta subito la caccia al metereologo. Eppure negli ultimi decenni l’attendibilità delle previsioni meteo ha fatto passi da gigante: dal 1975 ad oggi l’affidabilità sul primo giorno di previsione è passata dal 60% a più del 90%, e sono ormai numerosi in tutto il mondo gli esempi di eventi meteorologici estremi la cui corretta previsione ha consentito di salvare vite umane e di gestire al meglio l’emergenza. Viceversa, c’è una regola aurea nel mondo delle Borse: “Si è maghi della finanza solo prima della caduta”. 

Siamo pertanto profondamente convinti che il linguaggio della Borsa e quello del meteo vadano interpretati, spiegati e resi accessibili al grande pubblico perché hanno a che fare con la nostra vita ed il nostro futuro.

 

 

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