Ambiente / Varie

La corsa all’oro nero

A un anno dalla conversione in legge dello Sblocca-Italia, l’estrazione di greggio punta ancora una volta al Mediterraneo, anche attraverso la contestata tecnica dell’air-gun, che consiste nel bombardare i fondali marini con spari continui di aria compressa. Poco più di 130mila chilometri quadrati di superficie marina interessata da istanze di prospezione e permessi di ricerca e coltivazione, come anticipato da Ae nel maggio del 2013

Tratto da Altreconomia 174 — Settembre 2015

A distanza di un anno dalla stesura del decreto “Sblocca Italia”, convertito in legge – la 164 dell’11 novembre 2014 – con doppio voto di fiducia alla Camera e al Senato, non si placano le polemiche sugli effetti che la norma, fortemente voluta dal governo Renzi, potrebbe avere su ambiente ed economie locali. Ricordiamo, infatti, che la legge “Sblocca Italia” con gli articoli 37 e 38 -attribuendo “carattere di interesse strategico […] di pubblica utilità, urgenti e indifferibili” per tutti i progetti di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e greggio in terraferma ed in mare, per la realizzazione di gasdotti di importazione di gas dall’estero, di terminali di rigassificazione, di stoccaggi sotterranei di gas naturale ubicati in Pianura Padana ed infrastrutture della rete nazionale di trasporto gassifero- rilancia fortemente la politica fossile nazionale e conferisce potere decisorio allo Stato che, tramite i ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente si sostituirà agli Enti locali su fattibilità, localizzazione e durata delle concessioni.

In sostanza il parere delle Regioni su ricerca ed estrazioni di gas e greggio, in terraferma e in mare -e sulle infrastrutture connesse- non sarà più vincolante. Per questo motivo il 10 gennaio 2015, sette governi regionali (Abruzzo, Calabria, Campania, Lombardia, Marche, Puglia e Veneto) hanno deciso di impugnare la legge “Sblocca Italia” dinanzi la Corte Costituzionale, la quale deciderà se accogliere le motivazioni dei ricorsi, o meno, presumibilmente entro la primavera 2016. Nel frattempo va avanti senza sosta il cronoprogramma dettato dalla Strategia energetica nazionale (Sen), approvata dal governo Monti nel marzo 2013, che rischia di sconvolgere diversi territori -con le fasi preparatorie per raddoppiare la produzione di idrocarburi in Basilicata- ma, soprattutto, minacciare i mari italiani. Allo stato attuale, scorrendo la lista dei permessi di ricerca di idrocarburi nel mare nazionale -dall’Adriatico allo Jonio tutto, come annunciato dal ministro allo Sviluppo economico Federica Guidi in un question time dello scorso mese di luglio- che la legge “Sblocca Italia” sta velocizzando nell’iter autorizzativo, prende sempre più forma la mappa petrolifera del Mediterraneo che Altreconomia (Ae 150) ha svelato già nel maggio 2013, rendendo pubblica una cartina esclusiva dal titolo “Central Mediterranean and North Africa Oil & Gas Activity Map to 2017”, a cura della Infield Systems Limited, società di ricerca ed analisi operante nel settore dell’energia. Poco più di 130mila chilometri quadrati in più di superficie marina interessata da istanze di prospezione e permessi di ricerca e coltivazione da aggiungere ai quasi 17mila chilometri quadrati di titoli minerari vigenti, come dichiarato dall’Unmig (Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e la geotermia). Al centro del braccio di ferro tra governo e associazioni ambientaliste c’è la tecnica dell’air-gun usata dalle compagnie per la ricerca di idrocarburi a mare, che consiste nel bombardare i fondali marini con spari continui di aria compressa. Innocua per le prime, dannosa per l’ecosistema marino per le seconde.

Una tecnica che la legge “Ecoreati” avrebbe potuto bloccare definitivamente, se il suo divieto non fosse stato definitivamente cancellato dalla Camera dei deputati nelle battute finali di confezionamento del testo. Insomma, lo scenario energetico nazionale si anima con una vera e propria corsa alle risorse di gas e greggio presenti nei mari italiani che Greenpeace ha denunciato da subito, con il lancio di un portale-parodia – “TrivAdvisor” – che funge da vetrina per le più belle località turistiche del nostro Paese minacciate dal rischio petrolifero. Di tenore più serio, invece, la proposta avanzata dal Coordinamento nazionale No Triv e dall’associazione A Sud che, con una lettera inviata ai governatori ed ai presidenti dei Consigli di tutte le Regioni, hanno richiesto l’indizione di un referendum abrogativo per l’articolo 35 del decreto Sviluppo -voluto nel 2012 dall’allora ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera- con il quale veniva ampliato il divieto di prospezione e ricerca di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa, ma escludendo tutti i progetti bloccati nel 2010 dal ministro all’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a seguito dell’incidente occorso nello stesso anno nel Golfo del Messico alla piattaforma petrolifera BP. Da dove tutto è cominciato. —
 

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