Esteri

Infrastrutture dell’occupazione

La terra della famiglia di Hisham, nel villaggio palestinese di al-Walaja, a pochi chilometri da Gerusalemme, è coltivata da decenni. Conserva la memoria di suo nonno, che vi coltivava orzo e grano fin da prima del 1948. Fino a ieri, su quella terra, c’erano anche 50 alberi di ulivo. Sono stati abbattuti dall’esercito israeliano, per fare largo a una nuova strada

“Tre mesi fa Israele ha iniziato a costruire una nuova strada sulla terra della mia famiglia”, scrive Hisham Abu Ali, nato ad al-Walaja nel 1969, in una lettera indirizzata al monastero salesiano di Cremisan. Da allora, Hisham presidia quella terra: “Non riesco a starci lontano. Temo che approfittino della costruzione per distruggere più di quanto siano già autorizzati a fare. Proprio oggi ho scoperto che avevano segnato con il cartellino rosso 5 alberi in più, che il loro stesso progetto non prevedeva di sradicare”. 

Il villaggio di al-Walaja si trova nel dipartimento di Betlemme ed è già sotto effettivo controllo israeliano: solo il 14% del suo territorio storico resta oggi ai suoi abitanti. Il progetto per la nuova strada, il cui appalto è in mano alla ditta israeliana Barashi Zalman&Bros, copre una porzione di terra di 500 donom (1 donom corrisponde a 1000 metri quadri), di cui 5 donom coltivati a ulivo, abitate da 5 nuclei familiari.
L’opera è stata ufficialmente progettata per collegare il vicino monastero di Cremisan a Gerusalemme. Fondato dai salesiani italiani a fine ‘800, il monastero è noto per la produzione di vini (www.cremisan.org), tanto da meritare una vetrina particolare al Salone internazionale del vino e dei distillati, Vinitaly, come simbolo di pace e di dialogo, con il sostegno del mondo della cooperazione e delle istituzioni italiane. A oggi, il monastero salesiano non ha preso alcuna posizione chiara sulla vicenda (mentre il convento di suore è ricorso in appello contro la costruzione del muro).

Dalla mappa progettuale si nota che la strada – che dovrebbe servire Cremisan, già collegato alla vicina cittadina di Beit Jala – devia in una grande curva, dichiarata necessaria a causa del dislivello del terreno, entrando nelle terre coltivate della famiglia Abu Ali. “Dato che la strada sorge su una via sterrata preesistente, perché non proseguire questo percorso, che termina su un terreno incolto?”, si chiedono le famiglie di al-Walaja. Inoltre, su quelle stesse terre, il governo israeliano ha approvato lo scorso giugno il progetto di un parco nazionale ufficialmente pensato per preservare il paesaggio rurale e i terrazzamenti secolari, ma con l’esclusione dei contadini palestinesi che li coltivano. “Perché costruire una strada che devasta lo stesso paesaggio agrario che si vorrebbero tutelare con il parco?”, domandano i contadini.    

Una storia minima che ci parla della più ampia questione israelo-palestinese, con una lenta ma costante, erosione del territorio e delle risorse palestinesi da parte del governo israeliano tramite la costruzione di nuove infrastrutture che diventano il pretesto per protrarre l’occupazione coloniale.
Basti pensare che ad Al-Walaja esiste già una strada, ad accesso esclusivo dei cittadini israeliani, che collega rapidamente la colonia di Har Gilo, sorta negli anni ’70, con Gerusalemme. “Non capiamo se la nostra terra venga presa per l’interesse di Cremisan o del parco. Questa è la nostra terra, di nuovo ci viene presa – continua la lettera di Hisham, che si conclude con una richiesta precisa -. Chiediamo di fermare immediatamente la costruzione della strada e la distruzione dei nostri campi e dei nostri alberi”.
 
Per approfondire: http://972mag.com/a-letter-from-al-walaja-village-lands-stolen-again-and-again/83304/

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