Esteri

La calda estate della Turchia – Ae 84

Milioni di persone in piazza, a difendere la laicità dello Stato. Ma la realtà è più complessa Centinaia di migliaia di manifestanti, le piazze invase da migliaia di bandiere rosse con la mezzaluna, il volto deluso del ministro degli Esteri…

Tratto da Altreconomia 84 — Giugno 2007

Milioni di persone in piazza, a difendere la laicità dello Stato. Ma la realtà è più complessa

Centinaia di migliaia di manifestanti, le piazze invase da migliaia di bandiere rosse con la mezzaluna, il volto deluso del ministro degli Esteri Abdullah Gül che annuncia davanti alle telecamere il ritiro della sua candidatura, l’ombra di un possibile colpo di Stato sul sito internet delle forze armate. Sono solo alcune delle immagini che riassumono la crisi politico-istituzionale che da mesi scuote la Turchia. A far da detonatore le elezioni per il nuovo presidente della repubblica previste inizialmente per maggio.

Da mesi, la volontà del primo ministro Erdogan di candidarsi, forte della maggioranza di cui gode in parlamento il suo partito Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo), inquietava molti settori della società. In primo luogo per l’eccessiva concentrazione dei poteri (l’Akp ha anche il presidente del parlamento) nelle mani di un partito sospettato di rappresentare una minaccia per la laicità del Paese. E sopratttto lo smacco di vedere insediato in uno dei luoghi simbolo della repubblica kemalista, il palazzo presidenziale di Çankaya ad Ankara, un esponente filo-islamico dalle origini popolari, dal linguaggio ruvido e per di più con una moglie, la signora Emine, che porta il velo. Quanto basta per mobilitare tutti coloro che non hanno mai digerito la vittoria elettorale dell’Akp nell’ottobre 2002.

Le mobilitazioni di piazza sono cominciate il 14 aprile con un’oceanica manifestazione ad Ankara che al grido “La Turchia è laica e laica resterà”  diceva no all’ipotesi Erdogan.

Dopo un lungo silenzio, che ha contribuito a far salire

la tensione, l’annuncio da parte di Erdogan della candidatura di Abdullah Gül, ministro degli Esteri in carica, non è bastato a placare gli animi. Un tentativo di compromesso: Gül è infatti un pacato professore universitario, parla correttamente l’inglese e da ministro degli Esteri ha avuto modo di farsi apprezzare in campo internazionale. Rimane però un esponente dell’Akp,

dal solido passato filo-islamico, e anche lui con una giovane moglie velata. Gli eventi precipitano rapidamente. Prima il partito di opposizione, il Partito repubblicano del popolo (Chp) fondato da Atatürk, ricorre alla Corte costituzionale chiedendo l’annullamento della votazione in parlamento per mancanza del numero legale di deputati. La sera, nel sito internet dello Stato maggiore appare un comunicato minaccioso:

“Le forze armate sono parte del dibattito sulla laicità e non esiteranno se necessario ad assumere un atteggiamento deciso”.

Toni e parole che hanno ricordato il comunicato del Consiglio di sicurezza nazionale (Mgk) con il quale di fatto nel 1977 si metteva fine al governo di coalizione guidato dall’islamico Necmettin Erbakan. Quello venne definito un colpo di Stato post-moderno, senza carri armati

nelle strade a differenza di quanto accaduto più volte in passato, nel 1960, nel 1971 e nel 1980. Questa volta per il nuovo intervento dei militari i commentatori hanno coniato la definizione di “colpo di Stato elettronico”.

Una nuova oceanica manifestazione a Istanbul in difesa della laicità, la decisione della Corte costituzionale di dichiarare nulla la prima votazione ed il mancato raggiungimento del quorum anche nella seconda votazione hanno fatto il resto. Di fronte alla situazione di stallo, all’Akp non è rimasta altra scelta che ritirare la candidatura Gül e al parlamento quella di decidere

la data delle elezioni anticipate, il 22 luglio prossimo.   

La crisi di queste settimane è giunta però tutt’altro che inattesa. A lungo annunciata essa rappresenta una resa dei conti tra le diverse forze e interessi che si affrontano. Sarebbe facile cedere alla tentazione di interpretare questo scontro come l’ennesima prova del destino inevitabile riservato alla Turchia. Quello che vede gli slanci modernizzatori del Paese laico scontrarsi con le resistenze del buio della conservazione religiosa.

La realtà è però più complessa.

Il partito Akp, vincitore assoluto delle elezioni del 2002 con il 34 per cento dei consensi, rappresenta un esempio concreto delle teorie del politologo francese Olivier Roy secondo cui

i partiti fondamentalisti, una volta integrati nel gioco democratico, perdono la loro matrice religiosa, arrivano cioè a separare religione e politica, trasformandosi in partiti neo-conservatori soprattutto sul piano dei costumi. È il caso dell’Akp, che nasce dalle ceneri del disciolto Refah, quello sì dai caratteri fondamentalisti, e raccoglie intorno alla figura carismatica del leader Erdogan un gruppo di giovani che si vuole paladino del libero mercato, dei diritti e delle libertà individuali, della democrazia partecipativa. Sul piano culturale il riferimento è alla “democrazia conservatrice” che rappresenta una sorta di manifesto costitutivo del partito. Sul piano sociale il partito gode dell’appoggio delle nuove classi imprenditoriali emergenti di origine provinciale, ormai integrate nel sistema economico internazionale ma dai riferimenti culturali tradizionali. Il vasto reticolo di legami e di associazioni con la società civile gli ha permesso anche di guadagnare vasti consensi tra gli strati popolari.

