Ambiente / Reportage

La civiltà ritrovata frena la deforestazione del Borneo

Nelle Kelabit Highlands, ruspe e motoseghe si sono imbattute in dolmen e anfore: i reperti archeologici testimoniano una cultura antichissima e viva. Le comunità Kelabit oggi costruiscono il futuro intorno al turismo sostenibile

Tratto da Altreconomia 187 — Novembre 2016
Nuove aree di piantumazione per palma e apertura di strade sterrate, riservate al traffico di legname, sui territori del Sarawak fra Marudi e Bario
Nuove aree di piantumazione per palma e apertura di strade sterrate, riservate al traffico di legname, sui territori del Sarawak fra Marudi e Bario

Là dove c’era la jungla, ora restano megaliti. La distruzione delle foreste del Borneo ha registrato un sorprendente rallentamento nelle Kelabit Highlands, dopo che ruspe e motoseghe si sono imbattute nei resti di una civiltà in grado di riscattare -o almeno così pare- il futuro di chi si ostina a vivere fra le remote pendici della terza più grande isola al mondo.
Dopo aver fagocitato indiscriminatamente oltre il 56% delle sue riserve verdi fra il 1985 e il 2001, pari a circa 29mila chilometri quadrati (più o meno una superficie equivalente a quella del Belgio, secondo le stime del WWF), le compagnie internazionali del legname sono state costrette a cambiare strategia: tentata dapprima la via “virtuosa” del taglio selettivo, messe poi alle strette dalla Heart of Borneo Declaration -storico accordo del 2006 per proteggere circa 24 milioni di ettari compresi fra Malesia, Brunei e Indonesia-, oggi hanno l’obbligo di prevedere ogni anno una riforestazione pari almeno alla quantità di terreno “pulito” per finalità industriali. Le cifre in circolazione continuano a essere vaghe e poco aggiornate, tenuto conto dei compromessi che spingono i governi a giostrarsi fra business di Stato e tutela del territorio; eppure l’ultimo resoconto ufficiale dall’International Tropical Timber Organization lascia intravvedere spiragli di luce, con piantumazioni di ripristino che andranno a coprire circa 3,55 milioni di ettari nel decennio 2010-2020.

Una risaia nella valle di Bario (Kelabit Highlands). Le palme vengono usate per delimitare le aree di coltivazione, ripulite precedentemente con la tecnica dello slash&burn. Alle spalle, la foreste primaria
Una risaia nella valle di Bario (Kelabit Highlands). Le palme vengono usate per delimitare le aree di coltivazione, ripulite precedentemente con la tecnica dello slash&burn. Alle spalle, la foreste primaria

Numeri, è vero, nient’altro che numeri. Tanto più che una Dipterocarpaceae primaria non vale una palma da olio. Per gli abitanti delle Kelabit Highlands, le cifre diffuse all’opinione pubblica vanno considerate da tutt’altra prospettiva: “Sappiamo benissimo che i vincoli imposti dagli accordi internazionali sono violati in funzione dell’effettiva domanda di teak, di pini o di olio di palma -ammette Stephen Baya, artista Kelabit della valle di Bario, divenuto in pochi anni il portavoce internazionale dei suoi circa 6mila conterranei-, ma di fronte all’eccezionalità degli ultimi ritrovamenti il taglio del legname potrebbe non essere più la priorità del futuro. Dubito sia per reverenza o senso di meraviglia verso i reperti; i misteri archeologici, se ben alimentati, si rivelano però un ottimo strumento pubblicitario per nuovi business”.

