Esteri

Inizia l’era della scarsità – Ae 95

Non solo petrolio: la crescita smodata dei prezzi indica che altre materie prime stanno raggiungendo il picco di produzione. E anche il cibo sarà sempre più caro Stando a quanto dicono le maggiori istituzioni finanziarie, l’economia mondiale sta per arenarsi…

Tratto da Altreconomia 95 — Giugno 2008

Non solo petrolio: la crescita smodata dei prezzi indica che altre materie prime stanno raggiungendo il picco di produzione. E anche il cibo sarà sempre più caro

Stando a quanto dicono le maggiori istituzioni finanziarie, l’economia mondiale sta per arenarsi sulle secche di una recessione mondiale. Eppure i mercati mostrano un vero tsunami per quanto riguarda i prezzi delle materie prime, come il petrolio, i minerali e il cibo. Il prezzo del barile registra ogni giorno nuovi record. Mentre scriviamo sta sfiorando i 124 dollari, e il portavoce dell’Opec ha detto recentemente che non esclude che si possa arrivare a 200.

Anche il settore dei minerali sta assistendo ad una impennata dei prezzi. Negli ultimi due-tre anni l’oro è passato dai 400 ai 900 dollari l’oncia, esaltando la sua funzione di riserva di valore. Anche metalli meno nobili, ma essenziali per la produzione di manufatti, hanno visto un aumento del loro prezzo: il rame è passato da 2 a 4 dollari la libbra, lo stagno da 4 a 11 dollari.

Ancora più preoccupante e di stretta attualità (vedi Ae 94) è il fenomeno degli aumenti di prezzo del cibo.

La Fao ha denunciato che il prezzo medio dei prodotti alimentari è duplicato negli ultimi due anni: il frumento è passato da 190 a 480 dollari la tonnellata, il riso da 310 a 850. Ognuno di questi aumenti di prezzo ha delle cause specifiche e peculiari, ma la simultaneità di questi fenomeni non può essere vista come una semplice coincidenza. Quali possono essere allora le potenziali cause comuni?.

Un primo fattore da considerare è certamente la domanda in crescita. Con buona pace di chi aveva già sentenziato la dematerializzazione dell’economia e la possibilità di incrementare il Pil mondiale senza aumentare in modo rilevante il prelievo di risorse, i dati ci dicono che questo modello di sviluppo richiede sempre più combustibili fossili, sempre più minerali, sempre più suolo. L’aumento esponenziale dei prezzi ci sta pure dimostrando quanto questa domanda sia non solo in crescita, ma pure “rigida”, ovvero non si sta osservando nessuna brusca frenata nei consumi di queste materie.

Ma l’aumento della domanda, in una economia della crescita è un fenomeno naturale, ed anche auspicabile, in quanto espressione dell’affacciarsi sul mercato di milioni di soggetti fino ad oggi esclusi e costretti a livelli di consumo di sussistenza. Si può accusare i cinesi e gli indiani della responsabilità di questi aumenti dei prezzi, quando stanno solo inseguendo abitudini -come mangiare più carne e spostarsi in auto- che noi consideriamo scontate da 50 anni?

Quello che è meno naturale è che non vi sia un corrispondente aumento dell’offerta. Fino ad oggi la crescita dei consumi delle società occidentali è avvenuta senza grossi shock in termini di prezzi delle materie. Se allarghiamo lo sguardo ad un orizzonte temporale più ampio, possiamo rilevare come i prezzi delle materie abbiano avuto un trend stazionario o decrescente nella seconda parte del secolo scorso. Una tendenza che si è recentemente invertita (vedi box a sinistra). Quali le ragioni di questo cambiamento? Le ipotesi sono due: o siamo davanti ad un generalizzato fenomeno speculativo, cioè ad una restrizione ad arte dell’offerta che mira a spingere artificiosamente in alto i prezzi, in modo da aumentare i profitti, o il rallentamento dell’offerta è un serio segnale di scarsità, indicando che siamo vicini ai picchi di produzione di molte delle comuni materie.

Se si trattasse solo di speculazione, si dovrebbe assistere ad un aumento delle scorte; ma se si osservano i dati si può notare come per tutte le materie prime più rilevanti si stia assistendo ad una diminuzione delle riserve disponibili. Nel caso del petrolio le nuove scoperte sono da più di venti anni inferiori ai consumi. Secondo autorevoli esperti (vedi anche Ae 89) l’attuale prezzo del barile è un chiaro segnale della vicinanza del picco di produzione di tale risorsa.

Diverso è il caso dei minerali, in cui le riserve appaiono ampie, ma occorre considerare che l’aumento dei costi di estrazione può rendere diseconomico il loro sfruttamento. Una dimostrazione di questo fatto è il forte ricorso al riciclaggio a cui si assiste per alcuni di essi: ad esempio, nel 1974 il piombo riciclato negli Usa rappresentava il 34% di quello consumato; negli ultimi anni questa percentuale ha superato l’80%. Sulla base di questi dati alcuni studiosi ipotizzano che anche per i minerali esista un picco di produzione, e per molti di essi lo staremmo già raggiungendo.

