Ambiente

Kazakistan, continue violazioni dei diritti umani nel settore petrolifero

Una risoluzione del Parlamento europeo condanna il clima di repressione totale e di assenza delle libertà personali per i lavoratori impegnati nella costruzione degli impianti e delle imbarcazioni di supporto alle piattaforme offshore del mega giacimento di Kashagan, che verrà gestito da un pool di imprese tra cui Eni

Il Parlamento europeo alcuni giorni fa ha passato una risoluzione sulla questione delle pesanti violazioni dei diritti umani perpetrate in Kazakistan ai danni di migliaia di lavoratori del settore petrolifero. Le agitazioni sono iniziate già lo scorso aprile nella regione di Mangistau, sulla costa nord orientale del Mar Caspio, dove diverse aziende occidentali e cinesi operano nella costruzione degli impianti e delle imbarcazioni di supporto alle piattaforme offshore del mega giacimento di Kashagan, che dopo proroghe infinite dovrebbe iniziare a commercializzare greggio alla fine del 2012.

Tra le aziende che operano a Kuryk, dove si trova il cantiere di costruzione delle navi di sostegno alla base marina di Bautino, vicino ad Aktau, vi è l’italo- kazaka Ersai Caspian Contractor, una joint venture con quote paritarie tra la kazaka ERC Holdings e Saipem International B.V., sussidiaria locale dell’italiana Saipem S.p.A.. Secondo l’organizzazione non governativa Open Dialogue, tra maggio e giugno centinaia di lavoratori hanno cercato di stabilire un dialogo con l’azienda per ottenere migliori condizioni di lavoro, stipendi adeguati alla normativa nazionale per lavori pericolosi e in aree remote del paese e il diritto alla rappresentanza sindacale indipendente all’interno dei cantieri. Ma senza alcun risultato, al punto che a fine giugno 700 persone sarebbero state licenziate in tronco dall’azienda. Diverse centinaia di questi lavoratori avrebbero partecipato alla manifestazione del 16 dicembre scorso a Zhanaozen, nella provincia di Mangistau, dove più di 3000 persone hanno sfilato pacificamente a sostegno delle richieste dei lavoratori del settore petrolifero in sciopero dallo scorso maggio, e poi represse con violenza dalle autorità kazake. Secondo la risoluzione del Parlamento europeo, la polizia anti sommossa e le truppe del National Security Committee (KNB) avrebbero attaccato i manifestanti aprendo il fuoco contro i lavoratori e le loro famiglie, uccidendo almeno 16 persone e ferendone almeno 500. In seguito agli scontri, il governo kazako avrebbe dichiarato lo stato di emergenza e impedito l’accesso alla stampa internazionale al paese per oltre un mese.

La mozione riferisce inoltre di decine di arresti tra i manifestanti e sequestri di materiale informatico tra i giornalisti indipendenti che hanno seguito le vicende. Un clima di repressione totale e di assenza delle libertà personali che viene condannato dal Parlamento europeo, e che ha portato alla sospensione del negoziato di un accordo bilaterale sugli investimenti con lo stesso governo kazako, avviato da poco dalla Commissione europea. Il petrolio e il gas estratti nel paese vengono infatti in buona parte venduti sul mercato europeo ed estratti da diverse compagnie del vecchio continente, tra cui l’italiana Eni, operatore del giacimento di Karachaganak e del mega giacimento offshore di Kashagan. L’accordo servirebbe quindi a definire i termini dei futuri investimenti europei in Kazakistan, in particolare nell’estrazione di petrolio e gas su cui il Vecchio Continente conta per la propria sicurezza energetica, al punto da chiudere entrambi gli occhi sulle violazioni dei diritti umani e gli impatti ambientali collegati alle operazioni di estrazione e già denunciati in passato. Ora che la situazione è ulteriormente peggiorata, starà alle autorità europee riportare un briciolo di coerenza nel proprio operato e rimettere i diritti umani, lo sviluppo e la sostenibilità al centro dell’agenda, come richiesto dal Parlamento di Bruxelles. Magari facendo chiarezza sull’operato delle compagnie europee.

* Campagna per la riforma della Banca mondiale

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