I punti salienti del programma sono le riforme per la democratizzazione e il rafforzamento della società nei confronti dello Stato e il rilancio dell’economia e del libero mercato; il tutto con l’obiettivo di realizzare l’adesione all’Unione Europea. E sull’onda dell’entusiasmo che ha accompagnato la vittoria elettorale, la prima parte della legislatura ha visto l’approvazione di una lunga serie di riforme che hanno modificato in senso liberale la costituzione, il codice penale, e democratizzato numerosi spazi della vita pubblica del Paese. A coronamento di questo processo è arrivata il 3 ottobre 2005 la firma del documento con il quale prendono il via i negoziati di adesione all’Unione Europea. Ma questo processo di trasformazione che cambia alle radici equilibri e mentalità radicati provoca contraccolpi e strenue resistenze.

In primo luogo da parte di quelle che vengono definite le élite kemaliste, gli apparati dello Stato, le forze armate e i gruppi sociali a essi vicini, la classe media urbana tradizionale. Settori della società che si sono identificati tradizionalmente con

la repubblica kemalista e che temono che il processo di riforma intacchi le loro riserve di potere materiale e simbolico. In particolare le forze armate che, oltre a rappresentare una realtà importante dell’economia del Paese, soprattutto dopo

il colpo di Stato del 1980 costituiscono un vero e proprio governo ombra che detta l’agenda politica e i limiti entro i quali si deve muovere il potere politico. E proprio uno degli obiettivi del processo di democratizzazione in prospettiva europea è quello di limitare il ruolo e l’influenza delle forze armate nella sfera politica. Il fastidio degli ambienti militari verso l’Unione Europea

e le sue richieste di democratizzazione è abbastanza noto. Le forze armate non rappresentano però un corpo estraneo alla società turca. Esse godono di ampi consensi. Difficile ad esempio, girando tra i manifestanti pro-laicità nelle scorse settimane, trovare parole di condanna al quasi “golpe elettronico”. “ Hanno espresso una sensibilità che è di tutti” o “nei momenti di difficoltà io mi rifugio dai militari” erano  i commenti più ricorrenti.

I difensori dello status quo, gli statukocu come sono definiti in Turchia, sono da tempo passati al contrattacco. Nel 2005 la prima clamorosa occasione quando il premier Erdogan a Diyarbakir fece un discorso che non è esagerato definire storico nel quale riconosceva l’esistenza di un problema curdo e le responsabilità dello Stato. Le reazioni dell’apparato furono così vibranti che il premier ben presto fu costretto a una precipitosa retromarcia. Ma gli statukocu attaccano il partito là dove è più vulnerabile, nella sua matrice islamica, elemento che lo rende facile bersaglio per le accuse di attentato alla laicità. Nel 2006 due episodi, l’omicidio di un giudice della corte di Cassazione e le inchieste sulle responsabilità dei militari in un attentato a Semdinli nel Sud-Est del Paese, rappresentano l’occasione per un’orchestrata campagna contro il pericolo fondamentalista.

Contemporaneamente a questo fuoco di sbarramento interno, in Europa cresce il fronte degli oppositori alla candidatura turca. I risultati dei referendum sulla costituzione europea in Olanda e  Francia, l’elezione del cancelliere Angela Merkel, l’ambiguità Ue sulla questione cipriota che porta all’adesione europea della parte greca e il mantenimento dell’embargo su quella turca nonostante le promesse all’indomani dell’approvazione del piano di pace delle Nazioni Unite, fanno venire a mancare all’Akp un appoggio fondamentale. Tutti questi elementi provocano un brusco rallentamento del processo riformatore e solleticano involuzioni scioviniste all’interno dello stesso Akp.

E il fronte della conservazione non si è fatto sfuggire l’ultima occasione utile per portare l’attacco finale, l’elezione del presidente della repubblica, tornando a dividere il Paese tra laici e religiosi, facendo balenare lo spettro del golpe e relegando nell’angolo questioni fondamentali che attendono di essere risolte: in primis il processo di democratizzazione,

la giustizia sociale e la questione curda. Eppure come ha confessato Ahmet Insel, uno degli intellettuali più in vista della sinistra progressista “Nonostante tutte le sue mancanze l’Akp rimane l’unico partito in grado di garantire la trasformazione”.

Gli occhi di tutti sono ora puntati sul 22 luglio e sul nuovo parlamento che uscirà dalle elezioni. Per il momento difficile fare previsioni, molte sono le incognite, a cominciare dal ruolo che eventualmente potrebbero giocare politici curdi e rappresentanti della sinistra non nazionalista nel sostenere l’Akp, che tutti i sondaggi danno ancora come primo partito.

L’incertezza regna sovrana sotto il cielo turco mentre fanno capolino nei commenti degli osservatori preoccupati richiami alla guerra civile algerina.

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