Nel caso degli alimenti invece è la produzione corrente che, pur aumentando, non ce la fa a star dietro alla domanda. Ciò è dimostrato dal fatto che il rapporto fra riserve e consumo corrente è da anni in diminuzione (vedi grafici nella pagina accanto). Nel caso del cibo non esiste una teoria di riferimento circa la massima produzione ottenibile dai suoli: è però evidente che l’attuale modello di sviluppo non promette niente di buono. Secondo i dati Fao, negli ultimi 30 anni il terreno arabile si è ridotto da 0,35 ettari a persona a meno di 0,25. Inoltre, l’attuale modello di agricoltura è fortemente basato sulla meccanizzazione, sui concimi chimici e sui trasporti a lunga distanza, per cui difficilmente può assicurare un’offerta crescente in un contesto di materie prime scarse.

Non si vuole certo negare che sull’andamento dei prezzi delle commodities non stiano pure incidendo i giochi di Borsa: in un momento in cui i dividendi delle aziende sono minacciati dalla recessione, i titoli di Stato pagano bassissimi tassi di interesse e le obbligazioni finanziarie possono nascondere “salsicce avvelenate” (vedi Ae 89), è evidente che le materie prime rappresentano una delle poche forme di investimento sicure. La volatilità dei prezzi giornalieri di alcuni beni, come il grano o il rame, sembrano confermare questo fatto. Ma anche questo può essere il segnale che gli attuali squilibri fra domanda e offerta di risorse sono ritenuti reali e non solo temporanei: se chi specula in Borsa sta comprando titoli abbinati ai prezzi delle materie prime significa che si aspetta che i prezzi continueranno a salire. Potrà senz’altro essere tacciato di scarso senso etico, ma non può certo essere accusato di non segnalare al mercato che un ritorno ai bassi prezzi degli anni passati è ormai solo un miraggio.

Il piccolo speculatore

Anche i fondi pensione, quelli di investimento, le assicurazioni, e persino i piccoli risparmiatori hanno svolto un ruolo importante nell’attuale crisi dei prezzi delle materie prime. L’architettura finanziaria ha sviluppato nuovi strumenti che permettono a chiunque, rivolgendosi alla propria banca, di investire direttamente nelle materie prime, un mercato fino a pochi anni fa riservato agli investitori istituzionali (a destra, una pubblicità apparsa sulla quarta di copertina del Corriere della Sera di metà maggio).

I piccoli risparmiatori vengono spinti verso tali strumenti, spesso senza conoscerne i rischi né tanto meno gli effetti sull’economia globale.

Lo stesso spostamento degli investitori verso il mercato delle materie prime si manifesta a causa della debolezza del dollaro e dei bassi tassi di interesse applicati dalla banca centrale degli Usa, la Fed, nel tentativo di rilanciare i consumi. Il dollaro debole ha anche un altro effetto. Sui mercati internazionali quasi tutte le materie prime sono quotate in dollari, anche se gli scambi vengono realizzati materialmente con altre valute. Le quotazioni internazionali, comunque riferite alla valuta statunitense, di conseguenza salgono.

Se questo effetto è poco sentito per una valuta forte come l’euro, diventa molto pesante per i Paesi poveri la cui valuta non è accettata sui mercati internazionali e che devono pagare le proprie importazioni in dollari. Per molti di questi Paesi, l’aumento del prezzo del petrolio significa maggiori costi per l’approvvigionamento energetico e il rischio concreto di una nuova crisi del debito. In ultimo, ma è forse il problema maggiore, per sfruttare l’aumento dei prezzi molti intermediari e grossisti lungo tutta la filiera distributiva tengono i magazzini pieni e speculano sulle giacenze. Una situazione che non si manifesta nel cosiddetto ciclo corto, quando si instaura un rapporto diretto tra produttore e consumatore, e che peggiora con l’aumentare del numero di intermediari. Nella condizione di oligopolio di moltissimi mercati -le imprese che controllano il  mercato del grano si contano sulle dita di una mano- questa speculazione assume un peso determinante. Nel pieno della crisi, la Cargill, una delle più grandi multinazionali del settore cerealicolo, ha aumentato i propri profitti del 70%.

Una crescita record dei profitti che ha interessato le maggiori imprese nei settori dei pesticidi, dei fertilizzanti, o della grande distribuzione, dalla Tesco in Gran Bretagna alla francese Carrefour alla statunitense Wal-Mart. La stessa Commissione Ue ha puntato l’indice contro la grande distribuzione, notando come i prezzi nei supermercati siano aumentati in maniera non giustificata.

