Ambiente

In Alto Adige, dove le latterie salvano il territorio

Il caso della Provincia di Bolzano, che aiuta i produttori a sostenere i costi di accesso al mercato, spesso maggiori per chi pratica agricoltura di montagna. Un’iniziativa legittimata anche dalla Commissione europea

Tratto da Altreconomia 183 — Giugno 2016

 A quaranta chilometri da Merano, in fondo alla Val d’Ultimo, in Alto Adige, c’è il maso di Siegfried Staffler. Siamo a 1.770 metri d’altezza, e le mucche dalla loro stalla guardano in faccia il massiccio dell’Ortles-Cevedale, cime che superano i 3.500 metri, nel territorio del Parco nazionale dello Stelvio. 

Ogni giorno, 400 litri di latte “scendono” da Unterjochmayr -così si chiama il maso, che è anche un agriturismo- per essere trasformati dalla latteria sociale di Merano (Milchhof Meran): nel tragitto, compiono un dislivello di oltre mille e quattrocento metri. Staffler è infatti uno dei 475 soci della latteria. Per ogni litro di latte riceve 57 centesimi di euro (al netto dell’IVA; il prezzo medio pagato in Lombardia, nel 2015, è di 35,1 centesimi; in Germania di 28,81): “Qui si premia la qualità”, spiega. La misura è data dal tenore grasso e proteico del latte, che a sua volta dipende dal tipo di alimentazione e anche dall’ambiente in cui le vacche (quelle da latte sono sedici a Unterjochmayr, libere di muoversi all’interno della stalla) vivono. Intorno al maso ci sono 6 ettari di terreni, “e ne gestiamo altri 10 in affitto” spiega Staffler. Quassù non ci sono prati, ma appezzamenti con pendenze superiori al 50%. “Per tenerle pulite, e produrre il foraggio per gli animali, servono macchine speciali” racconta il proprietario del maso, che conduce la propria azienda con l’aiuto di moglie, figlio e madre.

Staffler è uno dei 4.888 allevatori che nel 2015 hanno conferito latte a una delle 10 cooperative associate alla Federazione Latterie Alto Adige. Complessivamente, i produttori hanno ricevuto 193,6 milioni di euro, per oltre 378 milioni di litri di latte. La superficie foraggiera dei masi alto-atesini è di oltre 43mila ettari, pari a 2,4 volte quella del Comune di Milano: “Mantenere attivi i prati e i pascoli è di fondamentale importanza per tutta l’economia dell’Alto Adige -spiega ad Altreconomia l’assessore provinciale all’Agricoltura, Arnold Schuler-, perché sono l’immagine dell’Alto Adige. Se questa venisse a mancare, si avrebbero effetti negativi sul turismo e quindi su tutte le attività economiche connesse con il turismo”. Il latte, insomma, “salva” il territorio. Per questo è esemplare una misura introdotta dalla Provincia autonoma di Bolzano nell’ambito del Programma di sviluppo rurale (PSR) 2014-2020, cioè la declinazione locale della politica agricola comune (PAC) della Commissione europea. Bolzano ha deciso di destinare un aiuto alle latterie (e ai soci) “per compensare gli svantaggi logistici nella consegna di latte di qualità in zone di montagna”.
La misura vale appena 1,1 milioni di euro all’anno -su un fatturato complessivo delle 10 cooperative di 458- ma assume un significato “politico”: i costi di accesso al mercato, spesso maggiori per chi pratica agricoltura di montagna, possono essere compensati. “La decisione di attivare questo aiuto è stata presa per sostenere i produttori di latte e per attenuare un po’ i maggiori costi che i nostri allevatori, le cui attività sono situate in zone di montagna, hanno per la consegna di latte in confronto ai produttori di latte della pianura” dice Schuler. 

A dicembre 2015, anche la Commissione europea ha concesso il proprio “visto” al provvedimento, comunicandolo al ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: l’aiuto non è anti-concorrenziale. “L’obiettivo alla base dello schema di finanziamento pubblico è quello di assicurare il medesimo reddito a tutti i contadini della Provincia, indipendentemente dall’altitudine e dalla localizzazione più o meno remota della loro attività, anche per evitare il fenomeno di spopolamento che riguarda le aree montane -spiega Daniel Rosario, portavoce della Commissione europea per le questioni legate allo sviluppo rurale-. Abbiamo verificato inoltre che esso rispetti le ‘Linee guida sugli aiuti di Stato’ applicabili per quanto riguarda i settori  dell’agricoltura e forestale”. Altri Paesi o Regioni hanno presentato uno strumento simile, nell’ambito del PSR? “No, ad oggi nessuna richiesta dello stesso tipo è stata sottoposta per approvazione alla Commissione europea” dice Rosario. Ritiene che altri potrebbero utilizzare lo stesso schema? “Gli Stati devono notificare alla Commissione ogni modello di ‘Aiuto di Stato’. In seguito alla notifica, ogni caso verrà analizzato nel merito” spiega il portavoce della Commissione europea per l’Agricoltura e lo Sviluppo rurale. 

