Ambiente

Insabbiati, il petrolio “non convezionale”

“Insabbiati. Sabbie bituminose e unconventional oil, la nuova minaccia al clima e alla sostenibilità ambientale" è il titolo della nuova pubblicazione della Campagna per la riforma della Banca mondiale (Crbm) sul cosiddetto "petrolio non convenzionale" (la trovate in allegato a…

“Insabbiati. Sabbie bituminose e unconventional oil, la nuova minaccia al clima e alla sostenibilità ambientale" è il titolo della nuova pubblicazione della Campagna per la riforma della Banca mondiale (Crbm) sul cosiddetto "petrolio non convenzionale" (la trovate in allegato a questo articolo). Luca Manes ed Elena Gerebizza, di Crbm, ne hanno scritto per noi sul numero di settembre di Ae ("Un pieno di sabbia", "Petrolio e gas, una rincorsa verso il fondo").
Come si spiega nel rapporto, l’unconventional oil ed è ancora più inquinante del petrolio convenzionale. Rientrano nella categoria il greggio ultra pesante (extra heavy oil), il tar shale e soprattutto le sabbie bituminose (tar sands). Nel rapporto è stato analizzato con particolare cura lo sfruttamento delle sabbie bituminose nella regione canadese dell’Alberta, la più colpita da questa nuova corsa all’oro nero, che ha disboscato foreste boreali e inquinato importanti corsi d’acqua. Il ground zero delle devastazioni operate nella regione è il villaggio di Fort Chipewyan, sulle rive del fiume Athabasca e a valle di numerose miniere di sabbie bituminose. È lì che si è registrato il picco di tumori (30 % al di sopra dei valori nazionali) e di gravi deficienze al sistema immunitario. Sono numerose, però, le località che patiscono gli effetti di un’attività al limite della sopportazione umana e dell’ambiente. Le riserve stimate di tar sands canadesi sono immense: si calcola che rappresentino la seconda maggiore riserva di greggio al mondo, per un totale di 174 miliardi di barili, e coprono una superficie di 4 milioni di ettari.
Un territorio più grande dell’Inghilterra. Le compagnie che operano in Alberta sono alcune delle «solite note». Oltre a un novero di aziende locali, troviamo la anglo-olandese Shell, la francese Total, la norvegese Statoil, la statunitense ConocoPhillips e l’ormai tristemente famosa Bp, con sede a Londra. Il processo di estrazione fa sì che per un barile di greggio ricavato dalle sabbie sono necessari tra i due e i quattro barili di acqua. Non a caso la fonte idrica primaria per questo tipo di operazioni è l’Athabasca, che dopo un percorso di oltre 1.200 chilometri si immette nell’omonimo lago. Ogni anno 539 milioni di metri cubi d’acqua, in base alle licenze siglate con le autorità locali, finiscono nei macchinari dei giganti petroliferi. Solo il 5-10 % di questo enorme quantitativo torna a scorrere nel fiume senza tracce di inquinamento. Per ricavare il bitume e separarlo da materiali superflui, in molti siti dell’Alberta sono spuntate quelle che in gergo tecnico si chiamano tailing ponds, dei laghi artificiali dove si accumulano gli scarti della lavorazione delle sabbie. Dentro c’è di tutto: argilla, silicio, ma anche idrocarburi e sostanze chimiche altamente tossiche. Il panorama dell’Alberta è punteggiato da questi piccoli bacini. Nel 2008 le organizzazioni ambientaliste canadesi hanno calcolato che almeno 11 milioni di sostanze siano «percolate» fuori dai muri di contenimento. La protesta ha già portato le tribù dei nativi a intentare cause legali e a inscenare manifestazioni nei giorni delle assemblee degli azionisti di Shell e Bp.
Ma gli impatti negativi possono essere misurati anche su scala globale. Per il clima il tar sands è una maledizione. Secondo Greenpeace, nel 2007 il Canada ha rilasciato in atmosfera il 26 % di gas serra in più rispetto al 1990, e nel 2009 superava del 34 % gli obiettivi imposti dal Protocollo di Kyoto. Al momento il Canada è la punta dell’iceberg, ma lo sfruttamento dell’unconventional oil ha già compiuto passi importanti in Giordania, Madagascar, Venezuela, nel bacino dell’Orinoco e soprattuto nella Repubblica del Congo, dove in prima fila c’è l’italiana Eni.

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