In altre parole, il peso della crisi è stato interamente scaricato sui consumatori, mentre i piccoli contadini, produttori di quelle stesse materie prime il cui prezzo aumenta costantemente, non hanno ottenuto alcun vantaggio. Al contrario, secondo il direttore della Banca mondiale, altri 100 milioni di persone, molte delle quali piccoli agricoltori nei Paesi del Sud, stanno scivolando nella povertà estrema.

La povertà  che ci aspetta

Nelle pagine precedenti si è già sottolineato come l’impennata dei prezzi alimentari possa minacciare le popolazioni di alcuni dei Paesi del Sud del mondo. Meno evidenti sono invece le conseguenze che l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e di altre materie prime avrà nei Paesi del Nord, come l’Italia. Fino ad oggi questa ondata di aumenti non sembra riflettersi sui tassi di inflazione dei Paesi sviluppati: ciò dipende dal fatto che sia il cibo che l’energia non costituiscono più le principali voci di spesa che compongono il paniere su cui è misurato il costo della vita. Ma vi sono altri motivi per ritenere che l’aumento di questi prezzi, abbinato alla simultanea recessione americana, finiranno per incidere negativamente sui consumi e sui redditi dei lavori e dei ceti sociali più poveri nei Paesi del ricco Occidente.

Il primo taglio ai redditi da lavoro proviene dalla recessione innescata dalla crisi finanziaria americana e ormai globale (vedi Ae 93). Essa implica un impatto molto forte sui consumi e sugli investimenti in tutto il mondo: le aziende vedono ridursi, quanto meno in  prospettiva, le loro vendite e i loro profitti e dunque smettono di investire e di assumere personale. Di conseguenza, aumenta la disoccupazione e si abbassano i salari. A rinforzare questo risultato arriva l’aumento del prezzo del petrolio e di altri minerali, che entrano come materie prime nei processi di produzione e distribuzione. A fronte di vendite stagnanti, le imprese vedono dunque aumentare i loro costi. Esse potrebbero trasferire i maggiori costi sui prezzi finali (ed in parte lo fanno), ma, per evitare di perdere quote di mercato, cercano di compensare l’aumento di alcune voci di costo con la riduzione di altre. La più importante di queste voci è senza dubbio il costo del lavoro: è prevedibile che le imprese cercheranno di abbassare i salari monetari, soprattutto per le fasce meno protette di lavoratori. In generale, dopo periodi di recessione, la forbice fra ricchi e poveri tende ad ampliarsi.

Se all’aumento dei prezzi delle materie prime aggiungiamo anche l’aumento dei prezzi dei beni alimentari, ci rendiamo conto che a calare in modo preoccupante non è solo il reddito monetario dei ceti sociali più deboli, ma anche il loro reddito reale, ovvero la quantità di beni che potranno acquistare con il loro salario. I beni alimentari pesano in misura maggiore sui consumi delle fasce più deboli della popolazione, che non sui ceti più agiati (vedi box a sinistra). Un aumento dei loro prezzi comporta una ulteriore compressione dei consumi per le fasce più deboli, in altri termini, un aumento della povertà, una riduzione dei salari reali, una distribuzione più iniqua del reddito.  

Ecco dunque tre processi che vanno in modo concomitante a ridurre il potere d’acquisto delle classi lavoratrici e, più in generale, dei ceti sociali più poveri.

La riduzione dei redditi da lavoro e l’aumento dell’ineguaglianza non sono un fenomeno nuovo: si tratta di un processo che va avanti da circa due decenni e che ha visto ridursi la quota dei redditi da lavoro dal 76 al 68% del totale, con una perdita che in Italia è stimata di circa 7.000 euro annui per ogni lavoratore dipendente, ed un peggioramento sostenuto degli indici di povertà e di ineguaglianza.

La povertà e la diseguaglianza costituiscono a loro volta un grave ostacolo all’occupazione. Se i lavoratori vedono ridursi i loro redditi reali anche i consumi scenderanno.

Ma in una “economia della crescita” come la nostra la stagnazione dei consumi comporta anche stagnazione degli investimenti e della produzione: dunque ancora alti tassi di disoccupazione e precarizzazione di fasce crescenti di lavoratori. Insomma un cane che si morde la coda.

Solo politiche concertate a livello internazionale potrebbero invertire la rotta e rompere il circolo perverso dell’ineguaglianza e della disoccupazione. Ma il tentativo delle banche centrali di oliare con bassi tassi d’interesse la ruota della finanza mondiale sembrano andare nella direzione contraria, difendendo la tenuta delle rendite finanziarie e alimentando l’inflazione con la creazione di moneta.

Questo dossier è stato curato da Francesco Gesualdi (Centro nuovo modello di sviluppo), Andrea Baranes (Campagna per la riforma della Banca mondiale), Luca Casolaro (Banca d’Italia), Davide Di Laurea (Istat), Nicola Doni (Università di Firenze), Sebastiano Nerozzi (Università di Palermo). I contenuti del dossier non necessariamente rispecchiano le posizioni delle istituzioni cui gli autori appartengono.

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