Tecnicamente, il contributo accordato dalla Provincia di Bolzano riguarda 4 delle 10 cooperative, quelle che -secondo uno studio commissionato dalla Federazione Latterie Alto Adige- registrano un “costo logistico” superiore a quello medio provinciale, che è pari a 2,10 centesimi di euro per litro.
Va dai 27,41 ai 276,81 euro per ettaro di superficie foraggiera. La situazione più “disagiata”, ad esempio, è quella del Caseificio montano della Val Passiria, che dai suoi 16 soci raccoglie esclusivamente latte biologico, trasformato principalmente in formaggi: “recuperarne” un litro costa 10,22 centesimi di euro, quasi cinque volte il dato medio. Ha diritto a un contributo anche Latte montagna Alto Adige, che è la più grande per numero dei soci (2.567) e per latte consegnato (oltre 185 milioni di litri), e questo perché -racconta il presidente, Joachim Reinalter, che occupa lo stesso ruolo anche nella Federazione- “raccogliamo anche il latte della Val Venosta, fino a cento chilometri dal nostro stabilimento di Bolzano, e in media i nostri soci conferiscono meno latte, sono aziende più piccole”. Nelle stalle dell’Alto Adige ci sono, in media, meno di 11 vacche da latte. Il 67,9% delle aziende associate alle cooperative conferisce meno di 250 litri al giorno. Sono 120 quelli “munti”, in due sessioni quotidiane, presso la stalla del maso Hauserhof, 8 ettari e 11 animali, sempre in Val d’Ultimo. “Noi portiamo il latte sulla strada -racconta la signora Teresa Gruber, che gestisce l’azienda con il marito-, e poi mio fratello si occupa di portarlo giù sulla provinciale”. “Ogni giorno ci sono 90 camion con cisterne di piccole dimensioni impegnati nella raccolta del latte fresco” spiega Reinalter. Lungo la strada che percorre tutta la Val d’Ultimo è frequente imbattersi in teleferiche che vengono utilizzate per superare il dislivello tra il maso e la strada: dentro i cassoni in legno ci sono i “bidoni” carichi di latte. Che viene rovesciato nella cisterna. “Ogni camion ha un sistema di prelievo per il controllo della qualità, che viene fatto su ogni singolo campione” spiega Annemaria Kaser, direttrice della Federazione Latte Alto Adige. 

Reinalter riconosce l’importanza del mutualismo, ricorda che in montagna “non ci sono alternative al latte”, e valorizza lo sforzo della Provincia autonoma di Bolzano, che garantisce il futuro dei masi anche con “un piano straordinario d’investimento per il mantenimento delle strade extraurbane”.
Su tutti i prodotti delle 10 coop è riportato il “Marchio di qualità Südtirol/Alto Adige”: indica  che quel latte crudo è stato prodotto, trasformato e confezionato nel territorio della Provincia autonoma di Bolzano, sulla base di un disciplinare che -dal 2001- impone di integrare l’alimentazione degli animali con mangimi che non contengano Ogm. La maggior parte del latte alto-atesino viene trasformato: nel 2015 sono stati prodotti oltre 135 milioni di chili di yogurt, e 20 di formaggi. “Il prodotto lavorato -spiega Reinalter- garantisce alle cooperative un reddito pari a oltre un euro al litro. In Germania, invece, Aldi, la più importante tra le catene della grande distribuzione, è arrivata a vendere il latte fresco ad un prezzo di 0,46 euro al litro: per noi sarebbe insostenibile”.
Aldi sta per entrare sul mercato italiano. L’esempio alto-atesino insegna che la “difesa” del latte italiano passa anche per un’indicazione geografica: “L’indicazione della provenienza è importante per il consumatore”, dice Reinalter. In un’intervista a La Stampa, l’8 maggio, il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina parla di una “battaglia europea da condurre perché si sblocchi questa partita”. L’Italia pare intenzionata a combatterla. 

 

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