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Iraq, oltre alle bombe il giogo del debito – Ae 51

Numero 51, giugno 2004Non bastavano le bombe: il nascituro governo iracheno dovrà affrontare anche la totale dipendenza economica verso i Paesi creditori. Un macigno da 200 miliardi di dollariMentre continuano gli attacchi e i massacri, gli Stati Uniti e il…

Tratto da Altreconomia 51 — Giugno 2004

Numero 51, giugno 2004

Non bastavano le bombe: il nascituro governo iracheno dovrà affrontare anche la totale dipendenza economica verso i Paesi creditori.
Un macigno da 200 miliardi di dollari

Mentre continuano gli attacchi e i massacri, gli Stati Uniti e il mondo finanziario internazionale stanno accollando all'Iraq uno dei maggiori carichi della lunga storia dell'indebitamento dei Paesi del Sud del mondo. Oltre ai costi umani e alle distruzioni che stanno martoriando l'intera popolazione, quindi, il prossimo governo si troverà a dover affrontare una condizione di totale dipendenza economica a causa degli oneri finanziari previsti dai Paesi creditori e dalle organizzazioni internazionali.

I dati già disponibili delineano un quadro quasi incredibile per le dimensioni delle cifre in gioco e per le logiche perseguite.

In primo luogo, già alla fine degli anni '80, cioè nei mesi precedenti l'invasione del Kuwait e la prima guerra del Golfo, l'Iraq era gravato da un debito estero di circa 60 miliardi di dollari, che comprendeva la parte, non ancora pagata, dei prestiti contratti per acquistare gli armamenti necessari per condurre la guerra contro l'Iran, durata sette anni e costata oltre un milione di morti.

In secondo luogo, durante il periodo dell'embargo, il Paese non è stato in grado di restituire le quote di capitale ricevuto in prestito e di pagare i relativi interessi e la cifra iniziale di debito ha continuato ad aumentare senza soste.

La terza componente è costituita dai danni di guerra del primo conflitto del Golfo (1991), cioè dagli indennizzi richiesti dal Kuwait e da imprese e privati (anche di altri Paesi) per le distruzioni causate dall'Iraq durante l'invasione. Le cifre finora richieste alla apposita Commissione dell'Onu sono altissime (349 miliardi di dollari l'ultimo dato conosciuto), anche se gli esperti internazionali che si occupano del problema ritengono che si tratti di cifre molto gonfiate e che alla fine l'onere complessivo, effettivamente da pagare, dovrebbe essere nell'ordine dei 55 miliardi di dollari.

Non tutti sanno, però, che l'operazione “Oil for Food” , che prevedeva di vendere all'estero, malgrado l'embargo, una certa quantità di petrolio iracheno per l'acquisto di alimenti e farmaci essenziali per la popolazione, ha in realtà destinato prima il 30 e poi il 25% dei fondi al pagamento dei danni di guerra, distorcendo così il significato dell'intera iniziativa umanitaria.

La quarta componente del “monte debiti” è rappresentata dai prestiti per la ricostruzione, il cui ammontare è ancora indefinito, anche perché le distruzioni sono tuttora in corso e potrebbero non finire tanto presto; vi sono però delle stime effettuate a partire da due fonti. Quella elaborata dalla Banca Mondiale prevede fabbisogni finanziari minimi di circa 55 miliardi di dollari, mentre la seconda fonte, costituita dalle “offerte” dei Paesi industrializzati, si aggira intorno ai 30-35 miliardi di dollari, peraltro ancora non versati.!!pagebreak!!

In realtà le valutazioni formulate da esperti più indipendenti oscillano tra 100 e 600 miliardi di dollari per riportare il Paese alla situazione precedente ai conflitti, ma il problema non sta tanto nell'ammontare complessivo degli aiuti quanto nelle modalità che saranno adottate per farli pervenire al Paese. È evidente infatti che aiuti gratuiti o prestiti a fondo perduto sono una cosa e prestiti da rimborsare, anche a tassi di interessi di favore, una cosa ben diversa.