Gli ex cacciatori di teste delle montagne, rinomati per essere la popolazione indigena col più alto livello di successo nell’integrazione sociale ed economica del governo malese (il 10% della popolazione possiede un diploma d’alto profilo), lo hanno capito presto e stanno ora cercando di volgere la situazione a loro favore. Anziché adagiarsi su un passato tanto remoto quanto sconosciuto, hanno impugnato la propria storia come fosse il temibile kris un tempo passato a fil di collo. In pochi anni sono quasi tornati padroni del proprio territorio, nonostante l’85% della produzione mondiale di olio di palma avvenga ancora in Malesia e Indonesia, principali beneficiarie dei 40 miliardi di dollari ricavati ogni anno dalla vendita di 61 milioni di tonnellate di questo prodotto. Ricavi che certo non finiscono nelle tasche di chi della foresta continua a fare il suo principale mezzo di sussistenza: basti il nome di Abdul Taib Mahmud, ex primo ministro del Sarawak -il più grande dei due Stati che compongono il Borneo malese-, capace di accumulare un patrimonio di oltre 15 milioni di dollari dal devastante “slash&plant” (taglio di teak e sostituzione con palme da olio). A differenza degli sfortunati nomadi Penan difesi da Bruno Manser, l’ecologista svizzero che portò all’attenzione mondiale il tema della deforestazione equatoriale e scomparve nel 2000 proprio nelle highlands del Borneo, i Kelabit hanno potuto rivendicare attraverso i loro megaliti un segno tangibile d’appartenenza territoriale: vera e propria anomalia nel complesso scenario di sfruttamento economico del Sud-est asiatico, tale da divenire addirittura un caso di studio nelle università, da Kuala Lumpur a Oxford, Lund o Kiel.

“Il merito è di un paracadutista inglese piombato sulla nostra long-house il 25 marzo 1945 -sentenzia Stephen, mentre osserva le vette di Bario dalla veranda della sua Jungle Blues Dream Gallery-, ma ancor più dell’équipe internazionale di ricercatori che hanno dato vita al Cultured Rainforest Project”.
Le nuvole basse paiono diradarsi, eppure il sorriso dell’ex decoratore in forza agli hotel Hilton, nipote dell’ultimo sciamano Kelabit ed elegante danzatore, non riesce a celare una punta d’amarezza. “Diciamo che, a distanza di oltre mezzo secolo, Tom Harrison ci ha ripagati dell’innocenza perduta”. Il bizzarro servitore di Sua Maestà si era lanciato sopra la doppia guglia del Batu Lawi quando ai suoi piedi non esistevano altro che una sola abitazione comunitaria e qualche campo di riso strappato alla foresta: puntava ad addestrare i genitori e i nonni di Stephen alla guerriglia contro le truppe d’occupazione giapponese, catapultando l’ultima tribù isolata del Borneo in un mondo da cui a malapena erano giunte, sino ad allora, giare di terracotta cinesi, qualche gong e una manciata di pentole in metallo. Vinta la guerra, decise di trattenersi sul posto e venire a capo di un mistero: scoprire perché mai, lassù, i Kelabit si considerassero gli ultimi discendenti dei giganti primordiali. Scovò sensazionali dolmen e incisioni in una foresta ritenuta vergine sin dalla notte dei tempi, ma non ebbe modo di scrivere l’ultima parola. Con la sua improvvisa scomparsa in un incidente in Thailandia, le missioni cristiane ebbero gioco facile e, sino al 2007, si spesero alacremente per rimuovere ogni memoria e legame con le antiche tradizioni. Grazie alle ristampe dell’autobiografia celebrativa “World within-a Borneo story”, il germe di Harrison è riuscito però ad attecchire fra alcuni antropologi, finendo una seconda volta per ribaltare le sorti di questa sorprendente vallata. Il cosiddetto “Regno dei venti”, accessibile con tre soli voli settimanali in traballanti Twin Otter, o a costo di 12 ore di sussulti su un interminabile sterrato che s’asserpenta dalla città petrolifera di Miri.

Dolmen di Pa’ Dalit (antica comunità a Nord di Bario), chiamato Batu Ritung. È uno dei primi dolmen riemerso nella Valle di Bario negli anni Sessnta del secolo scorso
Dolmen di Pa’ Dalit (antica comunità a Nord di Bario), chiamato Batu Ritung. È uno dei primi dolmen riemerso nella Valle di Bario negli anni Sessanta del secolo scorso

