Ambiente

In Tailandia si discute di cambiamenti climatici

Solo una riduzione delle emissioni e dei combustibili fossili ci salveranno dall’"apocalisse"

Bangkok, Tailandia. Centinaia di attivisti da tutta l’Asia sono riuniti in questi giorni per discutere l’agenda dal basso contro i cambiamenti climatici. Il Forum delle alternative è una sei giorni di eventi, manifestazioni e riunioni, e i suoi protagonisti hanno viaggiato per migliaia di chilometri per essere presenti qui a Bangkok, a lato dell’incontro ufficiale delle Nazioni Unite sul clima, e discutere assieme delle strategie necessarie per trasformare il modello di produzione, del commercio e della finanza globale e muovere verso un sistema più sostenibile, incentrato su principi di equità e giustizia economica, sociale e climatica.
Indiani, cingalesi, tailandesi, filippini, ma anche i diversi europei e statunitensi presenti a questi incontri, tra cui la Campagna per la riforma della Banca mondiale, concordano che non sia possibile trovare una soluzione all’emergenza climatica senza rivedere il modello economico che l’ha generata, promuovendo un sovraconsumo delle risorse naturali che non può e non deve continuare. E che c’è un debito enorme, ecologico e climatico, oltre che economico e sociale, che i governi del Nord devono pagare a quelli del Sud, per lo sfruttamento delle risorse ma anche per avere occupato lo spazio atmosferico di chi oggi -nel Sud- vede minacciato il proprio diritto alla vita, e a una vita migliore, perchè il pianeta è arrivato al collasso.
Domenica 27 e lunedì 28 settembre circa settanta attivisti di tutto il mondo si sono riuniti per discutere di clima e finanza, denunciando il ruolo negativo che le istituzioni finanziarie internazionali, in primo luogo la Banca mondiale, hanno avuto nel generare la crisi climatica, economica e finanziaria che continua a mietere vittime nel Sud del mondo.
Martedì il seminario sul debito climatico si è concluso con un minuto di silenzio per le vittime dell’inondazione di Manila e altre aree delle Filippine. Si parla di oltre 280 morti, inclusi purtroppo i figli di un’attivista filippina, rimasti folgorati quando il muro d’acqua ha colpito la loro casa. I media italiani hanno quasi ignorato la notizia, la tragedia non può che essere collocata nel contesto dei cambiamenti climatici.
In sei ore di pioggia, tra sabato e domenica, è caduta su Manila la quantità d’acqua che normalmente scende in una settimana, che ha portato a un ingrossamento dei fiumi a livelli mai visti prima. Come ci viene confermato da diversi filippini arrivati  a Bangkok prima della grande pioggia, Metro Manila è attraversata da diversi fiumi, e quindi è già successo che alcune zone della città finissero sott’acqua. Questa volta non si parla di pochi centimetri, ma di un muro d’acqua di 7-8 metri di altezza che in poche ore ha travolto migliaia di case provocando danni che nessuno sa come verranno compensati.
Manila, le isole del Pacifico, ma anche l’India (dove quest’anno non ha piovuto nella stagione delle piogge) e l’intero continente africano (dove si prevede che nei prossimi anni la produzione agricola cadrà del 50% proprio a causa del surriscaldamento del pianeta, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di almeno 1 miliardo di persone), sono alcuni pezzi di Sud che già oggi paga per le alte emissioni di Co2 e altri inquinanti che hanno luogo “a casa nostra”. Chiusi nelle stanze del negoziato, miopi e lontani dalla relatà, i negoziatori europei ieri sono retrocessi su posizioni molto lontane dal permettere una soluzione per il clima quando, a dicembre, si terrà a Copenaghen il vertice sul post-Kyoto. Nessun libero mercato e nessuna scoperta tecnologica potranno salvarci dalla prossima apocalisse, ma solo un cambiamento reale e una drastica riduzione delle emissioni e quindi degli investimenti nell’economia del petrolio. Solo per dire che, vada come vada a Copenaghen, il destino del pianeta è nelle mani di ciascuno di noi.

* Crbm/Mani Tese

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