Una volta evidenziati gli ordini di grandezza delle varie componenti, si possono riportare le previsioni complessive dei debiti dell'Iraq quando inizierà la sua vita di Stato nuovamente autonomo. Secondo il Fondo monetario internazionale la cifra sarà di 120-130 miliardi di dollari, più altri 55 miliardi per danni di guerra. Secondo la Campagna Jubilee per la cancellazione dei debiti dei Paesi del Sud, la cifra è sicuramente compresa tra 95 e 153 miliardi ma potrebbe raggiungere i 200 miliardi se i Paesi ricchi non adottano politiche creditizie particolarmente favorevoli al Paese.

Siamo quindi di fronte ad un debito estero da 13 a 17 volte superiore al maggior reddito nazionale prevedibile per i prossimi anni!

In conclusione, anche se gli oneri effettivi al termine del conflitto rispetteranno le stime più basse, saranno sufficienti per collocare l'Iraq al primo posto nel mondo tra i Paesi più indebitati, con uno scarto enorme rispetto agli inseguitori.

Purtroppo queste valutazioni apparentemente pessimistiche sono confermate da un'altra serie di considerazioni, che pure inseriscono il Paese in una prospettiva di ricostruzione assistita e di piena sovranità istituzionale. Le previsioni di vendite di petrolio non permettono nemmeno di pagare gli interessi su debiti di questa portata e tali entrate non possono quindi essere prese in considerazione per il finanziamento interno delle spese di ricostruzione e avviamento dell'economia del nuovo Stato.

In questi giorni, quindi, non si sta solo combattendo una guerra ma si stanno anche decidendo i destini di un Paese e di una intera area geografica. Le pressioni che vengono esercitate perché cessino morti e distruzioni, certamente prioritarie, dovrebbero essere accompagnate da una forte spinta sulle istituzioni finanziarie internazionali e sui Paesi creditori, anche potenziali, affinché l'Iraq libero e sovrano nasca privo dei condizionamenti economici dell'indebitamento e possa dedicare tutte le sue energie umane e le sue risorse naturali per soddisfare i bisogni essenziali di una popolazione che da oltre 20 anni non conosce un giorno di pace.!!pagebreak!!

E la cooperazione guarda alla società civile
“Sostenere e rafforzare lo sviluppo della società civile: questo deve essere il compito principale della cooperazione internazionale in Iraq”. Giulio Marcon (nella foto) è portavoce della campagna “Sbilanciamoci!” e presidente dell'associazione Lunaria. A lui abbiamo chiesto qual è il ruolo delle ong che oggi sono sul territorio iracheno.

“Serve ricostruire d le reti di servizi sociali. A differenza di quanto accaduto in passato, in altre aree di intervento dove ci si è occupati innanzitutto di infrastrutture, nel Golfo serve aiutare la società ad autodeterminarsi, perché poi si auto-organizzi davvero. Credo sia condizione essenziale per una transizione democratica meno fragile di quella che si intravede oggi”.

Quali organizzazioni sono presenti in Iraq? “Ne esistono due tipi. Da una parte le ong che hanno rifiutato sempre la guerra, e che quindi non hanno accettato di cooperare con gli eserciti di stanza in Iraq. Utilizzano fondi propri, od ottenuti da governi che non hanno sostenuto il conflitto. Si tratta di una cinquantina di ong da tutto il mondo, raggruppate nel Ncci (Ngo Coordination Committee in Iraq). Tra queste le italiane Ics, Un ponte per…, Intersos, la sezione italiana di Terre des hommes, Emergency. Non c'è nessuna ong italiana a Nassirya e non ci sono stati rapporti con l'esercito italiano. Lavorano soprattutto su sanità e salute -ospedali, fornitura di materiali e medicine- e scuole, attraverso la ristrutturazione degli edifici danneggiati dai bombardamenti. Si tratta di 200 persone circa (una decina gli italiani) più i locali. Dall'altra parte invece stanno le ong (soprattutto statunitensi) che collaborano con le forze di occupazione, e che sono finanziate dai governi della coalizione e dalle stesse strutture militari.
Ma la maggior parte delle ong ricade nel primo gruppo”.

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