“Sino al 2006 ho potuto portare avanti le ricerche nelle Kelabit Highlands contando solo sulle mie forze -ha dichiarato Monica Janowski, l’antropologa di origine polacca cui è spettato l’onore d’inaugurare lo scorso luglio il nuovissimo etnomuseo di Bario, un complesso ligneo costato circa  200mila euro- ma la mia permanenza fianco a fianco delle comunità locali è stata infine d’ispirazione per il progetto Cultured Rainforest, curato dall’Arts&Humanities Research council inglese: un lavoro quinquennale d’équipe che, unendo antropologi, archeologi e botanici, ha permesso agli stessi Kelabit di riappropriarsi della propria identità, man mano che la deforestazione portava in luce reperti di cui nessuno quasi più si ricordava”. Quando ci si è resi conto che enormi lastre sovrapposte, anfore in granito perfettamente lavorate, così come immagini di strane teste a cuore e dagli occhi allungati non erano reperti isolati, ma testimonianze di una civiltà plurimillenaria, tutto è cambiato. Le ruspe hanno indugiato. Studiosi da tutto il mondo si sono scambiati il testimone, pronti a verificare se la valle di Bario non fosse un polo di quell’antica civiltà, forse prediluviana, che sta mettendo in crisi la teoria dell’emigrazione africana dell’Uomo. Delegati governativi si sono visti con sempre maggior frequenza durante i festival tradizionali, riconoscendo nei metodi di coltivazione del riso di Bario, nella sua cucina simbiotica alla foresta e nelle usanze kelabit, un’unicità capace di attrarre visitatori da tutto il mondo. Infine, è apparso il testo della svolta: “Tuked Rini, cosmic traveller”, la raccolta degli studi di Monica Janowski che mette nero su bianco i racconti orali sull’età Kelabit dei Giganti, sul cibo dei loro semi-dei, su quel misterioso “lalud” che garantisce prestigio e indipendenza a chi ne entra in possesso. “Se negli anni passati la cultura cristiana ha potuto penetrare e affermarsi così rapidamente fra i Kelabit -ha evidenziato la stessa Janowski- dipende probabilmente dall’associazione che essi stessi hanno stabilito fra potere della tecnologia e la loro peculiare nozione di ‘lalud’. Esser un buon cristiano significa ancor oggi impadronirsi del ‘lalud’, acquisire cioè quel potere divino grazie al quale si è migliori di altri e ci si può quindi riscattare dalla propria sudditanza”. Improvvisamente, il “lalud”, perso sotto i colpi della civiltà occidentale, ha cambiato luogo e forma: è tornato a manifestarsi nei resti di un passato di cui si era perso traccia, coniugandosi però con un sorprendente spirito imprenditoriale di retaggio quanto mai europeo. Risultato: pannelli solari e strutture eoliche, ancor prima che per portare elettricità in tutte le abitazioni, sono stati fortemente agognati per dar vita al Bario Telecentre, centro operativo del progetto di comunicazione globale “eBario”: grazie alla digitalizzazione e alla geolocalizzazione del mondo Kelabit, oggi la loro cultura ha superato la soglia critica di estinzione, potendo fra l’altro contare su una piattaforma per visite multimediali a 360 gradi nella foresta (www.z360.com/sara/index) e sulla prima radio comunitaria della Malesia (sempre pronta a denunciare via web qualsiasi violazione dei diritti Kelabit). Il lancio di manifestazioni come il “Bario food festival”, o la “Borneo highlands eco challenge”, garantisce un afflusso di quasi mille turisti per edizione, dando lavoro a una ventina di guest house a conduzione familiare, altrimenti impegnate nel rilancio della coltivazione tradizionale del riso. Il perfetto mix d’isolamento geografico e networking tecnologico è sinora riuscito a mettere in riga gli speculatori del legname, tenendo lontane anche le grandi compagnie turistiche, in modo tale che i profitti possano restare sul territorio. Non a caso, e per la prima volta nella storia della Malesia, oggi è in corso una contro-emigrazione Kelabit dalla città ai territori d’origine: ma la formula funziona troppo bene per non stimolare una risposta da parte dei giganti del mercato. L’Università del Sarawak sta tentando di esportare il modello Kelabit in altre 9 comunità marginalizzate, ma gli equilibri restano delicatissimi.

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